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Filosofia

Cornelius Castoriadis in «Relativismo e Democrazia»

Nel corso dei decenni si è sedimentata l’idea che indica le democrazie rappresentative del modello liberale e socialdemocratico le uniche forme principali. Non c’è nulla di più sbagliato. Cornelius Castoriadis, parecchi anni or sono, scrisse ripetutamente sull’argomento. In più, partecipò a parecchie conferenze ed ebbe occasione di dire la sua. I campi di indagine in cui si cimentava erano tanti: la filosofia, la sociologia, l’economia, interessandosi parecchio agli sviluppi della psicanalisi. In quest’ultima disciplina, senza mai cadere nello “psicologismo”. 

Indubbiamente, era ben lontano dagli afflati di Wilhelm Dilthey, di Eduard Spranger e dalle elucubrazioni di Friedrich Eduard Beneke. Il filosofo e psicologo tedesco, proponeva di estendere lo “psicologismo” anche ai domini della filosofia, mentre Castoriadis dimostrò a più’ riprese, quanto la filosofia non è disgiunta dalla politica. Una delle sue tante osservazioni è riassumibile nella seguente: attraverso le riflessioni filosofiche sulle diverse tipizzazioni istitutive delle società, è possibile agire per trasformarle in modo democratico e autonomo. 

Da maggio 2025 è presente in tutte le librerie una nuova edizione di Relativismo e democrazia, pubblicato da Elèuthera Editrice. Trattasi di un condensato del pensiero di Castoriadis, un confronto acceso che riprende il lungo colloquio del dicembre 1994 sul relativismo e la democrazia, con i maggiori esponenti del MAUSS (Mouvement AntiUtilitariste dans les Sciences Sociales): Alain Caillé, Jacques Dewitte, Serge Latouche, Chantal Mouffe. 

I tempi dove era iscritto alla sezione Giovanile del Partito Comunista in Grecia, la successiva uscita, l’adesione all’Unione comunista internazionalista (il gruppo trotzkista di Agis Stinas), la dissidenza contro la “Dittatura dei Generali”, piu’ le lunghe notti passate al setaccio del trotzkismo radicale erano già finiti. Fatto sta che cambiò, quasi definitivamente, la sua critica. Spingendosi proprio in direzione di una Sinistra inconcludente e serva dell’insieme delle cose che diceva di osteggiare, approntando in maniera dettagliata la critica dello stalinismo, del marxismo, del leninismo e del trotzkismo. Un cambio di direzione che è ben visibile in questo libro, dalla lunga quanto puntale Introduzione a cura di Jean-Luis Prat. 

Nel Paragrafo La relatività del relativismo, Castoriadis analizza in maniera circostanziata i drammi della società contemporanea, rigettando al mittente le accuse di elleno-centrismo. Rispondendo ad Alain Caillé sul suo presunto euro-centrismo, altra etichetta affibbiatagli, la risposta dice molto sulla sua evoluzione: «E’ una domanda possibile in Europa, ma non vedo nessuno che a Teheran chieda all’ayatollah Khomeini se è irano-centrico o islamo-centrico. Perché va da sé. Perché questa critica di sé comincia in Grecia (Erodoto)». 

La messa in discussione di sé stessi ha radici antiche, poco apprezzate oggi. Nel ‘secolo dei Lumi’, incominciò ad essere raffigurata con modalità dialogiche, impensabili prima. La prassi «essenziale della Grecia antica» fu resa sterile dalle discettazioni dei maître à penser della Ragione e del Progresso, impegnati in altre faccende: liberare anche gli altri da “inutili” convenzioni, sostenere il diritto di ingerenza, l’indeterminazione collettiva, l’azzeramento della nozione di determinazione dei popoli, edificando concettualmente il regno della Ragione. In sostanza, tutte quelle condizioni da cui scaturì l’universalizzazione occidentale, ben descritta nell’intervento di Serge Latouche: «l’idea di umanità potenzialmente fraterna, composta da uomini identici e uguali». 

