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Scena di Caccia nei Cieli d’Europa, Guillaume Faye

Questa è una trascrizione di “Scéne de Chasse en Ciel d’Europe”, un racconto trasmesso dall’emittente radiofonica “Amplitude FFI” e narrato da Guillaume Faye. La trasmissione risale al 1984, l’ambientazione del racconto è la stessa che quattordici anni dopo, con l’uscita di Archeofuturismo, avrebbe portato i lettori nella Federazione Eurosiberiana attraverso lo sguardo del plenipotenziario Dimitri Oblomov. La trascrizione e traduzione cerca di preservare per quanto possibile lo stile e la cifra dell’autore, restando saldata a calco ad alcune strutture della lingua francese.

Scena di Caccia nei Cieli d’Europa, Guillaume Faye

Silenzio – a partire da ora non siete più autorizzati a uscire.

Questo fotoromanzo sonoro è stato interamente realizzato dalla società Typhoone.

Operatore musicale: Arnaud Magister. Operatore fotografico: Orcalide. Operatore sceneggiatore: Olrik. Operatore cromografo: O2.

Arnaud Magister, Orcalide, Olrik e O2 sono tutti dipendenti della società Typhoone, unica responsabile di questo sono-pictorama.

Era, me lo ricordo bene, proprio alla fine del pre-guerra, durante l’ultimo giorno di settembre dell’ultimo anno, prima della grande rissa che oppose l’Occidente alla Federazione. La Federazione: la nostra grande, la nostra immensa patria dalle 113 province.

L’estate indiana gettava i suoi ultimi fuochi sulla oscura foresta sildava, nel cuore della quale era nascosta la base fleur-vénéneuse – la base temibile dove dormono le squalines, i nostri squali volanti, le nostre femmine assassine. Divino materiale aeromilitare fabbricato dal trust gigante Typhoone.

E io — io, cittadino neo-europeo di classe A — sono un pilota di squaline. Sulla mia tuta di plastomeri setosi c’è questo fiero motto:

Nel cielo, prendi il volo. Nel cielo, porta la morte. La morte alata dei tuoi razzi.

Al mattino, l’allarme risuonò. Gli altoparlanti urlarono gli slogan codificati:

«La mattina si innalza un grande sole nero. Potenza è il nome della speranza. Che la tua forza, o sole, propelli i nostri aerei.»

Un Jumbo 747 della Western Freedom Airlines osava sorvolare la penisola europea del Kamchatka. Violando lo spazio aereo della Federazione, bisognava abbattere l’intruso. Abbiamo messo il nostro trucco da guerra: ciglia rosse, labbra nere, ombretto grigio, brillantina. Belle come pazze.

Io e i miei compagni piloti, nudi nelle nostre tute di lattice, abbiamo sfrecciato verso le nostre squalines e abbiamo urlato:

«Indomabile è la volontà di Typhoone. Indomabile è il disegno della scienza. Invincibili sono i nostri dei sovrani.»

Salendo nel mio abitacolo e sedendomi sul mio sedile modulare viola, riscaldato da una schiava olandese nuda, ho gettato un ultimo sguardo alla base, alla pista, al massiccio edificio di cemento nero allineato con un rigore elegante e brutale e, soprattutto, al busto in metallo cromato di Enzo Ferrari.

Da qualche parte, un altoparlante urlò:

«Estetica è la nostra intuizione del mondo. Che perisca la ragione. Piacere è il nome della volontà di potenza. Desiderio è l’ardore della nazione.»

Prima della partenza, tout est silence. Nell’abitacolo azzurrato, brilla solo la luce verde del pulso-controllore che digitalizza le mie pulsazioni cardiache e mi invia scariche di anti-adrenaline affinché io resti calmo e aggressivo.

Accarezzo con la mia mano guantata la graziosa manopola dei gas e i pulsanti neri dei lancia-razzi: i temibili Lily Marlène, i razzi superesplosivi a guida biologica che colpiscono gli assembramenti umani. Presto Toze, la filiale militare di Typhoone, metterà a punto i razzi a guida ideologica. La bomba I, insomma.

Davanti a me, il nastro grigio della pista. All’improvviso, sullo schermo di tele-puntamento, si iscrive una frase ben nota in neo-europeo:

«Das guerre il n’est qu’un atchevoi tovaraden, andiante!.»

È l’ordine di partenza. Decollo, spinta irresistibile dei reattori degli Euromotors 2003. Come quattro fulmini d’argento, leggeri e sorridenti, le quattro squalines, le quattro femmine da preda, balzano nel cielo mattutino nell’istante esatto in cui il Dio Sole appare al di sopra dei pini.

