Stefano Feltri, che già mi aveva chiamato a collaborare a “Domani” quando ne era direttore, ha voluto ripubblicare la mia recensione del libro di Cheles sulla propaganda visuale della destra comparsa nel numero 386 di Diorama. La cosa ha suscitato non poche reazioni, perlopiù indignate (specialmente quelle dell’autore e del prefatore, come era ovvio), ma anche di apprezzamento. Considerato che le letture, mi dice Feltri, sono state 14.000, non mi pare un risultato da poco.
Ritengo interessante girare a tutti questo articolo che include una mia replica finale ai commenti. Buona lettura!
Avviso che il numero 387 di Diorama Letterario è già impaginato per 38 pagine. Le ultime due (il mio editoriale) conto di scriverle e impaginarle alla fine della prima settimana di settembre, così che a metà di quel mese il fascicolo possa essere consegnato alle Poste (che ne faranno il solito uso “ritardato”, temo…).
Vedo nero

di Marco Tarchi
Chi ha raggiunto un’età ormai ragguardevole, e/o è affetto da cinefilia, ricorderà probabilmente il film Vedo nudo, con interprete principale Nino Manfredi, che Dino Risi girò nel 1969 per mettere alla berlina i nascosti ma diffusi “vizi privati” in materia sessuale degli italiani.
In uno degli episodi, il protagonista, dopo un fallito incontro galante, inizia ad avere allucinazioni sempre più frequenti ed ossessive di donne che girano nude, in tv e persino in strade affollate, fino ad avere un collasso.
Ricoverato in una clinica svizzera, risponde pienamente alla terapia. Ma, quando appena ha ripreso il consueto lavoro, affacciandosi alla finestra vede un uomo uscire dalla ditta completamente nudo.
Il ricordo della divertente commedia ci è tornato d’improvviso alla mente mentre ci addentravamo nelle pagine del libro di cui stiamo per parlare, che dell’ossessione tratteggiata da Risi fornisce una manifestazione esemplare, con una sola differenza: invece di vedere donne nude ovunque, l’autore scorge dappertutto – ma proprio dappertutto – segni, tracce, rimembranze, rigurgiti di fascismo.
Va detto, a discolpa (molto) parziale dell’interessato, che il disturbo cognitivo che lo pervade non è, di questi tempi, una sua peculiarità: è piuttosto il frutto di un’infezione o intossicazione collettiva che ha assalito, a mo’ di nuova pandemia, l’intero ambiente politico di cui egli è parte – la sinistra – da quando Giorgia Meloni si è insediata a Palazzo Chigi, portandola a stendere sulla realtà una sorta di velo opaco, che ne colora di nero tutti o quasi i connotati.
Pochi sono, fra gli intellettuali progressisti, quelli che sono riusciti ad immunizzarsi dal morbo.
Fra gli altri, è stata quasi una strage, che produce oggi, a mo’ di effetto perverso, un profluvio di libri uno peggiore dell’altro, in cui la paranoia dell’antifascismo viscerale riproduce, con toni a volte grotteschi e a volte penosi, gli effetti della famosa hegeliana notte in cui tutte le vacche appaiono del medesimo fosco colore.
Tenere dietro all’intera produzione di questa letteratura di scarsissima qualità, pamphlettistica o accademica che sia, sarebbe opera improba, e tutto sommato una perdita di tempo per chi reputa lo studio e la ricerca cose serie, ma in alcuni casi vale la pena di soffermarsi con attenzione su singoli esempi del fenomeno, se non altro per sottolineare quanti danni stia inferendo alle vittime di questa sorta di allucinazione collettiva.
Va ancora premesso che la destra italiana è in sé un soggetto difficile da studiare, per la sua natura frammentaria e contraddittoria, e che il compito è ancora più arduo per chi vi si accosta con lo stesso spirito con cui si accoglierebbe, in un pranzo a cui si è stati invitati, una pietanza ai cui ingredienti si sa di essere allergici.
