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Storia ed emiplegia del ‘900: la sfuggente figura di Delio Cantimori

1.1. Un anti-clericale da Mazzini al fascismo e i primi studi sul Rinascimento e la Riforma

Delio Cantimori nacque il 30 agosto 1904 nel paese di Russi in provincia di Ravenna dal padre Carlo e dalla madre Silvia Mazzini.

Il padre, Carlo, fu un intellettuale di spicco del Repubblicanesimo romagnolo, e poi insegnante e preside di liceo che faceva proprio il corpus ideologico mazziniano per aderire in seguito, alle idee dannunziane, che poi trovarono la loro massima espressione, a livello d’azione politica, con l’impresa di Fiume. L’influsso delle idee di stampo repubblicano del padre che erano per lo più   progressiste e socialiste fu fondamentale nella formazione sia politica e poi storica del giovane Carlo e si intrecceranno lungo tutta la sua vita.

Oltre all’influsso paterno, ad esercitare una prima influenza sul futuro intellettuale sono gli influssi dati dall’ambiente liceale, dall’anno 1919 al 1924, del Ginnasio e poi del Liceo Classico di Ravenna. Per concludere poi gli studi nel Liceo-ginnasio Giovanni Battista Morgagni di Forlì ove ottenne la maturità classica nel 1924 per essere ammesso, sempre nello stesso anno, alla Normale Superiore di Pisa. In questi anni di formazione pisana egli si avvicinerà al fascismo.

Cantimori vedeva il fascismo come un movimento rivoluzionario capace di andare oltre la reazione, specialmente quella di impronta cattolica, e il comunismo d’ispirazione marxista. In questo periodo della Normale di Pisa, egli collaborò al Mensile “Vita Nova” diretto da Giuseppe Saitta, allievo di Gentile, e fondato da Leandro Arpinati. Il fascismo veniva visto come uno Stato autoritario anti-capitalista, quindi di fatto rivoluzionario, nonché come coronamento della vicenda risorgimentale italiana, come del resto era “di moda” fra molti intellettuali e storici dell’epoca come Gioacchino Volpe, Giovanni Gentile e lo stesso Giuseppe Saitta.

Come scrive lo studioso Eugenio di Rienzo, riprendendo un testo di Gisella Longo1 sugli intellettuali vicini all’epoca al Partito Nazionale Fascista e al suo regime, Cantimori apparve come “l’impaziente corporativista […], il collaboratore di spicco di <Civiltà fascista> ancora durante il secondo conflitto mondiale, il convinto assertore del modello totalitario messo in essere dal fascismo, grazie alla capacità di assorbire e oltrepassare nella sua dinamica rivoluzionaria le vecchie parole d’ordine della sinistra europea2.”

Questo giudizio dell’epoca fu indicato da Giovanni Gentile come presente in alcuni esponenti intellettuali, anche se minoritari del così detto “fascismo di sinistra3” come il Cantimori, il quale asserì che “Chi parla oggi di comunismo in Italia, è un corporativista impaziente delle more necessarie dello sviluppo di un’idea che è la correzione tempestiva dell’utopia comunista e l’affermazione più logica e più vera di quello che si può attendere dal comunismo.4

Il corporativismo e l’idea di Stato del fascismo venivano visti come il coronamento delle idee del Risorgimento Italiano concepito nella sua accezione socialista, rivoluzionaria, anti-capitalista e totalitaria. Era proprio questa interpretazione del fascismo come compimento di quella “rivoluzione italiana” incarnata dal Risorgimento che aveva incoraggiato intellettuali come Cantimori ad appoggiare il regime italiano.

Durante il suo periodo giovanile, Delio Cantimori fu particolarmente debitore del suo Professore di Filosofia alla Normale di Pisa Giuseppe Saitta, che come accennato in precedenza, fu uno degli animatori principali e direttori di “Vita Nova” insieme a Leandro Arpinati, che fondò la rivista. Saitta viene ricordato soprattutto per il suo carisma, la sua bravura nell’insegnamento e la sua capacità attrattiva verso i giovani. Nelle parole di Cantimori:

«Così si sviluppò quella tendenza a preferire la scuola di storia della filosofia [di Saitta] dove la preparazione di tipo scolastico e le esigenze tecniche erano minori, ma dove si sentiva un calore ideale, una passione filosofica, un fervore per la verità, e una forza di convinzione spesso dura, e più che dura, ma più vicina a quei sentimenti e a quelle esigenze giovanili, una decisione innovatrice suggestiva e che sembrava offrire un orientamento non meramente accademico per la soluzione di quei problemi.5»

La lettura del pensiero umanistico proposta dal Saitta coincideva con il pensiero di Gentile sull’hegelismo italiano; il tutto veniva interpretato in chiave laica e nazionale spesso con polemiche anti- clericali, tipiche di un certo fascismo [quello di “sinistra” appunto, opposto, se si vuole, ad altre concezioni come quella offerta da Julius Evola del fascismo, polemica nei confronti Gentile e la sua interpretazione dell’hegelismo6]. Questo genere di fascismo verrà assorbito dallo stesso Cantimori, che faceva proprie le istanze rivoluzionarie e socialiste in chiave corporativa della collaborazione fra classi in senso antitetico alla concezione marxista.