Ho il tempo di intravedere a sinistra del muso affilato del mio squalo volante, lo spazio di un lampo, la superba centrale nucleare Crystal 5 che lanciava all’assalto del cielo le sue belle torri bombate e che estendeva con una sovrana potenza lungo le rive del Baikal la sua intelaiatura, modulare e sovrana. Sensuale come un felino a riposo. Enigmatica come un tempio di divinità post-moderne.

Questa apparizione di classe mi rammentò subito un poema lirico in neo-rock del gruppo Grand Cosmodrome, un poema intitolato Baikal, Amour, Magistral:

«Gli dèi sono là, vivono nell’uranio. La morte, la vita unite nella tua potenza sono la nostra unica rinascita. Tempio immanente della fusione totale, tu sei il fiore del mondo, o centrale.»

I celebranti del culto solstiziale sapranno domani urlare il nuovo rito. Nel tuono delle turbine glaciali, il dio-razzo balzerà verso il cielo.

Le macchine sono già a Mach 4 e lo squadrone Stella Nera, invisibile a ogni radar, sfreccia nel cielo viola e gelato della nuova patria alla volta della sua vittima. Uno slogan si incide sul mio schermo di tiro:

«Come un tifone, o Typhoone, tu costruisci il superuomo.»

Sopra di noi, un bombardiere robot Novazzar 160 a propulsione idronucleare ci proteggeva dai satelliti assassini del nemico e tracciava la nostra rotta con i suoi laser protettivi. 

Per distrarsi durante il volo, il caposquadra, il tenente colonnello Thémistocles Borodin, si divertiva a visionare sullo schermo del suo computer di controllo i quadri di O2 che è, ricordiamolo, maggiore-colonnello-pittore al 3° Battaglione degli Artisti e capo della scuola tecno-realista. O2, lo sapete forse, ha come costume di inchiodare sulla sua tela dei soggetti vivi e di dipingerci sopra. Quando sono morti, si getta la tela, ma questa viene conservata in memoria-rilievo nei video-computer.

Borodin si passava d’altronde una delle sue tele: Crocifissione di un Babacool. Nel frattempo, il pilota della seconda squaline mandava giù una copiosa colazione: un borscht annaffiato da champagne di Siberia che consumava con posate di cristallo e vermeil fabbricate da Prestigia, una delle innumerevoli filiali di Typhoone.

Il pilota della terza squaline, Achille Sabas, leggeva un’opera in attesa dell’ora goduriosa del combattimento, un piccolo opuscolo del filosofo Alan Bainoir: Come si può essere post-moderni? Quanto a me, ascoltavo Radio Clove, la radio degli ultimi giorni, dove passava un pezzo di Arnaud Magister:

«Stasera si parte in banda. Buongiorno alla sua banda. Si scende verso la città, faremo centro nel bersaglio. Siamo i giubbotti dorati, i teppisti chic, i ragazzi viziati che crollano sotto il denaro, stivali rossi e anelli con sigillo nero, e un lupo grigio tatuato sul pugno.»

All’improvviso, nel mio tele-radar, scorgo l’eco caratteristica della mia preda. Una grossa cosa burlesca e volante. Mentalmente, mi preparo al combattimento. Rapida preghiera al dio Hermes e alla Fortuna. Mentre armo i miei missili e i miei canoni laser, getto un breve sguardo al simbolo a scacchi bianco e rosso della Typhoone, inciso sul plexiglass. Subito, un’immensa fiducia mi invade, dolce come il finale della sera, e un’intensa aggressività mi penetra. Iniezione di schiza.

La mia radio di bordo canta:

«Il mondo intero ha ricominciato a ballare il twist. È il ritmo della fine dell’estate. Sballatevi nelle vostre scarpe bucate. Cosmopolis avanza verso l’agonia. Sballatevi, la festa è finita. Gli ultimi giorni sono dolci come la follia. Ho mollato tutto. Com’è bizzarro tutto questo. Ho incontrato un bizzarro comitato. Un comitato del pre-guerra senza dubbio, piccolo uomo.»

Il Jumbo. Come si può osare dare a una macchina un nome così ridicolo e insultante? Noi nella Federazione, che siamo degni dell’alta tecnologia, chiamiamo i nostri aerei o i nostri computer tigre, falco, topo di fogna, condor, avvoltoio, vipera eccetera, non Jumbo. Questo qualificativo preso in prestito dal miserabile universo ottimista e rosa confetto dell’Untermensch Walt Disney. In breve, il Jumbo tentava di sfuggire alle veloci e femminili squalines virando con pesantezza come un grosso elefante ubriaco braccato da cacciatori aristocratici.

Il comandante della squadriglia si mise a mormorare nel suo microfono:

«Corazza drappeggiata d’acciaio blu. Ti salutiamo con orgoglio, bombardiere. Nel tuo cervello artificiale vedo l’appello, l’appello del cielo.»

