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Sociologia

La tecnica non è un mezzo

Il più delle volte si considera la tecnica come un mezzo o uno strumento che andrebbe affidato a mani esperte per evitarne gli usi impropri. È la concezione strumentale della tecnica, diffusa ovunque, che sembra andare da sé e che tuttavia è del tutto errata.

Per molti sembra ovvio che la tecnica sia uno strumento da utilizzare a proprio piacimento. Posso usare la mia auto per compiere un attentato o per portare un ferito in ospedale; posso utilizzare l’intelligenza artificiale per realizzare video stupidi o un nuovo vaccino. L’oggetto tecnico non è né buono né cattivo di per sé: tutto dipende da come lo si utilizza. È quindi necessario controllare e regolamentarne l’uso, soprattutto quando si tratta di oggetti così potenti come l’intelligenza artificiale. Questa analisi sembra evidente, è onnipresente, eppure da quasi un secolo sappiamo che è falsa. Fin dai primi anni Trenta, tutti i principali pensatori della tecnica, come Heidegger, Ellul, Anders e molti altri, hanno dimostrato che la tecnica moderna non è né un mezzo né un strumento. Perché?

Il primo errore che commettono coloro che pensano che la tecnica sia un mezzo è quello di concentrarsi sull’uso individuale invece di considerare il sistema nel suo insieme. Si pensa di poter fare ciò che si vuole con la propria auto, senza guardare al sistema globale in cui essa è inserita: strade e autostrade, cemento e calcestruzzo, autovelox e forze dell’ordine, ospedali e chirurghi, stazioni di servizio e motel, petrolio e guerre per il petrolio, centrali nucleari e tecnocrati; ma anche l’intera organizzazione della società: l’urbanistica moderna con le sue zone residenziali, lavorative e di consumo, la Francia periferica con i suoi ipermercati e i suoi centri cittadini deserti, la globalizzazione e i suoi trasporti intercontinentali, ecc.

Ogni automobile è integrata nella civiltà dell’auto che ha cambiato il volto della Terra e la vita di tutti gli uomini. Da questo punto di vista, un’auto non è un mezzo, bensì una tessera indispensabile del mondo moderno. Nella vita di tutti i giorni si prende l’auto perché non si ha altra scelta, per andare al lavoro o a fare la spesa, e il parigino in monopattino non sopravvivrebbe senza il balletto invisibile dei camion che riforniscono le sue supérette. La tecnica non è un mezzo di cui ci si serve a proprio piacimento; al contrario, è l’infrastruttura da cui dipendiamo, il Dispositivo planetario all’interno del quale esistiamo, lo spazio di gioco che delimita e determina le nostre possibilità. La tecnica non è dunque questo o quell’oggetto tecnico, non è un mezzo: è un’epoca nuova e un mondo nuovo.

Nessuno può sfuggirvi

Immerso in questo bagno tecnico, l’uomo non rimane né puro né indenne. Nessuno sfugge alla propria epoca, e l’epoca della tecnica produce l’uomo che le corrisponde, l’uomo della tecnica. La genetica e il transumanesimo stanno prendendo il controllo su di lui; gli schermi plasmano e guidano il suo pensiero, il suo desiderio e la sua immaginazione. Il suo linguaggio diventa un linguaggio tecnico, semplificato, standardizzato, funzionale, che permette di parlare senza riflettere. La tecnica produce il proprio ambiente, ormai totalmente artificiale. Il credito sociale è in crescita, le tecniche manageriali e le macchine ridefiniscono il suo modo di lavorare, la chimica molecolare reca gioie e dolori. Dalla nascita tramite PMA la morte in cure palliative, con o senza accanimento terapeutico ed eutanasia, l’uomo è un prodotto della tecnica. Non si può quindi concepire la tecnica come un mezzo nelle mani dell’uomo, come se l’uomo si situasse al di fuori di essa.

