L’equiparazione degli istituti superiori ai licei cancella la distinzione tra formazione teoretica e istruzione professionale, svuota di significato la classicità liceale e la cultura in quanto tale, lasciando peraltro le disuguaglianze sociali nell’accesso alla fruizione del sapere. Una iperbole progressista attuata da conservatori, uccidendo la tradizione, il Mos maiorum. Quale ulteriore prova necessita del pensiero unico egemone, alato di destra e sinistra nella chiusa voliera del nichilismo? Gli standard ideologici del mutamento antropologico – concepiti paradossalmente in nome dell’inclusività – si impongono con i codici linguistici dell’uniformità. Come rammenta da par suo l’archeologo Pierfranco Bruni, è oramai questione di elementare parlare, di intenzionale rimozione del significato delle parole.
Il termine Liceo non è un termine amministrativo per il burocrate di turno. È un archetipo. Liceo viene dal greco Lykeion. Il Lykeion era il ginnasio sacro ad Apollo Lykeios, ad Atene, fuori le mura, presso il fiume Ilisso. Lykeios è l’epiteto del dio, colui che è luce, da lyké, luce dell’alba. È un luogo sacro. Lì, in quel recinto sacro, nel 335 a.C., Aristotele fondò la sua scuola dopo aver lasciato l’Accademia di Platone e dopo essere stato precettore di Alessandro. Il Liceo è il Peripato. È il camminare pensando. Il Liceo non è una stanza bigia con banchi. È un cammino. È un metodo. È contemplazione che diventa passeggiata metafisica. È theoria. Un dato fondamentale che la pedagogia contemporanea ha dimenticato.
Questa è l’origine. Non funzionale, ma sapienziale. È classica, non antica, ma sempre presente, eterna. È il luogo dove il sapere non serve a profittarne. Serve a comprendere. Quindi a creare poieticamente. Serve a formare l’essere umano prima del cittadino, il cittadino prima del lavoratore. Appunto, una metafisica della formazione. Roba evidentemente inutile per consumatori sul mercato, in un estremo Occidente in cui tutto ha un prezzo e nulla ha più valore. Seneca insegna come il Negotium sottrae all’etica perché si piega al giudizio superficiale degli altri, inseguendo ricchezza e potere senza trovare la felicità.
L’Otium, di contro, non è indolenza, ma il tempo in cui l’uomo si dedica alla virtù, alla meditazione areteica sulla natura, l’Essere e dialoga quindi con sé stesso, la vita e la morte, con i classici nell’hic et nunc in cui l’assoluto è mito. Anche nell’isolamento dell’Otium la filosofia non è inutile, quanto invece la protervia dittatoriale dei beni di consumo. Serve la comunità e il bene comune, nonostante lo spirito dei tempi, che congiura verso l’irreversibile.
Eduardo Zarelli

Una risposta su “Civiltà è ciò che miracolosamente scampa all’operato dei governanti”
Dovrebbe essere così come lei scrive. Mi è tanto piaciuto l’articolo che lo passo a mio nipote professore di filosofia al liceo.