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Louis-Ferdinand Céline. «Londra»

Louis-Ferdinand Céline
Londra

(Londres, Gallimard, Paris 2022)
A cura di Régis Tettamanzi
Trad. di Ottavio Fatica
Cura editoriale di Ena Marchi
Adelphi, 2025
Pagine 504

[A un’analisi più completa di questo romanzo conto di dedicare prossimamente un saggio che uscirà su rivista ma ho voluto segnalare anche qui il nuovo volume di Céline, che sarà nelle librerie a partire da domani]

È superfluo dire che è un capolavoro. Qualunque cosa scritta da Céline lo è o lo diventa. Anche per questo il ritrovamento dei manoscritti trafugati nel 1944 dall’abitazione dello scrittore non costituisce soltanto uno dei maggiori eventi letterari del presente ma è un dono che il mondo fa a se stesso, alla propria intelligenza, al disordine, alla miseria.
«Voglio mangiare la vita, io» (p. 374), divorarla, digerirla, evacuarla nel tempo e nella parola. La parola esatta, splendente, espressionistica e plebea che intesse la musica di Céline, che si ascolta a ogni pagina e riga delle sue opere e che in Guerra Londra perviene a una luccicante potenza.

In continuità ma anche in autonomia da Guerra, il romanzo che narra di Ferdinand ferito e curato in Francia, Londra ne immagina la vita dopo essere arrivato nella capitale britannica insieme ad Angèle, la sua amica puttana. La storia d’amore con questa donna è uno dei nuclei del libro ed è l’evidenza di tutto l’ingorgo di desiderio, di possesso, di egoismo e di slancio che costituisce la passione amorosa. «Vicino a lei ero rincoglionito perso» (98). Vicino a lei, lontano da lei, dentro di lei emergono in modo netto, lancinante e beffardo il piacere, la ruminazione e la morte ai quali gli umani dedicano il loro tempo, offrono se stessi.

Angèle è mantenuta da un ricco britannico, Ferdinand abita in una pensione insieme a numerose prostitute e papponi francesi che hanno disertato e che a Londra hanno trovato rifugio. Un ambiente di intrinseca malavita che la polizia tiene d’occhio, tollera, ricatta, sfrutta. In questo mondo di espedienti e di demente violenza l’umanità – tutta l’umanità – appare per come essa è davvero nella «profondità delle cose» (55), nel «delirio» (61) che intesse i comportamenti e le ore, che fa della vita una struttura senza giudizio, senza misura e senza significato, una struttura al di là del bene e al di là del male.

La vita malata e potente accade dentro una città dalla quale il narratore è affascinato, dentro cui Céline si immerge come in una placenta alcolica. Londra è infatti lo spazio totalizzante della narrazione. La sua molteplicità, i suoi quartieri, i paesaggi urbani e rurali, la sua nebbia che «porta via il rumore, la forma, il tempo» (71), il suo fiume: «è bello il Tamigi. È la notte del mondo che scorre, sotto i ponti. Si alzano come braccia per farla passare» (72).

Anche in questo luogo, e non soltanto quando stava al fronte, il rifiuto céliniano della guerra è totale. Essa è «il vizio, quello vero» (194), «è una immensa perversione» (391). La passione di Céline per la medicina è probabilmente anche un modo per opporsi a questo vizio, a tale perversione. Un interesse che nasce appunto a Londra, dall’incontro con il dottor Yugenblitz, medico ebreo in fuga da cento frontiere e pronto a intervenire ogni volta che lo chiamano.

Andare a curare la gente insieme a Yugenblitz «mi attirava come la luce» (147), nella volontà di «guarire tutte le malattie degli uomini, non dovevano più soffrire quegli schifosi» (151). Davvero non li poteva vedere soffrire gli umani Céline, non poteva vedere soffrire quest’«orda becera, crescente, infaticabile, servile e baldanzosa» (144), questo mostro che abita in ciascuno di noi.

Come in Morte a credito ma in maniera molto più pervasiva, esplicita e sistematica, questa potenza si esprime nella forza del desiderio, dell’eros, di una sessualità molteplice e selvaggia. Protagonista è naturalmente la donna. Prima di tutto Angèle, poi le altre prostitute. Al desiderio, all’eros, al sesso in tutte le sue forme sono dedicate le pagine forse più straordinarie del romanzo, che non vanno commentate – ne verrebbero impoverite – ma semplicemente lette, conosciute.