Nel giugno del 1928, Cantimori si laurea alla Normale Superiore di Pisa con una tesi su Ulrico di Hutten e le relazioni tra Rinascimento e Riforma7, dedicata al cavaliere ed umanista teutonico Ulrico di Hutten (1488-1523) che lottò contro il Papato per il rinnovamento dell’Impero. La tesi in questione, verrà poi pubblicata nel 1930 con il titolo, rimaneggiato, di Ulrico Von Hutten e i rapporti tra Rinascimento e Riforma. Questa tesi discussa con il Saitta costituirà il punto di svolta degli interessi di Cantimori nei riguardi del Rinascimento.


In questo periodo, Cantimori, sulla scia dell’attualismo gentiliano nonché del suo primo maestro, Giuseppe Saitta, riprende anche nello stesso saggio dedicato a Ulrico Von Hutten la critica al connubio fra Stato e Chiesa, in un’epoca in cui il fascismo si stava avvicinando ad una posizione conciliante verso la Chiesa Cattolica Romana. Lasciando da parte l’anti-clericalismo che aveva caratterizzato le sue prime istanze, il movimento fascista era approdato a posizioni di avvicinamento nei confronti del mondo cattolico, sia per compiacere quella maggioranza della popolazione italiana che era di fede cattolica, sia per l’esigenza di costituire un comune fronte contro il bolscevismo visto, al pari di un certo capitalismo, come un nemico da parte del Regime. Questi erano anche gli anni in cui da altri intellettuali, opposti a Cantimori come Julius Evola, venivano pubblicati testi polemici sul riavvicinamento fra Chiesa Cattolica e il Regime fascista. Come è noto Evola pubblicò il famoso pamphlet Imperialismo pagano8. Cantimori, sulla scia del maestro Saitta, concordava con ciò che egli aveva scritto sul sistema teocratico; esso era visto come il “mostruoso connubio della Chiesa-Stato, alla costrizione anti-naturale e anti-umana di conciliare e fondere la Chiesa con lo Stato” in una struttura ove “ogni forza creatrice dello spirito sia da essi scrutata [la Chiesa e lo Stato] scrutata, condannata, annullata9”. Questa interpretazione del connubio Stato-Chiesa come mortificatore della libertà di spirito verrà esplicata dal giovane Cantimori nella già citata tesi sul Von Hutten. Uno studioso d’oltralpe, tale Werner Kaegi argomentò come la figura del cavaliere teutonico fosse interpretata dal giovane Cantimori alla luce della sua vita, in cui cultura, poesia ed azione politica diventano un atto creativo e rivoluzionario volto a risvegliare la coscienza nazionale germanica cui aveva contribuito anche la riforma religiosa luterano-protestante10.

La tesi su Von Hutten, certamente, rappresentò l’inizio di uno studio sul Rinascimento e la Riforma da parte del Cantimori che però aveva già iniziato a scrivere e ad interessarsi sul tema in questione. Nel 1927 scrisse una tesina (pubblicata nel 1929 un anno dopo la tesi di laurea) sulla figura di Bernardino Chino, eretico del ‘500, appartenente all’ordine dei cappuccini; la tesina in questione venne pubblicata con il titolo “il Bernardino Ochino, uomo del Rinascimento e riformatore11”. In seguito, Cantimori concepì partendo dalla figura di Bernardino un progetto di studio riguardante gli eretici italiani del ‘500, cui dedicherà uno lavoro pubblicato nel 193912 di cui si parlerà sotto.

2.2. Il fascismo, la guerra, l’interesse verso il nazionalsocialismo ed il mondo germanico e il proseguo sugli studi sul fenomeno ereticale