A lungo, come scrisse l’insospettabile Piero Ignazi, l’area è stata oggetto soltanto di lavori “a tesi” e libelli, e solo per un brevissimo arco temporale – dalla metà degli anni Ottanta fino al 1993 – qualche studioso non prevenuto le ha dedicato attenzione.
Ma da quando lo “sdoganamento” berlusconiano ha riammesso gli esponenti del Movimento sociale italiano nel girone della legittimità, la parentesi si è drasticamente richiusa. Lo studio della destra è diventato un surrogato della militanza di piazza, il pretesto per scrivere non su ma contro di essa.
Il cambiamento di atmosfera si è fatto pesantemente sentire anche su Luciano Cheles, che per anni aveva appuntato il suo interesse sul tema che in questo libro riprende, non nascondendo mai le sue opinioni avverse a ciò che più correttamente si dovrebbe definire neofascismo ma operando un acuto lavoro di scavo per mostrare come l’ideologia che animava dirigenti e seguaci del Msi trovasse riscontro nella grafica a cui il partito affidava il compito di suscitare adesioni e consensi.

In quegli articoli, corredati da una ricca iconografia, si documentavano non solo gli ammiccamenti al passato in camicia nera ma anche i tentativi, soprattutto in ambito giovanile, di adattare il messaggio a stili comunicativi più adatti all’epoca, a costo di scimmiottare o addirittura copiare immagini inizialmente adottate da gruppi politici di segno avverso.
Quelle ricerche, che ci è capitato di citare più volte in nostri scritti, conservano tuttora il loro valore, ed è triste vederle oggi offuscate da un “secondo tempo” che ne smentisce le premesse e ne svilisce la qualità, partorendo un prodotto che segna l’apoteosi del pregiudizio e sguazza, ad ogni pagina, nel puro e semplice complottismo.
Ma partiamo dall’inizio, per dare solida sostanza a quanto stiamo affermando.
Ma cosa sono i visual studies?
Cheles, che nell’arco dei suoi settantasei anni di vita ha trascorso periodi di insegnamento in atenei inglesi e francesi, si proclama specialista di visual studies. Che cosa questi siano ce lo dice il prefatore Edoardo Novelli, passato dal giornalismo alla carriera accademica nel campo della comunicazione politica: si tratta di un approccio in base al quale «le immagini sono considerate non come forme espressive aventi una funzione prevalentemente espressiva o decorativa, bensì come artefatti prodotti in modo accorto con intenti precisi».
Il suo scopo? «decodificare il visibile per evidenziare le idee, i valori, gli atteggiamenti e le identità che si celano sotto un’apparenza di normalità e immediatezza, in altre parole di smascherare le strategie di persuasione occulta». Intento indiscutibilmente interessante.
Peccato però che questi così ambiziosi studies non dispongano di alcuna metodologia codificata e universalmente riconosciuta.
Chi li pratica, sostenendo di servirsi «di una varietà di discipline (iconografia, storia politologia, sociologia, studi di genere, psicologia, ecc.)» si fa schermo di questo pot pourri per avanzare ipotesi – spacciate il più delle volte per certezze – con assoluta arbitrarietà.
Del genere: per me questa immagine, in realtà, o dietro (malgrado) le apparenze, vuol dire questo; ma, ovviamente, lo dice in modo non immediatamente rilevabile, occulto, su un registro esoterico riservato agli iniziati, non su quello essoterico dei comuni mortali. Il che, detto in altri termini, autorizza qualunque auto designato “specialista” del campo a spacciare le proprie convinzioni soggettive per verità oggettive.
Con questo piede di partenza, è difficile aspettarsi qualcosa di buono dal lavoro di una persona che, reclutandosi nel novero di questi illuminati, affronta un materiale prodotto da un mondo politico di cui si proclama fieramente avversario.
Come andranno a finire le cose lo indica del resto fin dall’inizio il sunnominato prefatore, sodale di Cheles sul terreno politico, quando spiega al lettore che «il fascismo è ancora ben vivo e presente» in Fratelli d’Italia, che non vi è stata nessuna rottura con il passato ed anzi è indiscutibile la presenza al suo interno di un «immaginario fascista e talora nazista» che fa delle idee del partito oggi a capo del governo italiano la versione moderna dei valori del regime mussoliniano, le cui «ossessioni» sono oggi riproposte «con determinazione e continuità».
