I Macchiaioli
Milano – Palazzo Reale
A cura di Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca
Sino al 14 giugno 2026
Il caratteristico provincialismo italiano e l’esterofilia che invade la nostra lingua di anglicismi patetici e spesso grotteschi si mostrano anche nella fortuna e sfortuna della letteratura, della filosofia e dell’arte italiane, che vengono spesso sottovalutate soltanto e appunto perché italiane. Gli artisti posti sotto la denominazione (all’inizio spregiativa) di Macchiaioli sono stati per decenni trascurati e a volte irrisi, sino a quando, negli anni Trenta del Novecento, hanno cominciato a ottenere giustizia.
La bella e ampia mostra a Palazzo Reale permette di accostarsi a un centinaio di quadri e a qualche scultura di alcuni dei protagonisti di quel movimento, come Vincenzo Cabianca, Giuseppe Abbati, Odoardo Borrani e i più noti Giovanni Fattori, Telemaco Signorini, Silvestro Lega. Artisti che si mossero tra la Toscana e la Liguria, da Livorno, Firenze, Pisa sino a La Spezia e alle Cinque Terre ma il cui respiro è universale nel tempo.
Essi furono infatti eredi consapevoli del Medioevo e della grande arte del Rinascimento.

Vincenzo Cabianca, Scena medievale, 1861
A questa radice unirono l’esplicito sentimento politico che vedeva nel Risorgimento italiano – e in particolare nell’opera e nella prassi di Giuseppe Mazzini – il momento nel quale finalmente sarebbe stata restituita all’Italia la sua forza, la potenza della sua storia, e con la libertà sarebbe stato riconosciuto il suo primato estetico. Le guerre risorgimentali da loro vissute e dipinte hanno poco di retorico e mostrano invece la tragedia e il dolore della guerra, sempre.
Il meglio della loro arte riguarda il paesaggio italiano e le genti che lo abitano. Al centro sta la campagna, con il lavoro degli uomini, con le sue dimore e villaggi, con i suoi animali e soprattuto con la sua luce.
Le macchie bianche nel verde dei prati e nel giallo delle messi, che siano nuvole o siano tende o siano altro, disegnano ed esprimono una realtà che vibra, una luminosità che si espande e dentro la quale si mescolano storia, materia, realtà, natura, paesaggi e luce, sempre luce.
Esemplare di tutto questo è un piccolo e splendido olio di Raffaello Sernesi, Pastura in montagna (1861), nel quale protagonista è l’endiadi spazio/luce, che viene assorbita dalla figura umana e dalle altre figure animali, dalla terra gialla, dalle nuvole che la riflettono, dai volumi ondulati che si stagliano nel cielo terso. La riproduzione fotografica non restituisce l’intensa luminosità del quadro, che quasi colpisce come una lampada dentro l’oscuro.

Nei dipinti che qui riproduco è evidente il prevalere del colore su tutto, sia sul soggetto del quadro sia sulla forma. È anche questo che si intende con ‘macchia’, come conferma uno di tali artisti:
«Si doveva dunque combattere e combattendo ferire, era quindi necessaria un’arma ed una bandiera, e fu trovata la ‘macchia’ in opposizione alla forma, che vestiva il primo ortolano di Scandicci con l’elmo di Ferruccio, e fu detto che la forma non esisteva e siccome alla luce tutto risulta per colori e per chiaroscuro così si volle solamente per macchie ossia per colori e per toni ottenere l’effetto del vero» (Diego Martelli, Sull’arte, 1877).
La fecondità di questo modo di descrivere lo spaziotempo è confermata dall’ampio utilizzo che alcuni registi ne hanno fatto, primo dei quali Luchino Visconti. In alcune scene di Senso e in molte del Gattopardo Visconti diede movimento a dipinti come Garibaldi a Palermo (Giovanni Fattori, 1860-1861) e La toeletta del mattino (Telemaco Signorini, 1898) la cui scena del risveglio delle prostitute in un bordello diventa la scena dei soldati austriaci in una villa italiana da loro occupata.

Come sempre accade alla grande pittura, ci si immerge in queste opere come in una placenta fatta di bellezza. E se ne trae un vero ristoro.

Giuseppe Abbati, Stradina al sole, 1863-1864
Alberto Giovanni Biuso
