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«Pasolini a fumetti, la lotta con l’angelo»

Romanziere, regista, saggista, pittore, giornalista, poeta prima di tutto – poeta soprattutto… Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è stato tutto questo e molto di più. Un profeta del passato, avrebbe detto Barbey d’Aurevilly, un marxista che non si è mai veramente pentito e un cristiano che non si è mai veramente confessato, angelo e demone. È a lui che Arnaud Delalande, Denis Gombert ed Éric Liberge rendono un magnifico omaggio in “L’Ange Pasolini” (Denoël), un album potente in cui il bianco e nero abbraccia la tragica chiarezza di una “vita violenta”. Il modo migliore per aprire le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della sua morte.

Non apro un libro di Pasolini senza provare una sorta di emozione sacra. Lo stesso vale per i suoi film. Questa è la sensazione che mi ha preso sfogliando L’Ange Pasolini, un sontuoso fumetto di Arnaud Delalande e Denis Gombert – per i testi – e Éric Liberge – per i disegni. Pasolini è l’unico regista di cui ho visto quasi tutta la filmografia, io che sono un cinefilo piuttosto dilettante. L’unico poeta «contemporaneo» che incontra il mio favore, insieme a pochi eletti: Sergej Esenin, Ezra Pound, D.H. Lawrence e pochi altri – anche meglio di loro, perché egli ha saputo catturare il timbro di ciò che la poesia dovrebbe essere nel XX secolo, a maggior ragione nel XXI: né Philippe Jaccottet, troppo etereo, né Michel Houellebecq, troppo banale, ma qualcosa tra i due. Questa è la poesia del nostro tempo.

Leggere Pasolini significa sperimentare sulla propria carne, nell’anima, la scomparsa del mondo contadino e plebeo da cui la maggior parte di noi proviene. Un mondo che morì, quasi silenziosamente, a metà degli anni ’60. Noi, che non eravamo ancora nati, lo piangiamo con una nostalgia tanto immensa quanto inspiegabile. Pasolini lo vide morire davanti ai suoi occhi. Un’agonia che lui ha raccontato, filmato e su cui ha pianto, come un profeta lucido e addolorato. Un evento di una portata paragonabile alla caduta di Roma. La fine del popolo così come era stato fin dall’Antichità, o almeno fin dai primitivi italiani, quelli che vivevano ancora all’ombra di Dante e Boccaccio, allievi di Giotto, come lo stesso Pasolini ne Il Decameron.

In bianco e nero

Un angelo, Pasolini? Sì, e gli autori hanno ragione a chiamarlo così: decaduto e salvato, in continua oscillazione tra grazia e dannazione. Nelle sue opere sono presenti anche molti cherubini e angeli. Gli angeli distratti, ovviamente, l’angelo Gabriele. Forse perfino quell’«angelo della storia» che ossessionò Walter Benjamin davanti al dipinto di Paul Klee, Angelus Novus. Un angelo sbalzato indietro dalla tempesta del progresso, condannato a contemplare le rovine che si accumulano. «Io sono una forza del passato», proclamò Pasolini: superato? Non per noi, comunque.

Tutto ciò che Abel Ferrara ha tralasciato nel suo film biografico sugli ultimi giorni del poeta, nonostante un convincente Willem Dafoe, Delalande, Gombert e Liberge lo realizzano. Qui non c’è alcuna volgarità ostentata, e per una buona ragione: fin dalle prime pagine, gli autori ci ricordano quanto Pasolini la evitasse.

Tutto è suggerito con un linguaggio grafico chiaro, preciso e realistico, che dà corpo al poeta senza pietrificarlo. La sobrietà della linea amplifica la ricchezza dell’ambientazione, dove i dettagli – biblioteche, folle, strade… – parlano tanto quanto i volti. La scelta del bianco e del nero ci permette di giocare con una gamma cromatica semplice ed essenziale: caduta e redenzione. E ciò che è vero per il disegno è vero anche per il testo. Senza effetti superflui, mescola estratti di Pasolini e una voce fuori campo, accompagnando con controllata sobrietà lo svolgimento del racconto. Qui non esiste un Pasolini su misura, concepito per accontentare una o l’altra fazione. Gli autori lo restituiscono nella sua caleidoscopica abbondanza – e unità – nelle sue sfumature, nella sua brutalità, nella sua verità.

Menadi e Furie

L’album si apre con la fine: l’esecuzione di Pasolini su una spiaggia di Ostia il 1° novembre 1975. «Traditore, pagano, figlio di puttana, poeta». E il dattiloscritto di Petrolio, un libro incompiuto, un libro labirintico, che non leggeremo mai nella sua versione definitiva. Petrolio, l’oro nero: la merda del diavolo, ha detto qualcuno che non ricordo.