Come se questo non fosse sufficiente, Novelli ci tiene a dire che il Msi, in quanto partito «antisistema», era «in quanto tale, “eversivo”» e che una congerie di «prove, riscontri, evidenze» sta a dimostrare che la sua eredità è rimasta ben conservata nelle mani dei tardivi epigoni.
Confortato da un simile accreditamento – la cui unica sfumatura critica si può cogliere là dove si scrive che le sue interpretazioni «in alcuni casi non lasciano alcun dubbio sui significati nascosti delle immagini e in altri sono opinabili» – Cheles ne sfrutta immediatamente la scia e stila, nell’arco di quasi duecento pagine e con il supporto di 230 immagini in bianco e nero e a colori (senza dubbio il contributo più utile alla ricerca dell’intero libro), la sua requisitoria per inchiodare alle loro spesso inconfessate colpe, in sequenza di capitoli, Msi, Alleanza nazionale e Fratelli d’Italia.
Il fil rouge che lega le varie parti è, come era scontato, la mai celata ostilità verso il soggetto, che si esprime in primo luogo attraverso un uso bulimico di aggettivi ed avverbi sprezzanti.
Ad una prima rapida cernita se ne possono trovare almeno una quindicina (ma un attento ripasso di sicuro ne individuerebbe altri): goffo, tentativo goffo e maldestro, testi vaghi e triti, stile vacuo e retorico, espressioni altisonanti ma fruste, ampollosa retorica, quasi assenza di contenuto, dialettica fasulla, affermazioni contraddittorie e prive di senso, espressione priva di logica, documento impoverito semanticamente, retorica degenerata, sopraffazione verbale (queste due ultime perle sono ricavate da Eco), immagine distorta della realtà, funzione mistificante di testo e immagine. Naturalmente riferiti alle pratiche comunicative, verbali e visive, dell’aborrito bersaglio del saggio.
Un attacco frontale così smaccato, affidato esclusivamente all’invettiva, rischierebbe però di scioccare il lettore non prevenuto, ammesso che questo libro possa averne, dissolvendo di primo acchito l’alone di scientificità che i titoli dell’autore renderebbero plausibile.
A sostegno dell’intento accusatorio che la pubblicazione persegue viene dunque messa in campo una seconda strategia: quella dell’insinuazione.
Le congetture ardite
I materiali raccolti vengono dunque classificati come «artefatti prodotti in modo accorto con intenti precisi», primo dei quali l’invio di messaggi subliminali riservati, per dirla di nuovo con Novelli, a «un’élite colta in grado di leggerli e decodificarli» e nel contempo «finalizzati ad influenzare il pubblico in maniera inconsapevole».
Appare qui una macroscopica incongruenza dell’intero lavoro.
Se, come si afferma lungo l’intero corso del volume, l’obiettivo del presunto doppio linguaggio dei manifesti dei partiti in causa è stato l’allargamento dei margini di consenso – ovviamente raggiungibile solo penetrando in fasce di pubblica opinione non già acquisite all’Idea (altro termine che ossessiona Cheles) –, perché mai, invece di distaccarsi da qualunque cliché fascista, la classe dirigente missina avrebbe dovuto farcire la propria comunicazione di ammiccamenti al Ventennio? A quale «élite colta» abile nel coglierne i significati reconditi sarebbe stato indirizzato quell’espediente?
A una cerchia ristretta di militanti, suggerisce l’autore. Ma se questi – di rado colti – erano già conquistati, a che scopo farli oggetto di questa occulta manovra?
L’unica ipotesi plausibile sarebbe la convinzione dell’esistenza, in seno all’opinione pubblica dell’Italia repubblicana, di una massa di fascisti “dormienti”, quelli che avevano a lungo espresso il loro consenso per le imprese del Duce, che solo il richiamo dei tempi in cui “si stava meglio” avrebbe potuto risvegliare. Ma che di quel consenso il regime avesse goduto è uno dei dati che Cheles più si accanisce a negare.
