Il tributo a Giuseppe Del Ninno vergato da Francesco Marotta, e incluso in appendice nella nuova edizione di “Ecce Alien”, pubblicato da Inquadrature Perfette.
“[…] Di arte in senso lato come disciplina, di armonico sviluppo di tutte le facoltà, si fa riferimento alla realtà del rito come principio ordinatore, come archetipo che contribuisce a fondare l’identità. […]”
(G. Del Ninno, in A. de Benoist, Visto da destra: antologia critica delle idee contemporanee, Akropolis, 1981, p.23)
Giuseppe Del Ninno era dotato di una sensibilità maggiore del normale. Un retaggio, il suo, fatto di “differenze innate” che da questo punto di vista includevano una “capacità percettiva” che si faceva sentire nelle situazioni più diverse. Così come ha scritto Jung, “una dote in una personalità spesso contribuisce al suo fascino più di quanto non danneggi il carattere”.
Ad un occhio non attento, poteva sembrare un introverso. In realtà, era un uomo lungimirante e dalla visione coraggiosa. La sensibilità che lo caratterizzava e la sua “natura complessa” erano difficili da osservare in altre persone. Indubbiamente, era dotato di una personalità intelligente e di qualità positive di alto livello che, parallelamente alla detta sensibilità, hanno coinvolto all’unisono una profondità di pensiero fuori dal comune.
Il suo lascito è un vero e proprio scrigno. Più correttamente, il suo vivere, pensare, gli interessi verso determinate cose, aiutano a riflettere sulle molteplici interpretazioni di un talento che sapeva unire la misura di saggezza con il temperamento; la natura contraddittoria di un talento, dunque, fuori dall’ordinario, che badava bene a mantenersi sempre ben lontano dalle migliaia di rivoli dogmatici chiusi ad altre possibilità.
Giuseppe Del Ninno era indubbiamente un intellettuale, vale a dire un uomo che usa l’intelletto in ogni sua sfaccettatura; un uomo, insomma, che pensa. Le sue intuizioni sono radici di quercia, salde e profonde. L’iperspazio fantascientifico e gli universi paralleli, ad esempio, gli interessavano per via delle distorsioni del tempo che dovrebbero scandire l’ingresso in dimensioni diverse; dimensioni che, in realtà, sempre secondo il Nostro, rispecchiano un qualcosa di molto terreno.
A braccetto con l’immaginazione (intesa come facoltà cognitiva), riusciva perfettamente a connettere il senso del suo essere con l’esperienza vissuta. Molto piu’ semplicemente: il passato può aiutarci a comprendere ciò che è di là da venire. Questo però, nella misura in cui non diventano entrambi un’ossessione.

Scrittore dalla penna sopraffina, Giuseppe era parecchio contrario a quella fissità che assilla il campo delle idee. Nato a Napoli, pur vivendo a Roma, tutto ciò che ruotava attorno all’arte non lo lasciava indifferente. Una delle sue più grandi passioni era indubbiamente il Cinema.
Attento osservatore che riusciva a distinguere il grande Cinema dalla megamacchina cinematografica, analizzò più volte la rivoluzione digitale del film: il digitale come “cinema dell’origine ma con poca e nulla originalità”. Ad essere oggetto dei suoi studi, il “Sistema” produttivistico e normativo e la speculazione degli incentivi per il Cinema. Inoltre, cosa non da meno, poco sopportava tutto ciò che continuava a distogliere l’attenzione da cosa in realtà sia la Settima Arte. Lo scandalo dei fondi pubblici per il “cinema” svaniti nel nulla per pellicole dozzinali mai uscite in sale lo irritava molto.
Discorrendo di cose più serie, ça va sans dire, era ben conscio che se è pur vero che il Cinema nasce come mezzo tecnico, pensava giustamente che fosse piuttosto una conseguenza della techne nella sua accezione più alta: del sapere fare, Arte. Il suo ragionamento ed i suoi scritti ben evidenziano le insidie del produttivismo, dell’automazione e di quella assiologia cinematografica che si fonda sul credere il Cinema un tutt’uno con l’artificio e, poco o nulla, con le trame della vita.
