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Metapolitica

«Perché Thomas Piketty sbaglia»

Pubblichiamo questa riflessione di Stéphane Rozès che ci sembra apporti un interessante chiarimento sui dibattiti non solo politici del momento. La sua critica a Piketty è azzeccata.

Stéphane Rozès è politologo, presidente di Cap (Conseils, analyses et perspectives) e docente presso Sciences Po e HEC. Ha pubblicato «Chaos. Essai sur les imaginaires des peuples» (Éditions du Cerf, 2022).

Correlazione non significa causalità.

Il passaggio dalla questione sociale alla cosiddetta questione «identitaria» non deriva dall’abbandono meccanico della prima a favore della seconda.

Le rappresentazioni collettive non funzionano come le serrature. Il fenomeno rientra in un processo più complesso, che sfugge a Piketty perché, per ragioni ideologiche, egli utilizza il termine «identitario» come categoria squalificante, il che gli impedisce di riflettere sulla questione nazionale. Di conseguenza, non riesce a cogliere la differenza tra liberalismo, neoliberismo e ultraliberalismo.

Ora, per comprendere le dinamiche contemporanee è indispensabile distinguere questi tre regimi.

• Il liberalismo indica un pensiero e una realtà politica ed economica che articolano l’economia di mercato, le nazioni e le democrazie liberali. Lo Stato è concepito come strumento di dominio di classe o come arbitro dei rapporti sociali.

• L’ultraliberalismo costituisce un rapporto sociale interno al liberalismo. Esso accentua la prevalenza del capitale sul lavoro, alimenta la precarietà e mette in discussione le conquiste sociali.

• Il neoliberismo segna una svolta. Si basa sul capitalismo patrimoniale e finanziario, trascende i rapporti sociali nazionali e istituisce governi statali e internazionali postnazionali e sovranazionali. La sua forza motrice è la globalizzazione economica, finanziaria e digitale, guidata dai mercati e dalla tecnologia.

Questo regime neoliberista sostituisce le sovranità nazionali e popolari, nonché la democrazia liberale, trasferendo le decisioni politiche degli Stati a organismi transnazionali orientati dalla logica dei mercati e della tecnica.

Il diritto, compreso lo Stato di diritto, diventa quindi uno strumento diretto contro la sovranità dei popoli, ovvero contro la democrazia, che etimologicamente significa il potere del popolo esercitato dal popolo.

L’Unione europea è il laboratorio più completo del neoliberismo: funziona attraverso procedure che consentono di nominare, e non di eleggere, i suoi leader.

Le società occidentali, alimentate sia dai loro diritti interni che dalla globalizzazione economica, finanziaria e digitale capitalista, hanno generato questo neoliberismo.

Questo ha destabilizzato l’immaginario collettivo dei popoli e i compromessi socio-politici organizzati all’interno degli Stati-nazione.

Siamo ormai giunti a un punto in cui la globalizzazione produce una tale spoliazione democratica che i popoli, sentendosi privati dell’essenziale, ovvero il controllo del proprio destino, si chiudono in se stessi.

La crisi pandemica lo ha confermato: in tutte le civiltà, le comunità umane mettono da parte la prosperità economica e persino le libertà individuali per preservare la capacità di affrontare insieme i pericoli.

Il ritorno delle nazioni deriva quindi da questa volontà di riprendere il controllo della situazione.

Non si tratta solo di preservare i rapporti sociali, ma di ripristinare la sovranità nazionale, che è la condizione della sovranità popolare, della democrazia e, in Francia, della Repubblica.

Per quanto riguarda la questione dell’immigrazione, la sua prevalenza in tutte le società europee e occidentali non deriva da un desiderio rabbioso e infantile di «vendicarsi dei migranti», ma dal fatto che essa concentra la questione del controllo del destino di una nazione: il controllo politico delle sue frontiere, la questione culturale attraverso l’integrazione e la questione sociale attraverso la pressione che esercita sul rapporto capitale/lavoro e sul modello sociale.

Piketty, come la maggior parte dei marxisti volgari ed economicisti, rimane cieco di fronte a questo processo.

Post-nazionalisti, neoliberisti di sinistra, pensano di combattere l’ultraliberalismo mentre in realtà assecondano il neoliberismo.

Aderendo ai principi politici fondamentali dell’Unione europea post-nazionale in nome del progressismo, hanno creato il quadro neoliberista che ha permesso l’affermarsi dell’ultraliberalismo.

Negando la nazione, hanno paradossalmente favorito il nazionalismo.

La Francia, tuttavia, è la patria della nazione, non del nazionalismo.

Questa sinistra neoliberista progressista, abbandonando i fondamenti storici della sinistra – la nazione, la Repubblica, la laicità, la questione sociale, la classe operaia – non solo sta gradualmente scomparendo, ma ignora anche il perché.

In cambio, senza comprenderli, delegittima le ragioni dei popoli.

Stéphane Rozès

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.

Il G. R.E.C.E. Italia presto approfondirà la questione dell’integrazione che a parere nostro è un ossimoro, un nonsenso che indubbiamente ha a che fare con l’immancabile circolazione delle merci e degli esseri umani, peculiarità della globalizzazione ma ancor prima della mondializzazione.

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