Di questo palese controsenso, però, lo “studioso visuale” non si cura e tira dritto per la sua strada, in plateale spregio del richiamo weberiano all’avalutatività come dote fondamentale di chi studia la politica, anche a costo di ricorrere a sotterfugi, come quello di inserire nell’analisi della propaganda figurativa dei tre partiti della Fiamma materiali di gruppi più radicali, come Forza Nuova, Fiamma tricolore, Terza posizione o Casa Pound (si sa, di queste erbe si può fare un fascio…).
Ne nasce una raccolta di congetture strampalate, accostamenti al limite del ridicolo (e oltre), supposizioni prive di riscontri oggettivi, affermazioni facilmente smentibili. Che purtroppo, però, soltanto chi ha una almeno decente conoscenza dell’argomento riconosce immediatamente come tali, mentre a chi ne è privo rischiano, in tempo di social, fake news e “post-verità”, in cui chi le spara più grosse più è seguito, di apparire plausibili.
A fare maggiormente le spese di questo approccio – per la verità probabilmente frutto assai più di nevrosi e/o paranoia che di una consapevole volontà manipolativa – è, inevitabilmente, il Msi, cioè il partito la cui matrice neofascista è innegabile.
La sua iconografia lascia campo libero alla fantasia dell’autore, che inizia con alcune ipotesi quantomeno accettabili, seppure spesso condite da accenti poco consoni al linguaggio dell’accademia (il «fanatismo ultranazionalista», l’«anticomunismo forsennato»), sui richiami al vecchio regime di alcuni simboli ed immagini dei primi anni di vita del partito, per poi rapidamente incanalarsi sulla via degli accostamenti tanto malevoli quanto grotteschi (come ogni lettore non prevenuto può constatare confrontando le affermazioni di Cheles con le immagini corrispondenti).
Ci si trova così di fronte ad un nastro tricolore «a mo’ di fascio» riprodotto su una tessera, alla fiaccola scelta come simbolo dalla Giovane Italia accostata alle «fiaccolate militari notturne e [al]le azioni distruttrici degli squadristi», ai manifesti del 1970 che con slogan come Aiutateci a difendervi «condividono il culto fascista per il gesto eroico» e con la frase Nostalgia dell’avvenire «richiama[no] l’esaltazione mussoliniana della romanitas e l’esortazione a emularla per conquistare un futuro glorioso» e «rendono omaggio alla Repubblica di Salò».

L’elenco completo di questi accostamenti azzardati e immaginifici richiederebbe un intero fascicolo [ahi, che termine…] di questa rivista, cosa che non ci possiamo consentire, ma privare chi ci legge di un campionario delle presunte «prove» care a Novelli sarebbe una vera cattiveria. Diamo quindi spazio ad un certo numero di esempi.
In ordine cronologico, Cheles vede nei libri tenuti sottobraccio dalla ragazza che campeggia nel già citato manifesto Nostalgia dell’avvenire del 1970 «un motivo che allude probabilmente alla fantasia erotica della “scolara procace”», per poi notare un’inversione di tendenza a partire dal 1975, quando nei manifesti missini la donna passa ad assumere «un atteggiamento che ricorda quello della Vergine dei santini», accentuando, con l’assenza di sfondo colorato, «le connotazioni religiose» delle figure femminili «per presentarcele come degne di venerazione», con tanto di evocazione del manto e dell’abito di Maria (ma la scritta impressa sul poster richiama invece il «ritmo ternario che ricorreva spesso nei discorsi mussoliniani».

Proseguendo, in un manifesto della campagna antidivorzista che ritrae una giovane coppia con un bambino in braccio, «il passo scherzosamente sincronizzato della coppia è con ogni probabilità il passo dell’oca» e «l’intersecarsi delle loro gambe forma la lettera “M”, che corrisponde al monogramma mussoliniano, riprodotto ovunque durante il ventennio».
Basterebbero questi accenni per indurre chi abbia letto alcuni lavori precedenti di Cheles della vera identità dell’autore di queste pagine.