Ecco cosa pensava di una certa visione dell’arte: una congerie che ben evidenzia un credo strumentale della tecnologia e dell’insopportabile movimento che scandisce i tempi cinematografici, priva di un’essenza ma ancor più di una vita. I film campioni d’incassi o dei record lo inquietavano parecchio. A catturare le sue attenzioni era l’ontologia di tipo funzionalista dei cinefili che vedono in un film una struttura di funzioni seducenti, trasformandosi a loro volta in parti integranti di quella struttura autoriproducente.
Il suo, estendendo il ragionamento, voleva essere un chiaro invito a pensare altrimenti. In breve, a porre l’attenzione su quel limite sottile ormai valicabile che separa l’attore, le comparse, i paesaggi, i differenti contesti e le scene di un film, distintamente dalla macchinazione dell’intelligenza artificiale che ne incomincia a prendere il posto.

Il sociologo Vanni Codeluppi, qui l’argomento d’indagine è la Pop Art, coglie in pieno la stessa deriva che attanaglia il Cinema: “non è più il pop a filtrare esteticamente il reale, è il mondo che definisce come proprio modello il pop nelle sue modalità più evidenti”. Il Cinema è assuefatto dall’idea che tutto debba essere ricondotto al potere della cinepresa, allo specialismo della regia e a quei copioni che sono ormai in serie (L’estetica del pop, Donzelli, p. 200).
L’industria cinematografica così come la conoscevamo è finita da un pezzo. Giuseppe Del Ninno fu tra i primi a capire quanto i software siano preminenti in rapporto al flusso delle comunicazioni, annichilendo le diverse identità degli attori e fornendo allo spettatore una identità del Cinema lontana dalla merce. Per essere più precisi, facendo passare in secondo piano (apparentemente) la mercificazione profittevole di un prodotto-cinema ed incorporando l’arte cinematografica nel “Sistema della Merce”. Mentre prima il problema era l’industrializzazione del Cinema, ora il fulcro dell’alienazione è l’estetizzazione del tecnologico. Il quale è di per sé un sosia dell’arte, un replicante del Cinema.
Le capacità espressive sono messe a dura prova da una perdita di identità evidente. A preoccupare ulteriormente Del Ninno, era inoltre il ruolo simbolico che ha da sempre caratterizzato la Settima Arte, rispetto al precedente. La soluzione, certo, non può essere un ritorno alla nostalgia dei bei tempi andati descritta lungamente da Régis Debray. Tanto meno non basta saper riconoscere quanto era importante contrapporre argomentazioni razionali al campo caleidoscopico delle immagini e delle rappresentazioni artistiche contemporanee. Per il Nostro era ed è un esercizio sterile.

Arturo Mazzarella, nel suo saggio pubblicato da Bollati Boringhieri e intitolato Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib, coglie nel segno. E’ difficile sottrarsi al dominio delle immagini, perché solo attraverso le immagini ci è possibile accedere alla realtà in cui viviamo. (p. 116). È molto probabile che Giuseppe avrebbe apprezzato questa riflessione, discettando sul concetto delle immagini di Guy Debord ne La società dello spettacolo. Il motivo è semplice: per il situazionista, il dominio delle immagini è raffigurato come un insieme di ampi cerchi concentrici dove lo sguardo viene ingannato. Per Arturo Mazzarella, “l’immagine più realistica non può fare a meno di comunicare attraverso l’artificio”. Esempio di ciò è un recente film di Riccardo Milani, La vita va così.
Alberto Giovanni Biuso, professore di Filosofia teoretica all’Università di Catania, ne ha perfettamente messo in luce il senso e le sfaccettature, fra il concetto di Heimat (patria/genitrice della vita e della comunità umana) e di Umwelt (mondo/ambiente che da senso a chi lo abita). Troviamo in questo film, nelle vicissitudini di Ovidio Marras, un pastore sardo che non si è arreso alle pressioni di investitori senza scrupoli che volevano costruire un resort di lusso sulla sua terra, sollievo e rigenerazione. Un’analisi che Del Ninno avrebbe apprezzato molto.