Delio Cantimori iniziò a scrivere i primi articoli, prima della sua tesi e dei suoi studi storiografici sui fenomeni religiosi, sulla rivista “Vita Nova” dell’Arpinati e del Saitta come sopra specificato, in questa rivista dedicò alcuni articoli al fenomeno fascista in Italia ed alle rivoluzioni nazionali analoghe in Europa, soprattutto per quello che riguardava il mondo germanico ad esempio sul fenomeno dei Corpi Franchi (Freikorps) che si opposero e soffocarono il tentativo di insurrezione comunista in Germania negli anni ’20. Sulla “Vita Nova” ad esempio scrisse l’articolo Fascismo, rivoluzione e non reazione europea13nel testo Cantimori, sulla scia di quel fascismo di “sinistra” anti-clericale ed ancorato alla tradizione sansepolcrista, illustra una nuova nozione di società civile che vedeva il pluralismo politico del vecchio stato democratico e liberale come obsoleto e prerivoluzionario ed esponeva una nuova prospettiva totalitaria opposta alla vecchia prassi del mercato auto- regolato opposto che veniva superato dal corporativismo. Il fascismo, per Cantimori, riprendeva il carattere etico e missionario del pensiero mazziniano a cui accostava la polemica anti-democratica, anti-borghese, anti- capitalistica; in sintesi opposta tanto al bolscevismo che al capitalismo liberale volta alla cooperazione fra classi e ad una rivoluzione del nuovo Stato autoritario fascista che con la sua vocazione autoritaria nazionale ed europea veniva proposta come continuazione risorgimentale e coronamento della Storia nazionale.

Cantimori come tutta l’intellighenzia più socialista e di “sinistra” del Partito Nazionale Fascista (PNF) iniziò un graduale distacco dall’attualismo di matrice gentiliana, che tuttavia non voleva essere una rottura dal suo passato filosofico ed ideale, ma una più ampia ricerca intellettuale intorno ai temi della politica. Nel 1934, gli venne offerto da Giovanni Gentile, il posto all’Istituto di Studi Germanici di Roma come assistente e direttore della rivista dell’Istituto e della Biblioteca, in questo periodo iniziò in egli un interesse per l’articolarsi del movimento nazionalsocialista che aveva preso il potere in Germania nel 1933 e che veniva giudicato positivamente dall’autore e che stese, pure, la voce di questo movimento per il Dizionario di Politica del Partito Nazionale Fascista14. Il nazionalsocialismo ed il suo apparato di politica razziale e sociale e del lavoro venivano giudicati positivamente da Cantimori che vedeva nel movimento hitleriano un socialismo solidaristico che metteva al centro il lavoratore in un contesto di “rivoluzione totale” organizzata in “modo soldatesco” nel suo carattere “militare-educativo15”. Delio Cantimori si interessò particolarmente alla filosofia del giurista cattolico approdato al nazionalsocialismo, Carl Schmitt, e pubblicò per Sansoni una serie di suoi scritti sotto il titolo “Principii politici del nazionalsocialismo16inoltre recensì sulla rivista Il Leonardo17l’edizione italiana edita da Bompiani del Mein Kampf di Adolf Hitler18 ove criticò la traduzione; nelle sue parole: “La traduzione non è sufficiente; in ogni caso la fatica che il traduttore-riduttore s’è data non è commisurata all’importanza del documento politico e storico che è Mein Kampf19”, sempre nello stesso periodo Cantimori venne commissionato dallo storico Gioacchino Volpe di scrivere una “Storia documentaria del nazionalsocialismo” per la collana diretta dal Volpe di <Documenti di storia e di pensiero politico> per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale; che però rimase inedita. Cantimori era inoltre affascinato dall’intesa sovietico-tedesca del Trattato di non aggressione del 1939 e vedeva nel totalitarismo hitleriano e staliniano molti punti in comune nella politica sociale ed economica e nell’affinità ne auspicava una collaborazione; anche se intorno al 1940-41 i rapporti fra i due Stati in questione e i rispettivi movimenti, erano oramai deteriorati. Cantimori nelle sue analisi comparative dei due regimi cercava che la sua ricchezza e le sue speranze non si tradussero in un giudizio storico, e quindi poi politico, cercando quindi di rimanere super partes specialmente, nel caso citato, nel biennio 1940-41 che videro la Germania nazionalsocialista e l’Unione Sovietica in guerra aperta fra loro20. Si può concludere il discorso del rapporto fra Cantimori e il nazionalsocialismo dicendo che la parte del movimento in questione che interessava di più lo storico era la sua ala di sinistra e vicina alla così detta Rivoluzione Conservatrice Tedesca; da qui l’interesse per Carl Schmitt e per i fratelli Otto e Gregor Strasser; infatti, nel 1944, nella Roma liberata uscirà addirittura un testo su Otto Strasser; esponente dell’ala sinistra del Partito Nazionalsocialista, in esilio in Canada scritto da Douglas Reed e con una prefazione dell’antifascista ed esponente del partito d’Azione Pietro Bullio che lo definirà “un vero socialista21. Cantimori, va notato, giudicò negativamente il libro di uno degli ideologi di punta del Terzo Reich; Il Mito del XX secolo22di Alfred Rosenberg liquidandolo come “un mattone pieno di stravaganze come quella che Cristo è il figlio di un soldato romano e roba simile23. Per Cantimori, sulla scia di Werner Sombart, “il nazionalsocialismo era l’unico movimento davvero politico nel mondo della destra rivoluzionaria24.