E l’ordine di tiro si iscrisse in codice poetico sul mio cervello tiratore:

«Domani è oggi: il rischio si chiama il nostro futuro. Il “di più” è in noi.»

Vidi, con una sorta di giubilo sensuale, il Boeing aprirsi su tutta la sua lunghezza come una scatola di acciughe ammuffita sotto il fuoco purificatore dei Lily Marlène. Il grosso aereo occidentale ridicolo si ribaltò su sé stesso e dalla carlinga squarciata, tra le fiamme eleganti che sprizzavano dai serbatoi di cherosene, grappoli umani, corpi deformi, piccoli mercanti cremisi precipitavano nel vuoto. I tratti erano deformati da un orrore che li rendeva ancora più immondi.

Ahimè! Ahimè! I miei stereo-auricolari non mi permettevano di udire i loro urli d’agonia. È un peccato. Avrei tanto voluto sentire per un’ultima volta la voce di Michel Berger, che sapevo trovarsi in quell’aereo. Io preferisco la canzone collerica scritta per il dottor Merlin, A morte futura:

«Ti amo perché non dirai nulla, Kaline, il giorno in cui monterò sulla mia squaline, e perché non verserai lacrime se nel cielo d’azzurro io muoio. Entrerai nella polizia, scatola di trucchi

C’era della bella gente nell’aereo, la crema dell’Occidente cristianomorfo. Il pittore Marc Chagall fu sventrato dalla coppa di champagne che teneva tra le sue mani nulle. Il giornalista d’estrema destra Popol Superdupont morì semplicemente di paura. Patrick Poivre d’Arvor fu bruciato vivo da un getto azzurrato di cherosene in fusione. Bernard-Henri Lévy fu aspirato e scalpato da un oblò. Élisabeth Badinter fu schiacciata dal corpo tagliato in due del padre Bruckberger che la percosse a più di 200 all’ora. Lady Di, sempre incinta, esplose come una zucca sotto l’impatto di un portellone di stiva.

Tale cerimoniale sperimentale. Il barman inaugura una metamorfosi. Si trasforma in clone, in automa, in cosa.

Dall’aereo squarciato e rotante che si abbatteva verso il mare, vidi ancora un corpo fiammeggiante e disarticolato cadere nel vuoto. Riconobbi per lo spazio di un secondo il viso a metà scaraventato di una crosta di Winston Churchill. E, cosa abbastanza rara, il computer Typhoone della mia squaline si mise a ridere a questo spettacolo che gli avevano trasmesso le telecamere di tiro.

Poi siamo rientrati alla base, in un grande silenzio. E in questo silenzio, abbiamo recitato la preghiera-legge di Argon 54:

«Pre-guerra, siamo l’avanguardia della guerra. Pre-guerra, da est a est si estende il nostro immenso impero. Pre-guerra, da est a est regna l’isola centrale del mondo. Pre-guerra, pre-guerra, pre-guerra. Il tempo dei 2000 anni si compie, si compie il tempo dei 2000 anni. Ecco venire l’era dell’Acquario. Sorgete nel tempo della follia. A est s’innalza un grande sole nero. S’innalza la nostra memoria, s’innalza la nostra potenza, s’innalza la nostra vendetta. Per Delfi e Olimpia distrutte, per i Sassoni e gli Indiani insorge Typhoone, insorge la nostra grande patria, la Federazione. La Federazione!»

Magnifico nella sua tuta di cheralina nera, lo sguardo grigio perbene sotto l’elmo d’argento del suo casco da capo pilota, il tenente colonnello Thémistocles Borodin si lasciò cadere con una grazia sensuale dall’abitacolo della sua squaline. Lentamente, togliendosi i guanti di seta del Caucaso, avanzò verso di noi, i suoi piloti che lo attendevano sull’attenti. Con i suoi fini stivali di cuoio di lupo che martellavano l’asfalto lucido della pista e girando il suo bel viso di capo, il suo bel viso bianco stretto da muscoli blu, lasciò sfuggire un sardonico sorriso, senza dubbio il primo della sua esistenza. Ci disse:

«Camerati combattenti, piloti neo-europei, vi felicito a nome dei nostri capi, dei nostri artisti-soldati e dei nostri computer. Uomini, siete stati degni della Federazione. L’operazione “Écuries d’Augias” si è svolta conformemente al planorama degli operatori della Typhoone. Sarete tutti decorati con l’ordine Yuri Gagarin. Il dio Hermes, che si era incarnato nel laser di guida del bombardiere Novazzar, ha presieduto al nostro atto sacrificale, e il dio Poseidone ha accolto nei suoi flutti le vittime. Che ci perdoni soltanto la loro mediocrità.»