Ed è ancora lui a metterci in guardia da una possibile violazione dell’immagine e dalla conseguente esterofilia cosmopolita. D’altronde, il rischio di dipendenza dai simulacri che albergano nelle immagini, lo vediamo scorrere sul Grande schermo, è alto: trattasi delle contraddizioni della realtà sociale e dei cambiamenti antropologici e culturali che viviamo, oggetto di una feticizzazione dicotomica, intrisa del bene o del male (spesso entrambi). Cosa ben diversa dal porre l’attenzione e dal riconoscere le vere contraddizioni e le autentiche storture esistenti.
Uno dei lasciti di Giuseppe Del Ninno non è quello di liberarsi da loro. Bensì, è proprio quello di saperle individuare per quello che sono. Facile a dirsi ma non a farsi. Oggi è molto chiaro il crollo della dualità platonica tra realtà e rappresentazione, implosa nel mondo reale. Galleggiando in una condizione avulsa dal contesto, lì dove i criteri riconosciuti da tutti di verità e falsità sono fluidi: liquefatti, perché dicotomici.
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Un film molto conosciuto, Matrix, aprì nuovi interrogativi. Quando “Le Nouvel Observateur” intervistò Jean Baudrillard, l’argomento principale era l’uscita del film Matrix Reloaded. Purtroppo, parecchie delle sue risposte passarono in secondo piano: “Tutto quanto appartiene all’ordine del sogno, dell’utopia, della fantasia, qui è dato a vedere, ‘realizzato’. Siamo nella trasparenza integrale. Matrix è un po’ il film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice”.
La risposta ai quesiti del film è la stessa descritta da McLuhan, cosa che Baudrillard conosceva benissimo: “il messaggio di Matrix è la sua stessa diffusione, per contaminazione proliferante e incontrollabile” . Ai giorni nostri diremmo virale.
In conclusione, è lecito chiedersi se il Cinema ha perso il suo ethos. Vale a dire l’essenza dell’uomo nel Cinema. Chissà, non ancora o non del tutto. Avendo bene in mente che il pluriverso che contempla le cose dell’uomo e del mondo ha una specifica: è capace di far emergere la verità, l’apparire della verità. Heidegger aveva ragione: il concetto di “opera d’arte” da lui descritto, poco ha a che fare con il risultato dell’atto creativo di un artista o con la rappresentazione di un mondo oggettivo.
Prendendo ad esempio il film Alien, il bestiario mostruoso comprende diversi xenomorfi. Ognuno di loro include degli elementi che potremmo sintetizzare con la volontà di mutare o perire, classica del transumano. In sintesi, dei trans-xenomorfi con delle peculiarità sin troppo umane e con la medesima capacità di adattamento virale: rapidi nell’infettare un ospite, tendenti al parassitismo embrionale, pronti ad attaccarsi al volto del malcapitato, ricorrono celermente ad un meccanismo di impianto dell’embrione. A uno di essi, molto simile alla prima specie, è stato dato il nome Drone… Praetorian, invece, è un maestro dell’ibridazione: una delle guardie di élite della Regina, che possiede la capacità di evolversi trasformandosi a sua volta in una Regina.
Indubbiamente, una materia che Edgar Morin ha lungamente argomentato. Facendo notare con un certo acume quanto le paure, le incognite che operano anche nei processi di metamorfosi dei personaggi di un film, scaturiscono ineluttabilmente nel rinnovarsi dei miti, nei topoi (contesti e luoghi), nelle icone, simboli ed archetipi: “tutti allo stesso modo immessi in un perpetuo scambio con forme estetiche, narrative e drammatiche, antiche e moderne”. Purchè si riesca a cogliere l’interiorizzazione di spettatori che scrutano la morte quale fosse un’opzione tra le altre. Un prodigio sempre identico che scorre dalla pellicola, virtualmente in direzione dell’etere e della messa in Rete. E’ lì che il monstrum non è assimilabile al prodigio, ma ad un presagio funesto.
Giuseppe Del Ninno esaminò il Cinema come un’opera d’arte complessa. Un mezzo, ma senza farne un totem. Rifacendosi ad Heidegger: mettendo in luce le qualità, la consistenza, le proprietà della sua natura intrinseca, ma dal suo punto di vista.
Si accendono i fari sul Cinema. A Giuseppe: Ecce homo!
Francesco Marotta
Per informazione e ordini «Ecce Alien. Mito e costume nei film degli anni 1979-81»: www.inquadratureperfette.it/prodotto/ecce-alien