Questo mondo della tecnica si è progressivamente affermato a partire dal XVIII secolo, dapprima in Europa, poi su scala planetaria. Un processo così plurisecolare non è ovviamente guidato da singoli individui. Al contrario, la tecnica avanza da sé, al proprio ritmo. Non appena un oggetto è più potente di un altro, non appena un’organizzazione o un modo di fare è più efficace, esso si impone. È la legge di Gabor: tutto ciò che è tecnicamente possibile verrà, prima o poi, realizzato. Non esistono esempi di possibilità tecniche che non siano state realizzate, se non attraverso lo sviluppo di possibilità tecniche ancora più efficaci. Non si rinuncia alla tecnica: l’uomo non ha voce in capitolo.

Qual è lo scopo perseguito dalla tecnica, se non è un fine fissato dall’uomo? Non ce n’è alcuno. Un’innovazione scoperta da un laboratorio di ricerca di Pechino sarà il punto di partenza per un’altra innovazione realizzata da un laboratorio di New York, semplicemente perché la prima renderà possibile la seconda, che apporterà un incremento di efficienza e potenza. L’innovazione 1 non è un mezzo in vista dell’innovazione 2: non è stata fatta per essa, e la seconda sarà a sua volta utilizzata come punto di partenza per una terza innovazione. La tecnica non avanza verso fini che le siano esteriori, è mossa da se stessa; l’innovazione è la causa dell’innovazione. Il 5G darà alla luce il 6G, senza che nessuno lo abbia realmente voluto. C’è solo un movimento incessante, una fuga in avanti verso una sempre maggiore efficienza e potenza, simile alla fuga in avanti del capitalismo verso sempre più denaro. L’innovazione non ha altro scopo se non l’innovazione stessa; la tecnica si autoalimenta. È un processo autonomo che non ha alcuno scopo e che, di conseguenza, non ha alcun senso. Lo schema dei mezzi e dei fini è del tutto inoperante.

Fuga in avanti

L’uomo è costretto a partecipare a questa fuga in avanti. Se chi sta a New York si rifiuta, chi sta a Pechino lo farà. Chi non integra gli imperativi di calcolo, efficienza e disponibilità della tecnica verrà respinto ai margini del sistema. Gli Stati devono sottomettersi, poiché la tecnica fonda la loro potenza, sia sui propri cittadini che sui propri nemici. Da quando è stata planetarizzata, la tecnica, per il solo fatto di esistere, costringe l’uomo a compiere esclusivamente scelte tecniche, a calcolare e ottimizzare tutto, per guadagnare sempre più in efficienza e potenza. La soluzione anonima e impersonale dell’efficienza calcolata si impone sempre, spazzando via qualsiasi altro criterio. Nell’era della tecnica non esistono più né politica né morale, ma solo tecnocrati incaricati di far funzionare il sistema: l’agente della decisione è la tecnica stessa. Lungi dall’essere padrone e possessore, l’uomo è il funzionario della tecnica, foss’anche un oligarca della Silicon Valley.

Coloro che ritengono che la tecnica sia solo un mezzo che l’uomo adopera a proprio piacimento immaginano dunque: 1) che la tecnica sia una collezione di oggetti di cui chiunque possa servirsi, come l’automobile, mentre essa è un mondo nuovo; 2) che l’uomo sia al di sopra della tecnica, il che gli consentirebbe di dominarla, mentre invece ne è avvinto; 3) che vi sia un pilota a bordo, mentre da tempo il pilota automatico è inserito: la tecnica si è emancipata e non persegue altro che il proprio accrescimento. La concezione strumentale della tecnica non è all’altezza della tecnica moderna e della sua epoca; concepire la tecnica come un mezzo è completamente fuori tema. Nessuno dominerà, inquadrerà o umanizzerà l’intelligenza artificiale, perché essa non è nelle nostre mani.

Nicolas Degroote

Éléments, Nicolas Degroote, La technique n’est pas un moyen, 22 ottobre 2026.

Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.

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