Ma, proseguendo nella lettura, si è costretti a rassegnarsi: è proprio lui, travolto dal trauma psicologico dell’approdo dei nipoti degli “esuli in patria” di un tempo nelle stanze del potere governativo. Così ci si deve arrendere di fronte al susseguirsi di frasi e affermazioni sconcertanti che riempiono quasi ogni pagina.
Non ci vengono così risparmiati né la somiglianza di un carabiniere, ritratto come potenziale bersaglio del terrorismo, con un ritratto di Mussolini in uniforme, che avrebbe lo scopo di «presenta[re] l’esecuzione di Mussolini da parte dei partigiani come un atto terroristico» e di «dipinge[re] i terroristi di sinistra come gli eredi della Resistenza», né, addirittura, un parallelo fra il referendum sul divorzio del 1974 con il plebiscito del 1934, che, per il suo 96,25% di voti favorevoli al regime, «si prestava ad essere interpretato dal Msi come un presagio favorevole».
Per non parlare poi dell’ammiccante paragone fra le immagini delle folle presenti ai comizi di Almirante e quelle accorse mezzo secolo primo ad acclamare il duce, accompagnate dalla convinzione che, a quel tempo, «nessun partito avrebbe osato raffigurare su un manifesto il proprio leader davanti a una folla», facilmente smentita dalle immagini di Berlinguer in mezzo alla massa dei simpatizzanti diffuse dal Pci e reperibili senza sforzo su Google.
Neanche il “lavacro” di Fiuggi induce Cheles a rivedere i suoi criteri, la cui applicazione alle vicende di Alleanza nazionale rende ancora più evidente il pregiudizio che li ispira.
Si inizia subito: la «vasta distesa di mare calmo» sovrastata dal sole che figura sul manifesto che annuncia il convegno di nascita di An, si chiede il Nostro, non si sarà mica ispirata a «una cartolina fascista del 1922 che ci mostra una distesa di camicie nere che convergono in file ordinate verso un orizzonte rischiarato dalla faccia di Mussolini»? Probabile.
E che dire del carattere tipografico «Ultras liberi» utilizzato dall’organizzazione giovanile, detto in gergo Fasciofont? Una prova eclatante delle torbide consonanze fra passato e presente, in un partito che dietro la facciata moderata non aveva mai reciso «il cordone ombelicale con il fascismo».

Consapevole che questa sua convinzione non è unanimemente condivisa neppure nel suo campo, in cui spesso si manifestano più o meno strumentali rimpianti per l’uomo che aveva parlato di Male Assoluto nella visita allo Yad Vashem, Cheles si intestardisce, nel capitolo, a cercare indizi degli sforzi compiuti per presentare Fini ai simpatizzanti come «degno successore del Duce», a costo di cadere a più riprese nel ridicolo.
Si assiste così ad una sorta di caccia agli inesistenti saluti romani del Fini del dopo-Fiuggi infarcita delle più strampalate insinuazioni: immagini «ambigue» in cui il gesto ricercato sarebbe «semi-celato», «camuffato da gesto di saluto», o «stranamente congelato: un braccio parzialmente sollevato con le dita piegate» o ancora «con la mano destra distesa orizzontalmente, vista di profilo e l’altra aperta in evidenza», per finire con la pirotecnica equiparazione delle braccia conserte a un saluto romano… potenziale.
Una maniacale ricerca che porta ai più inverosimili accostamenti: la celebrazione del decennale di An come ideale prosecuzione della mostra della Rivoluzione fascista del 1932, gli aeroplanini presenti su una cravatta di Fini come allusione alle capacità aviatorie del Duce, le inquadrature fotografiche del leader che «sembrano seguire una tipologia mussoliniana», l’«inconfutabile» rassomiglianza fra un operaio con un casco in testa raffigurato nel manifesto di un convegno sul lavoro e un ritratto di Mussolini con cappello piumato da bersagliere, la parola «produce» usata per solleticare una assonanza con «pro/duce» (!) e persino il titolo del Secolo d’Italia sull’«abbraccio oceanico» dei fedeli accorsi a Roma per il funerale di Giovanni Paolo II scelto per evocare le ducesche «adunate oceaniche».