Ma questo non era che un piccolissimo inizio. Abbiamo avuto ben inteso diritto alle geremiadi dell’ONU, del presidente degli Stati Uniti e dei politici marionetta dei governi ex-europei in esilio a Las Vegas e in California. I nostri présideurs e i nostri arconti, non più dei senatori e dei filacontarchi, non si degnarono di rispondere a questi sermoni di un’altra epoca. Fu un computer, un Neurologica 3000 fabbricato da Zohol Robotnik, una filiale di Typhoone, che rispose questo breve elettro-telex alle pretenziose richieste di spiegazione dell’Occidente:

«Il furetto corre, corre. Il furetto corre, corre. Il furetto corre, corre. Il furetto corre, corre. Il furetto corre, corre.»

I giornalisti occidentali giudicarono questa risposta carica di minacce bizzarre e di follie guerriere perché priva di senso. E l’Occidente sprofondò nel panico. Cosmopolis viveva i suoi ultimi giorni. L’angoscia alle viscere, gli zombie, gli omuncoli del piccolo benessere aspettavano. Aspettavano l’incubo e nella loro testa diventata folle, una parola correva: «Pre-guerra! Pre-guerra! Pre-guerra!»

Dopo la missione, di ritorno nel mio blocco di riposo, ancora tutto elettrizzato da questo evento grandioso, ho digitato sulla mia teletastiera una lettera video alla mia fidanzata Monika 60. È una biomanipolatrice alla base di ricerca avanzata Reporter TinTin al Polo Sud. Le ho detto:

«Siamo andati a caccia dell’elefante rosa, grandioso. Presto, amore mio, ci ritroveremo a Città 8, perché con te voglio sfolgorare, metamorfosi. Voglio la mia dose di orgasmo metastabile e di dinami bianche. A volte ci penso, e godo solo a pensarci. Presto la guerra e il divino azzardo: per noi il sogno, e per loro l’incubo.»

Monika subito mi ha risposto con la sua bella voce grave sul video-telefono. I suoi due occhi bianchi fissati sul mio viso, reso più bello ancora dai colori artificiali dello schermo poligonale:

«Durante la tua assenza, ho fatto forare le mie palpebre al laser come il colonnello, penso, mi ha prescritto in quanto cittadina di classe A prime. L’ossigeno del Polo ha prosciugato tutto. Palpebre, retine, iride e cristallino si sono saldati insieme e sono diventati lisci e duri come marmo. Il mio sguardo è diventato simile a quello della divinità metallica. La mia vista è migliorata. Il mio sguardo è diventato penetrante, come quello delle telecamere di tiro Typhoone. Il mio sguardo perfora lo spazio. Il mio sguardo fulmina i giorni e le ore. Aspetto la guerra.»

Traduzione di Andrea Falco Profili

Link: https://soundcloud.com/patrick-p-h-le/guillaume-faye-scene-de-chasse-en-ciel-deurope-amplitude-ffi

Note

1. Olrik, lo “sceneggiatore” del racconto, è un probabile riferimento alla figura del Colonnello Olrik tratto dal fumetto “Blake e Mortimer. Robert Steuckers riporta in un’intervista l’influenza della Bande Dessinée franco-belga sull’immaginario di Guillaume Faye. https://blog.jungeuropa.de/blog/2020/07/08/robert-steuckers-interview-faye/

2. La Syldavia è un luogo fittizio dell’Europa orientale tratto dall’universo del fumetto belga “Le Avventure di TinTin”

3. Nella trasmissione radio, la frase viene pronunciata mescolando diverse lingue europee. Non esiste una trascrizione originale, ma la frase può ricostruirsi come “La guerra, è solo/non è che un conseguimento/obiettivo/conquista, cameragni (tovaraden è un neologismo sincratico di tovarish e kameraden), andiamo!”, si ringraziano per il prezioso aiuto e la disponibilità a trascrivere e tradurre questa frase Stefano Vaj e Les amis de Guillaume Faye.

4.Dal francese, pacifista, smidollato, hippie, simile all’italiano “anima bella”

5. Un probabile riferimento sarcastico ad Alain de Benoist, con cui Faye avrebbe interrotto il sodalizio intellettuale nel GRECE due anni dopo, nel 1986

6.  L’insegna a scacchi bianca e rossa, qui associata al mega-trust Typhoone, verrà menzionata nuovamente nel 1998 in Archeofuturismo come bandiera della Federazione Imperiale Eurosiberiana. Ispirata alla bandiera della provincia dell’Angoumois, di cui Faye era originario

7. Il francese boîte à malice non ha un corrispettivo diretto in italiano, se riferito a una persona indica qualcuno di vivace e astuto

8. Stalle di Augias, l’operazione militare prende il nome dalla quinta delle dodici fatiche di Ercole, il parallelismo è tra gli Europei che ripuliscono i cieli dagli Occidentali, così come Ercole ripulì le stalle di Augia dalla sporcizia

9. Popolare filastrocca francese per bambini

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