Sull’onda emotiva del tragico accoltellamento in un istituto tecnico di La Spezia e per rimarcare la vocazione securitaria del governo italiano in carica, il ministro Valditara ha proposto l’introduzione del metal detector nelle scuole che ne facciano richiesta. Soluzione del tutto propagandistica, sia perché – fortunatamente – i delitti all’arma bianca non risultano così diffusi fra le mure scolastiche, sia perché rimane poco chiaro a chi dovrebbe spettare il ruolo di scannerizzare gli studenti. Al personale Ata (bidelle e bidelli, per capirci)? Ai docenti? Al dirigente scolastico? Che ne penserebbero i sindacati di categoria? O forse il ministero dell’Interno è così ricco di effettivi da toglierli dalle strade per posizionarli negli atrii scolastici?
Scherzi a parte, il fatto di cronaca ha di nuovo sollevato il dibattito sulla necessità o meno della famigerata “educazione all’affettività” nei curriculum scolastici. Altra ricetta astratta, puramente intellettualistica. Non è di ulteriore retorica che hanno bisogno i giovani, ma di sperimentare le conseguenze delle loro azioni.
A ben vedere, il problema della violenza giovanile, reale al di là della tragedia di La Spezia, non riguarda tanto l’educazione affettiva, ma quella alla gestione della propria aggressività. Abbiamo forse bisogno di un’educazione alla violenza. Gli antichi erano molto più realisti di noi, che pretendiamo di eliminare la violenza di ultras e maranza con leggi repressive o bla bla rousseauviani su quanto è buono l’uomo in natura se la società non lo corrompe o se ha letto abbastanza libri, come ha suggerito Daniel Pennac, con l’ingenuità di chi pensa che il mondo sia una grande libreria Feltrinelli.
Gli antichi accettavano la necessità cosmica (rappresentata dall’Ares greco e dal Marte latino) e storica dell’aggressività, presente per esubero di energie fisiologiche, soprattutto nei giovani maschi. Non negavano quella marzialità, ma la educavano e le davano un scopo sociale con la guerra. Ovviamente oggi non si tratta di incentivare razzie ai danni delle Sabine o di organizzare la vita giovanile con pure e grezze soluzioni spartane, ma di permettere uno sfogo e di dare una disciplina a quella forza in eccesso.
Chi è frequenta quotidianamente ragazzi fra gli 11 e i 18 anni circa vede chiaramente il loro bisogno di contatto fisico anche violento, per misurare le proprie forze, i propri limiti. Rispondere a tali bisogni con lezioni sulla nascita dell’Onu e giornate della memoria non è sufficiente. Può anzi diventare controproducente.
Dovremmo semmai proporre loro la lotta greco-romana o qualche altra arte marziale, nelle palestre scolastiche, per imparare l’autocontrollo, il rispetto dell’avversario, le conseguenze delle proprie azioni, il senso del dolore inflitto e subito. Per tutti, maschi e femmine, nelle ore curriculari, sotto la supervisione dell’insegnante di Scienze Motorie e la collaborazione esterna di professionisti seri e preparati, consci del loro ruolo educativo. Almeno una preparazione di base, per maschi e femmine, anche per apprendere tecniche elementari di autodifesa. Gli studenti intenzionati ad approfondire la disciplina volontariamente potrebbero usufruire in seguito di laboratori pomeridiani.
Ovviamente tale soluzione non sarebbe una panacea universale e dovrebbe essere equilibrata da una reale educazione al sentimento. Reale perché anche quest’ultima dovrebbe essere portata in modo pratico, non teorico e retorico. Con l’arte drammatica.
Quale arte meglio del teatro insegna a mettersi nei panni dell’altro, a rispettarne i tempi, le pause, a “sentire” il prossimo, a comprendere le emozioni? Non si tratta di pretendere che tutti poi diventino attori, ma di educare veramente all’affetto e agli effetti.
I classici del teatro, della narrativa e della poesia, se portati non in modo nozionistico, hanno parecchio da insegnare anche riguardo alla gestione delle emozioni e delle pulsioni. Si pensi solo agli stilnovisti, a Dante, Petrarca, Leopardi, Manzoni, Ungaretti. È più difficile mancare di rispetto ad una donna, se si è assorbita la visione del mondo e dell’amore di un Petrarca. Invece di pretendere che i giovani diventino pacifici con le lezioni di educazione civica o trattarli come criminali, dobbiamo accettare e pilotare la loro fame di realtà, che troppo spesso sfocia in esperienze estreme, violente verso il prossimo o autolesionistiche.
Ripetiamo, a scanso di equivoci: una tale proposta non pretende di risolvere tutti i problemi della gioventù, della scuola, di una società sempre più complessa e caotica. Meno che mai di eliminare del tutto la malvagità umana, che rimarrà un mistero.
Ma samurai d’Occidente, cavalieri senza macchia del terzo millennio, ksatriya postmoderni, come minimo, potrebbero crescere.
Luca Negri