Perché iniziare con la morte? Perché quella di Pasolini è stata un’orgia sconvolgente di violenza sadica, come se degli avvoltoi avessero predato il suo corpo. Perché non ha mai smesso di parlarne in termini di inquietante preveggenza. Perché l’autore di Una vita violenta non poteva aspettarsi niente di meno che una morte violenta. Perché la morte incornicia questa vita. Perché Pasolini sapeva che «la morte compie un montaggio abbagliante della nostra vita» – e finisce come il suo ultimo film, Salò o Le 120 giornate di Sodoma, di cui presumibilmente ha conservato l’inquadratura finale. Forse per rinunciarvi.

Non fu altro che l’ira degli dei, Nemesi, a piombare su di lui – lo sapeva anche lui: pensate alla sua Medea con Maria Calas; o a Salò, dove il corpo umano è schiacciato fino all’indicibilità. Smembramento, mutilazione, eviscerazione: tutto era già lì, prefigurato. Pasolini sfidò gli dei come Prometeo. Ma laddove Prometeo si vide divorare il fegato ogni giorno per l’eternità, egli subì la punizione una sola volta, eppure con la stessa crudeltà, lo stesso meccanismo sacrificale precostituito di ogni tragedia.

Tra ex voto e dannazione

È sorprendente vedere quanto il fumetto accolga la poesia di Pasolini. Ci si sposta da una vignetta all’altra come si innesta – o si scala – una marcia su una berlina sportiva, come l’Alfa Romeo che ha investito il corpo disteso del poeta. Avanti, indietro. Flashback, solo un flash. Frammenti di tempo: la vita di Pasolini si dipana a vignette. Vignette e fumetti, ma le vignette sono come ex voto e i fumetti come palloncini rotondi o pensieri che sfumano sulle pagine. Un centinaio circa dove sfila questa «vitalità disperata», illuminata dai paesaggi friulani, dallo sguardo della madre, dai ragazzi della periferia romana, da Ninetto Davoli, il suo attore preferito e il suo doppio, dalla presenza inquietante degli umili e dei diseredati. Come nel Vangelo – e in primo luogo in quello di San Matteo – non dimenticava che il Figlio dell’uomo è anche un povero tra i poveri. Lo scandalo arrivava sempre attraverso di lui: «È inevitabile che arrivino gli scandali; tuttavia, guai a colui per mezzo del quale arriva lo scandalo» (lo sapeva anche lui, così come sapeva che solo la verità, nel senso di Bernanos, poteva causare scandalo). Trentatré processi – una cifra sorprendente (simile a quella dell’età di Cristo?) – spesso per oltraggi alla morale. Quella morale che la nascente società edonistica – e contro la quale egli si batté con le ultime forze – avrebbe presto spazzato via. Ironicamente, ciò che Pasolini denunciò avrebbe cancellato proprio ciò per cui era stato condannato. Si vedano i suoi Scritti Corsari, le sue Lettere Luterane e le sue ultime conversazioni.

Il fumetto di una vita

Circa quindici anni fa, intervistai Dominique Fernandez su arte e omosessualità – un argomento vasto. Si distaccò radicalmente da Pasolini, troppo cristiano ai suoi occhi, troppo consumato dal peccato, troppo ossessionato dalla mortificazione. Troppo arcaico, in definitiva. Pasolini, mi confidò, tornava dalle sue scappatelle notturne con i vestiti a brandelli, a volte con un occhio gonfio. Non lo spacceremo per un sadomasochista alla Michel Foucault, certamente no, ma c’era in lui, come in sordina, una richiesta di punizione che irritava Fernandez. In altre parole: il peso del proibito e la vertigine della sua trasgressione. Niente di quella frivolezza edonistica, sdolcinata e un po’ banale che già aleggiava nell’aria consumistica dell’epoca. Pasolini apparteneva risolutamente al vecchio mondo, quello dove non si è mai pari, dove, alla fine, si deve pagare, come diceva Christopher Lasch, scrupoloso lettore dei grandi teologi puritani. E Pasolini pagherà – a caro prezzo.

Non è solo il «Jean Genet italiano», come lo chiamava il suo amico Alberto Moravia; è questo e molto di più; è anche il Péguy italiano e il Bernanos italiano. Insieme a Gramsci, inquadra il suo secolo.

Il fatto che un fumetto ce lo ricordi la dice lunga sulla sua potenza e accuratezza. Tanto di cappello agli artisti!

François Bousquet

Revue Éléments, François Bousquet, 12 marzo 2025, Pasolini en BD, la lutte avec l’ange.

Traduzione in italiano a cura di Piero della Rocella Sorelli.

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