E’ dunque chiaro che per Castoriadis la forma ideale di democrazia non era certo il modello di stampo occidentale. Per cui, tanto meno poteva esserlo la concezione liberale. Oltre a ciò, evidenziò anche i rischi del facile fascino verso una delle tante declinazioni della democrazia, quella liberale-deliberativa. La sua idea di democrazia si discostava molto da chiunque non evitava di cadere nell’errore di pensare giustamente alla democrazia «come un processo permanente di definizione e ridefinizione» (Donatella della Porta), escludendo però dal discorso le nozioni di «autonomia» delle comunità; darsi le proprie leggi e decidere del proprio destino. «Una comunità politica che possa sostituire, dove possibile, la Democrazia Rappresentativa con forme di Democrazia Diretta, perché manca l’elemento Rappresentativo», proprio come ha ben illustrato Alain de Benoist. 

Ma c’è un punto che per Castoriadis è fondamentale: osservarsi da sé implica, inevitabilmente, allontanarsi dall’ossessione di una certa «autocritica», ossia uno degli orpelli teorici del marxismo. A nulla serve dedicarsi al perfezionamento e all’adattamento di una teoria o pensiero ideale che superi la prova del tempo e dei mutamenti delle condizioni sociali, quando la natura della democrazia cui faceva riferimento l’autore è molto diversa dal «monopolio esclusivo» ed ideologico della Sinistra, ma anche dal “cesarismo democratico” di Destra. 

Secondo Castoriadis, il discorso democratico non riguarda soltanto la determinazione e l’auto-istituzione esplicite. Il riferimento va alla formula di rito degli Ateniesi, edoxe tè boulè kai tô dèmô o ciò che «sembra giusto al consiglio e al popolo». Nella Costituzione italiana, «la sovranità appartiene al popolo», ma è meglio non illuderci sulla naturalezza della democrazia. Se è pur vero che il popolo è sovrano, dovrebbe essere tale, l’unica autorità esistente è quella dei rappresentanti della politica (il «Sistema della rappresentatività»). La naturalezza della democrazia è una finzione, ma poco lo è lo smascheramento dell’ipocrisia: «la democrazia è un regime molto improbabile e molto fragile, ed è proprio questo a dimostrare che non è naturale». 

L’analisi sulla tipizzazione del consenso politico liberale, perchè «contrariamente a quanto si pensa, non ha alcun valore», apre un varco. Nel feudalesimo il consenso aveva un senso, perché ognuno era al suo posto. Oggi, notiamo che ognuno trova un posto ovunque ci sia la possibilità di raggiungere il proprio obbiettivo. Uno scopo ultimo che equivale all’avanzamento personale, all’utilità di ottenere una posizione preminente “costi quel che costi” (utilitarismo). Spesso con una violenza inaudita nelle intenzioni, negli atteggiamenti e nelle decisioni da prendere, rappresentando esclusivamente sé stessi ed i propri interessi. E’ il caro prezzo, la «violenza estrema», lo scotto da pagare per entrare a pieno diritto nella società egualitaria. 

E’ allora giunto il tempo, di interrogarsi su cosa sia la paideia, l’insegnamento ad essere un cittadino. Nessuno nasce tale, ma come lo si diventa? Per l’autore, «imparando a esserlo», secondo il contesto in cui si vive: regione, località, città, paese, etc. Sopratutto, «non guardando la televisione come si fa oggi», poiché fa parte di un regime, ma è più’ corretto dire di una tirannide che include la dimensione della Rete. 

E’ un dato di fatto che la scomparsa della politica, coincide con l’occidentalismo diffuso, con la rappresentatività e la specializzazione della politica che nulla hanno «a che fare con la dimensione della popolazione». Per il politologo, l’unica democrazia possibile era la democrazia diretta. Una democrazia in cui è un dovere tendere ad una società dove i cittadini possono partecipare agli affari comuni, dato che le scempiaggini del democratismo gli erano note: «Il sistema giuridico è contestabile perché anti-democratico; il nostro sistema di produzione è contestabile» perchè infonde l’abbrutimento dei lavoratori «per 40 ore e più’ alla settimana»; perciò, è impossibile pensare che riescano a trovare la forza per un solo giorno a settimana per interessarsi alla politica. Quale può essere la soluzione? E’ auspicabile «rovesciare il problema, radicalizzarlo e domandarsi quale società vogliamo davvero»? 