Scienza e propaganda

Decine e decine di altri gustosi esempi si potrebbero enumerare per mostrare sino a quali vette di esasperazione si spinga il mix di miopia e strabismo dell’esperto di visual studies abitato dal demone giacobino della squalifica del Nemico.
Ma la stiamo davvero tirando per le lunghe e si avvicina il momento di tirare le somme di questa lettura, per certi versi involontariamente esilarante e per altri deprimente, almeno per chi pensa che la scienza sia una cosa e la propaganda un’altra. Non si possono tuttavia scavalcare le 58 pagine dedicate dal libro a Fratelli d’Italia senza chiarire che anche a Meloni e ai suoi vengono dedicate adeguate attenzioni.
Se già in precedenza aveva scritto di una Giorgia Meloni che si era «fatta ritrarre seguendo tipologie mussoliniane», in «un’evidente espressione di venerazione» per il defunto dittatore, nelle pagine dell’apposito capitolo il gioco si fa ancora più duro, asserendo che «sin dagli anni del suo impegno nel movimento giovanile di An, Meloni ha fatto un ampio uso dell’iconografia del Ventennio, nonché delle espressioni verbali mussoliniane».
E non solo, perché Cheles è rimasto «turbato» dall’uso di una Zeta barrata nei manifesti dei giovani di FdI, che fa risalire nientemeno che all’insegna della divisione della Waffen SS Panzergrenadier, su cui si dilunga per una pagina, e soprattutto dalla congerie di reminiscenze dell’esecrato Ventennio che crede di aver individuato nei manifesti della kermesse annuale di Atreju: omini-robot stilizzati dal braccio tesi, numeri 1 che paiono fasci littori, «figure in corsa pronte a travolgere chiunque le intralci» che lo fanno pensare alla marcia su Roma, un richiamo a re Artù in cui «potremmo rinvenir[e] una velata celebrazione dell’“Uomo della Provvidenza”» (ma sì!). Ma è soprattutto sull’attuale presidente del Consiglio che si appuntano i suoi strali.
È a tutti noto che alla sua immagine e al suo eloquio Meloni attribuisce una funzione cruciale per la conquista e il mantenimento del consenso, personale e del partito che, con forte personalizzazione, dirige. Ed è quindi su questo versante che Cheles sferra la maggior parte dei suoi attacchi.
La sua ripetuta affermazione «non mi adeguo e non mi piego» è una delle prime ad essere incriminata, perché «l’uso del verbo “piegare” forse non è casuale. Per il fatto che è spesso associato ai termini “ferro” e “acciaio”, materiali e sinonimi di forza, era caro a Mussolini».
E che dire della frase «La storia ci ha dato ragione», pronunciata in un comizio del luglio 1922, se non che l’espressione volesse alludere all’intervista-testamento del Duce? Ma non basta.
Un’altra frase all’apparenza innocua, «Non tradiremo gli italiani», all’intellettuale-militante pare «alludere al “tradimento” dell’8 settembre 1943».
E nel catalogo non potevano mancare le frequenti citazioni dell’opera di Tolkien, le cui abusate «radici che non gelano» sono, ça va sans dire, da collocare in «un periodo ben preciso, quello fascista».
E l’ancor più incolpevole San Francesco, perché nella sua evocazione durante il discorso per la vittoria elettorale, Cheles è «tentato di vedere un ennesimo riferimento al fascismo, perché il santo di Assisi […] era molto apprezzato in quegli anni e un sacerdote aveva persino scritto un libro paragonando il Duce al mite e frugale frate».
Si potrebbe pensare che la filippica possa arrestarsi qui, ma le cose stanno altrimenti, perché resta lo spazio per sostenere che l’elogio meloniano della Ferrari come esempio di successo dell’industria italiana sia dovuto al fatto che Dino, il figlio dell’ingegner Enzo, «aveva chiesto di essere sepolto in camicia nera».
