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Razzismo anti-bianco: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

​Un anno dopo “Le racisme antiblanc, l’enquête interdite”, François Bousquet torna in libreria con “Sale Blanc. Le racisme qu’on ne veut pas voir” (La Nouvelle Librairie). Più che un semplice seguito, si tratta di un affresco sociale strutturato attorno a un centinaio di testimonianze dirette: madri coraggio, giustizieri nell’ombra, ragazze a cui è stata rubata la verginità, giovani a cui è stata sottratta l’adolescenza, espatriati che chiedono asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di Éléments analizza senza sconti i meccanismi di un razzismo reale, metodicamente negato dalle istituzioni, utilizzando una griglia di lettura implacabile: la cosiddetta “legge delle tre D” – déni (negazione), délit (reato), délire (delirio) – che riassume l’arsenale del progressismo istituzionale contemporaneo. Usando la metafora ornitologica del cuculo, Bousquet dipinge il quadro desolante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Aveva già firmato, qualche anno fa, “Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite”. Perché riaprire il cantiere oggi con “Sale Blanc”? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo sguardo – per giustificare questo nuovo lavoro che presenta come un libro a sé stante e non come un semplice seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET: Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro autonomo. Se il primo volume era un’inchiesta nuda e cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un angolo morto, il secondo ne illumina lo sfondo. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico e culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile far finta che non esistano. Si va dalla “Madre coraggio” al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che ha messo la testa a posto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente interno all’espatriato che cerca altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nel primo volume. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che servivano almeno due libri per darne conto. Quando inizi a tirare il filo del razzismo antibianco, non finisce mai, nonostante le vittime si nascondano, provino vergogna o abbiano paura di essere etichettate come “di estrema destra”.

Il tema non riguarda solo insulti e violenze, ma le strutture profonde della società, poiché il razzismo anti-bianco mette in gioco visioni del mondo antagoniste, rapporti diversi tra i sessi, concezioni concorrenti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, del divertimento, ecc. È per questo che affronto in modo più frontale le violenze contro le donne, che attivano logiche di dominio e di profanazione profondamente radicate. Dedico anche un capitolo a quelli che gli americani chiamano i “Bianchi adiacenti”, tra cui gli asiatici, che si suppone condividano i presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Lei utilizza fin dall’introduzione una metafora ornitologica forte, quella del cuculo che depone l’uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per espellere i pulcini legittimi. Perché scegliere questa immagine invece di un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone giudicato brutale o addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET: Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianco a essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di mille parole. Ciò che è vero per i disegni lo è anche per le metafore e le parabole: possono colpire un pubblico più vasto. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai “piccoli bianchi” di cui ho raccolto la testimonianza. La strategia del cuculo è l’immagine che meglio descrive, ai miei occhi, il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze, è stato proprio questo: francesi di origini spesso modeste che sentono di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante gli anni della giovinezza. Come eredi sconfessati a cui viene ordinato di cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non è nella metafora, ma nel reale che essa descrive. Da Esopo a La Fontaine, l’Europa si è sempre raccontata attraverso gli animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – e questo non ha mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che anche Florence Bergeaud-Blackler parla della strategia del cuculo per descrivere la strategia indiretta del “frerismo” musulmano: avanzare mascherati investendo strutture esistenti come partiti (LFI) o sindacati per depositarvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Lei ha raccolto quasi cento testimonianze. Qual è il filo rosso che attraversa questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle geografie? C’è una testimonianza in particolare che ha segnato la sua inchiesta o che la perseguita ancora oggi?

FRANÇOIS BOUSQUET: Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda gli aggrediti: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli

Per leggere il seguito dell’intervista: https://www.breizh-info.com/2026/04/30/259511/francois-bousquet-blanc-racisme

Éléments, François Bousquet, Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes, 7 maggio 2026.

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