Lette nella loro tenerezza: «I seni di Angèle erano divini, vi dico, come miracolo d’Oriente di dolcezza e pesantezza al tempo stesso. Nessuno ha mai fatto niente di meglio. Come adagiati sul cielo» (260).

Lette nella loro tensione: «Sono belle le cosce enormi che godono, si tendono a scatti tutto il tempo. Come se sotto la pelle passasse un coltello. Boro ha la bocca piena del suo piacere» (210).

Lette nella loro potenza: «Allora, quando ho detto così, è come se tutta la sua forza fosse passata nel culo. È diventata così potente di culo come una specie di mostro che si è gonfiato per un dolore orribile, grande come il mondo intero, che oscilla, si scarica al posto vostro nel sedere che stringe, il cazzo pieno di merda, fino al cuore della carogna, con la luce dappertutto, gli occhi pieni, ha ragione lei, che decolla…» (224).

In Londra il sesso così raccontato e descritto mostra davvero e sino in fondo chi sia Céline, che cosa sia Céline: uno scrittore capace come nessun altro di trasformare la brutalità in bellezza, l’abisso in arte. Ma non esattamente ‘come nessun altro’. Esiste infatti uno scrittore che allo stesso modo di Céline ha immerso la sua scrittura nella perversione e nel male umano, traendone luce. Questo scrittore è naturalmente ProustLondra è anche un romanzo proustiano. Formula alla quale Céline sarebbe probabilmente inorridito ma che non per questo è meno vera. È proustiano infatti l’itinerario dentro l’abisso, dentro il buio così come esso emerge e splende nelle vicende sociali – «il gran mondo in fin dei conti ci affascinava» dice Ferdinand del suo gruppo di puttane e magnaccia (87). È proustiana la centralità della guerra, la stessa Prima guerra mondiale narrata da Proust. È proustiano il bisogno erotico e le sue perversioni, siano esse di Angèle o del Barone di Charlus. È proustiano il disincanto sull’illusione amorosa: «capire bene e per sempre quanto è buffo il verbo amare» (391). E soprattutto è proustiano il giudizio netto e distaccato che viene pronunciato sulla nostra specie: «Mi chiedevo se la guerra sarebbe finita tra uno o dieci anni, come dicevano alcuni. Cercavo di ricordarmi come erano gli uomini prima della guerra. Erano già una bella accozzaglia di pezzi di merda» (389).

L’umano come escremento, le cui viscere sono infatti strabordanti di escremento. Tutto un organismo meritevole solo di evacuarsi.

E proustiano è il fatto che tutto questo è letteratura, è solo grande immensa letteratura. Ha infatti ragione il curatore del libro, Régis Tettamanzi, a osservare che i temi e lo sfondo di Londra sono gli stessi di Guignol’s Band (il romanzo incompiuto uscito nel 1944) ma dai quali scaturiscono «due storie che non hanno (quasi) niente a che vedere l’una con l’altra – definitiva affermazione delle seduzioni e dei poteri della letteratura» (p. 25). Piena conferma di quanto Céline scrisse come premessa al Voyage au bout de la nuit:

«Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza.

Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai.
E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi.
È dall’altra parte della vita»
(Viaggio al termine della notte, Corbaccio 1995, p. 11).

Londra è un romanzo estremo, a volte insostenibile (caveat per le anime sensibili). La violenza lo pervade per intero. Violenza verbale, violenza fisica, violenza sessuale. Lo pervadono l’abiezione, l’aggressività, la demenza dei comportamenti, il vuoto delle esistenze, le droghe, l’alcolismo, la miseria universale.

E tuttavia lo splendore della scrittura (nell’ottima traduzione di Ottavio Fatica) produce una metamorfosi. Ogni anfratto di schifezza ne viene come trasformato in un linguaggio che il lettore vorrebbe non finisse mai, in un’opera che trasmette la gioia autentica dell’apprendimento del mondo, qualunque sia il suo limite e la sua condizione. Limite e condizione che la parola di Céline trasforma in pienezza, in assoluto.

Alberto Giovanni Biuso

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