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Metapolitica

Elementi di un lessico politico

Alcuni numeri della rivista Diorama Letterario costituiscono e formano una sorta di Lessico della storia contemporanea, una messa a punto critica delle maggiori questioni che muovono il travagliato e spesso tragico andare della vicenda umana nel tempo e nell’oggi. Provo dunque a trarre dal numero 392 (Anno XLVII – Numeri 7 / 8 – Luglio-Agosto 2026) alcune voci, esattamente nove, la cui articolazione mi sembra particolarmente proficua per comprendere che cosa stia accadendo negli anni Venti del XXI secolo.

Antisemitismo

«I sedicenti difensori della democrazia e della libertà stanno tollerando da decenni la strategia di pulizia etnica e di violenza sistematica – poco importa che la si definisca o meno genocidio: strage o massacro ne rendono altrettanto efficacemente la sostanza  – che lo Stato ebraico attua nei confronti dei palestinesi». Gli stessi difensori della libertà e dei diritti «soffocano la critica con norme liberticide agitando lo spauracchio dell’antisemitismo» (Marco Tarchi, p. 2).

Editoria italiana

Due libri dei quali si parla nell’editoriale di Tarchi vennero a suo tempo pubblicati da editori importanti come Rizzoli e Mondadori. Si tratta di: Norman Finkelstein (politologo israeliano), La fabbrica dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (Rizzoli 2004), e John Mearsheimer – Stephen Walt, La lobby israeliana e la politica estera degli USA (Mondadori 2007). Questi due libri non sono stati più ripubblicati dai loro editori italiani originari e oggi sono disponibili soltanto nella riedizione di un autore medio (Meltemi) e di uno piccolo (Asterios). Un dato che dice molto della cappa di conformismo che affligge il lavoro e le scelte dei grandi editori, sempre più monopolisti e ideologicamente orientati sul politicamente corretto.

Etnie

Mentre a Israele si riconosce il diritto di difendere la purezza dell’etnia ebraica mantenendo in un regime di apartheid i cittadini israeliani di etnia araba, lo stesso diritto non è riconosciuto ai popoli europei, i quali se osano difendere la propria terra e la propria storia vengono accusati di ‘razzismo’ da soggetti e movimenti dei quali non si sa se stigmatizzare di più l’arroganza, l’ignoranza o l’ingenuità di fronte alla «sostituzione etnica prodotta da un’immigrazione incontrollata e consistente» e la necessità invece della «preservazione della nostra identità messa in pericolo da massicci ingressi di migranti» (Giuseppe Giaccio, p. 23).

Immigrazione

«Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati per l’unico motivo che sono degli immigrati, ma combattere coloro che per amore del profitto e ignoranza volontaria della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano ad incoraggiarla, o per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, o per irenismo umanitario o universalismo morale, oppure nell’intenzione perversa di modificare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica» (Alain de Benoist, p. 3).

Imperialismo

«L’identificazione dell’Occidente con l’universalismo è la causa principale della sua volontà di convertire il resto del mondo, un tempo alla sua religione, poi ai suoi interessi politici (colonialismo), oggi al suo modello economico e sociale o ai suoi principi morali (diritti dell’uomo). Intrapresa sotto l’egida dei missionari, dei militari e dei mercanti, l’occidentalizzazione del pianeta ha costituito storicamente un movimento imperialista alimentato dal desiderio di cancellare qualsiasi alterità, imponendo al mondo un modello di umanità preteso come superiore ed invariabilmente presentato come un ‘progresso’. In questo quadro l’universalismo assimilatore non è altro che la proiezione e la maschera di un etnocentrismo allargato alle dimensioni dell’intero pianeta, al cui interno l’uniformità tende irresistibilmente a svalutare le differenze, cioè ciò che siamo invece di essere qualcos’altro» (Eduardo Zarelli, p. 16).

Israele

A proposito del libro dello storico israeliano Ilan Pappé dal titolo La fine di Israele (Fazi, 2025), Roberto Zavaglia scrive: «Si tratta infatti di uno Stato anacronistico tanto sul piano storico, configurandosi di fatto come uno Stato coloniale, come su quello geopolitico, essendo una piccola entità ebraica, circondata da un oceano arabo e islamico col quale si trova, come si è detto, in una continua condizione di belligeranza. Ma la fine di Israele non è per l’oggi né per il domani. Perché ciò avvenga occorre un importante mutamento del sistema internazionale che ridefinisca alleanze e priorità strategiche» (p. 20).

Liberalismo

«Il liberalismo infatti non è, come oggi si tende a pensare, l’orizzonte insuperabile del racconto dell’uomo, ma un’ideologia che presenta tutti i difetti del pensiero ideologico. Il nostro tempo non è quello della fine delle ideologie o della storia, ma più semplicemente quello della vittoria dell’ideologia liberale sulle altre. […]
Da questo punto di vista, che è quello sul quale insiste Deneen, l’ideologia è un sistema di idee non veritativo, a cui cioè non interessa la ricerca della verità, bensì quella dell’efficacia e della potenza del discorso ideologico, al fine di spingere all’azione coloro che lo recepiscono. Il liberalismo è, in questo senso, ideologia allo stato puro che, a partire dalla ‘finzione dottrinale’ di matrice giusnaturalistica dello stato di natura e dalla connessa, ed altrettanto finta, antropologia individualistica che delinea l’immagine di ‘un uomo razionale fuori dello spazio e del tempo’ – ovvero a partire da teorie completamente campate in aria (nel più ovattato e soft linguaggio accademico si usa l’espressione ‘ideale regolativo’), giacché lo stato di natura non è mai esistito e l’uomo non è un individuo, un ente autonomo, bensì un essere di relazioni fin dal grembo materno e pensare il contrario equivale a essere degli imbecilli nel senso letterale della parola, come ha notato Michel Maffesoli – ha delegittimato la Weltanschauung delle società premoderne, basate sulla primazia degli obblighi, cioè dei doveri, rispetto ai diritti» (Giuseppe Giaccio, p. 17).

Occidente, ipocrisia

«Il caso israeliano è senza dubbio quello che meglio mette in evidenza il cinismo e la doppiezza di quel conglomerato sotto tutela, guisa e sovranità statunitense a cui è stato assegnato all’indomani della seconda guerra mondiale – in spregio della realtà geografica – il nome di Occidente» (Marco Tarchi, p. 1).

Russia 

Recensendo il libro di Aldo Ferrai Russia. Storia di un impero eurasiatico (Mondadori 2026) Franco Franzi auspica la fine del conflitto tra l’Europa occidentale e quella orientale a favore della collaborazione tra le due parti del nostro antico continente.

Franzi scrive che «la geopolitica lo imporrebbe, le infrastrutture industriali dell’Europa, le sue competenze scientifiche e tecnologiche coniugate con le immense potenzialità russe darebbero vita ad un parternariato di forza travolgente. Putin nel 2016 aveva detto al Forum economico di Pietroburgo: ‘il progetto della Grande Eurasia è, ovviamente, aperto all’Europa e sono convinto che tale cooperazione possa essere reciprocamente vantaggiosa. Nonostante i ben noti problemi delle nostre relazioni’. Dieci anni dopo l’Europa e la Russia stanno percorrendo strade contrapposte; anzi, si rivolgono reciprocamente minacce dalle conseguenze potenzialmente devastanti. Hanno scelto entrambe la via del tramonto?» (p. 33).

Alberto Giovanni Biuso

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