E soprattutto c’è da rovistare, alla ricerca di tracce occulte di fascismo nelle vene di FdI, nelle «caratteristiche iconiche» di Giorgia Meloni, «apparsa con frequenza in pose mussoliniane sui manifesti, nella stampa del partito e nella sua comunicazione social» in fotografie «che la ritraggono con il braccio teso e/o la mano esibita con le dita chiuse» (una delle quali sarebbe stata modellata su un ritratto celebrativo di Mussolini del 1932 (sic).

Similitudini con la maschia figura dell’Uomo di Predappio che non impediscono alla presidente di Fratelli d’Italia di ricorrere ad altre armi di seduzione visiva, come il «fascino misterioso», il «sex appeal», la «capacità di “graffiare”», l’«aspetto languido» (che però indicherebbe un «atteggiamento di subalternità»), ma anche (repentina inversione di rotta) «una femminilità convenzionale e costruita ad arte secondo i canoni dello star system» che «serve a mascherare il suo ingombrante retroterra ideologico e rendere meno ostiche le sue idee estremiste».
Il tutto, ovviamente, per camuffare la «presenza invariata dell’immaginario littorio» nel partito apparentemente afascista, gli «eclatanti richiami al Ventennio presentati sotto sembianze ordinarie», i «riferimenti reconditi al nazifascismo [che] tendono a sfuggirci perché questo repertorio figurativo e verbale è ormai scomparso dalla nostra memoria collettiva».
Un’operazione di mascheramento talmente ben riuscita da aver fatto sì che «le allusioni al Ventennio e alla Repubblica di Salò non siano state colte dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ANPI».
Manuale di faziosità
Giunti alla fine della lettura dell’opera, non senza averne raccolto le grida di dolore per la nefasta opera di riscrittura della Storia dell’attuale destra, la preoccupazione per l’assegnazione di ruoli ministeriali e burocratici a personaggi dal passato militante del neo e postfascismo e per il pericolo che in Italia «si instauri gradualmente un sistema autoritario sul modello di quello polacco e ungherese», è venuto il momento di tirare le somme.
E queste non possono che condurre in un’unica direzione: il dispiacere – a dir poco – per aver visto sprofondare nella nevrosi passatista che tanto male sta facendo alla sua parte politica uno studioso che in precedenza aveva saputo offrire buone prove delle sue qualità.
Non c’è, in queste pagine di Cheles, malafede: è evidente che, purtroppo, egli crede a ciò che sostiene.
Sovrapporre le sue elucubrazioni alla realtà è in lui una sorta di coazione a ripetere, provocata dallo choc elettorale del settembre 2022 e dal suo seguito. Il suo è un libro che può convincere solo chi è già convinto – e vuol continuare a farsi convincere per non arrendersi alla depressione – e le cui argomentazioni crollano come il fatidico castello di carta alla sola vista degli sconcertanti e incongrui accostamenti fra le immagini proposte nella sezione iconografica.
È un manuale della faziosità che mette in risalto in modo spietato l’incapacità di gran parte dell’odierna sinistra di fare i conti con la realtà politica venutasi a creare nel paese.
Ed è anche una prova di ingenuità dell’autore, che nei suoi arditi paragoni sopravvaluta grandemente i suoi avversari, credendoli in grado di costruire la propria grafica sulla base della conoscenza di un patrimonio artistico e propagandistico (quello del Ventennio) di cui, a differenza sua, non hanno mai disposto.
Suggerendo, insinuando, travisando, Cheles non solo non riesce ad offrire una comprensione migliore e più documentata degli ambienti che avversa, ma contribuisce solo a rendere ancora più difficile l’interpretazione delle loro dinamiche.
Un vero peccato, per lui e per noi, a cui le recensioni di fogli e colleghi compiacenti, esibita nella quarta pagina di copertina, non possono rimediare. E che ci ricorda, per l’ennesima volta, la validità di un celebre motto popolare: il vizio imputato ad altri sta, prima di tutto, nell’occhio di chi guarda.
Marco Tarchi
[Marco Tarchi, Vedo Nero, Diorama Letterario N. 386]
Link “Appunti”: https://appunti.substack.com/p/vedo-nero?utm_source=publication-search