Spesso lo hanno definito un sostenitore del tribalismo, cosa errata. Altre volte invece, un visionario dell’anarchismo, cosa altrettanto errata. Il concetto di «autonomia» di Castoriadis, nulla c’entra con i postulati dell’anarchismo. A differenza di altri, era certo che l’«economico» non potesse rivestire un ruolo dominante ed esclusivo. Ma precisamente era convinto dell’importanza del bene comune contro il cinismo, le distrazioni della società aperta, il conformismo, la corsa al consumo, la tecno-scienza, senza più’ limiti e phrónesis («la sua dimensione puramente tecnico-scientifica»). La vera domanda che dovremmo porci è «dove andremo a porre questo limite», superato da tempo? 

Le risposte a queste domande sembrano essere scontate ma non di facile lettura: incominciare a porre dei limiti, scegliendo le cose che riguardano tutti, è auspicabile. Può essere una risposta adeguata nella misura in cui, qui Castoriadis coglie nel segno, l’essere rappresentati da qualcuno sia l’equivalente di un insulto! E porre un limite a l’idea moderna di rappresentanza, diretta al fulcro dell’eteronomia “politica” che colpisce i popoli, all’alienazione politica, sociale e antropologica degli interessi particolari, può essere un’ottima idea. Chi ben comincia, è alla metà dell’opera… 

Un’altra risposta, potrebbe essere quella di non riversare le attenzioni sulla bizzara «apologia della democrazia», una forzatura che molti studiosi ripetono in continuazione. Quello che manca di certo sono sia una critica alla società contemporanea e sia delle soluzioni percorribili per un cambiamento. Ma prima di ogni altra cosa, è necessario mettere di fronte la democrazia alle sue implicazioni, d’innanzi a quella che definiremmo la “vera” idea di democrazia, alla sua potenzialità e alle sue fragilità, racchiuse in tutte le cose che non vanno. In breve, una critica costruttiva che supera il “carosello” delle «critiche marxiste tradizionali». 

Assistiamo a fenomeni nuovi, alcuni decifrabili, altri meno. Parecchi sono piuttosto inquietanti e  delineano il «collasso, come un edificio le cui fondamenta cedono, dell’umanità occidentale contemporanea». Lo schianto può essere irreversibile, violento e con la solita riluttanza verso qualsiasi cosa che si discosti dallo stato di fatto: la cultura occidentale non è l’erede legittima della cultura greca, ma questa dovrebbe essere un’ovvietà. Il germe della nostra cultura europea, il principio, l’inizio e l’originalità, sono l’espressione della messa in discussione di se stessi. Forse è proprio quello che in Europa non stiamo facendo al giorno d’oggi. 

Castoriadis dichiarò che «la politica come attività collettiva lucida e cosciente mette in discussione le istituzioni esistenti della società. Magari lo fa per riconfermarle, ma le mette in discussione». Per altri continenti e popoli le preoccupazioni sono rivolte al dover fare o meno una guerra, alzare o abbassare le tasse, regolamentare i settori decisivi di uno Stato, etc. Diciamo che le istituzioni della società, raramente vengono messe in discussione. 

Questo è uno dei motivi che ci differenzia con altri popoli, mentre alimentiamo una situzione paradossale in cui diciamo che tutte le culture sono uguali. Ma tra tutte le culture gli unici a crederlo siamo noi, gli unici a riconoscere questa uguaglianza fra culture, siamo noi. Il problema che si pone è pure ontologico: «ciò che definisce l’essere non è l’indeterminazione, ma la creazione di nuove determinazioni». Invece, di istituire un immagginario che sia creatore (Arché: il principio primo “generatore”, il principio “conservatore”), istituente e determinante, la scelta cade nel non voler raccogliere la grande sfida che ci attende. All’ombra di un immagginario posticcio e morente.     

Francesco Marotta

Relativismo e Democrazia, Cornelio Castorino, Elèuthera Editrice, Pppg.144, maggio 2025.           

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