Tralasciando la vita intricata fra storia e politica di Cantimori; proseguono gli studi suoi movimenti ereticali dell’autore, nel 1939 in occasione del concorso per il conferimento della cattedra universitaria pubblicò quello che dovrà essere il suo lavoro più conosciuto ed apprezzato: Eretici italiani del Cinquecento edito da Sansoni25 che all’epoca fu accolto con grande interesse, perché non era ancora stato pubblicato uno studio complessivo con tali caratteristiche. Mantenne il proprio valore nel tempo (1992 fu ripubblicato a cura di Adriano Prosperi) e poi le ristampe si susseguirono fino all’edizione attuale (Einaudi, 2009).

Essendo, Cantimori, interessato alla storia del pensiero ed a come esso agiva nella politica e quindi nel divenire storico il discorso ereticale per lui era un modo di capire l’apporto italiano a quel corpus di idee che produssero la riforma protestante. Per il lavoro sugli Eretici Italiani egli si prese anni del suo tempo per ricercare negli archivi di tutta Europa: Svizzera, Olanda, Germania, Francia etc.

In quella che sarà, la futura polemica, fra Cantimori e Federico Chabod sulla Storia religiosa ed intorno a varie questioni di metodo storiografico nel periodo post-bellico26; si può rintracciare la principale differenza fra i due nel modo da seguire nei loro studi: Chabod è particolarmente attento all’aspetto istituzionale e alle manifestazioni della religiosità in una situazione ortodossa, prestando attenzione ai comportamenti delle masse, mentre Cantimori è attento al pensiero degli eretici quindi agli aspetti in una situazione eterodossa.

Comune ai due autori è la rilevazione del fatto che la riforma non era, in Italia, qualcosa di completamente nuovo, ma un evento che affondava le sue radici nel clima del rinascimento italiano.

Si può asserire che Cantimori apprezzava visto il suo orientamento anti-clericale la storia ereticale come la storia di coloro che, rimanendo ai margini della società per volere del potere ecclesiastico, si sono fatti artefici di un cambiamento rivoluzionario in senso politico che ha mutato il divenire storico e il ruolo egemone del cattolicesimo in Europa occidentale.

Cantimori, nei decenni degli anni ’20-30 insegnerà nei Licei, come al Liceo classico Dettòri di Cagliari e poi riceverà nel 1939 una cattedra di Storia all’Università di Messina e poi, un anno dopo, nel 1940 insegnò alla Scuola Normale Superiore di Pisa chiamato da Giovanni Gentile. Interruppe l’insegnamento durante il periodo della Repubblica Sociale Italiana per riprendere poi l’insegnamento alla Normale di Pisa nel 1944.

3.3. Dal fascismo al comunismo, l’allontanamento dalla politica, il prosieguo degli studi e la morte

Con la fine della guerra e del regime Mussoliniano e l’inizio della Repubblica Italiana, Cantimori, insoddisfatto dal fallimento del corporativismo si avvicinò al Partito Comunista e quindi al marxismo nonché all’ideologia marxista-leninista propagandata dall’Unione Sovietica, che lui ammirava come sopra specificato, come fenomeno sociale totalitario.

Per lo studioso Eugenio di Rienzo, in questo contesto si assiste da parte dello stesso Cantimori (ed anche dei suoi allievi) il presentarsi come “ripulito” dal suo ex passato fascista nonché dal suo apprezzamento al sistema del nazionalsocialismo tedesco per abbracciare la visione marxista ed anche anti-fascista del Partito nonché del nuovo regime repubblicano27. Da un punto di vista esteriore, il Cantimori, potrebbe peccare di incoerenza nella sua prassi, ma alla fine l’agire politico ed anche storico di Cantimori si può vedere nel cercare una continuità socialista ed anti-clericale con il mondo risorgimentale e quindi con il passato prima della riforma protestante e dei movimenti ereticali che l’avevano visto in qualche modo appoggiare prima il fascismo ed a vedere dei lati positivi nel fenomeno nazionalsocialista tedesco e poi al marxismo ed al bolscevismo; ciò per cercare una linea sia storica che politica che fosse coerente all’avvenire di una vera rivoluzione italiana sia storiografica che politica. Nelle parole di Cantimori, che però nel dopoguerra in qualche modo fu costretto a trovare legittimazione nell’ambiente del Partito Comunista Italiano, disse che “già dal 1934 aveva studiato Marx e Lenin, cominciando a capire che il fascismo non era la rivoluzione italiana28ed ancora che il movimento comunista internazionale rappresentava “l’espressione consapevole ed organizzata della coscienza storica e politica del movimento progressivo dell’umanità29. Inoltre, nella testimonianza, del collega e amico di Cantimori, il teologo britannico Roland H. Bainton, alla domanda del “perché egli fosse diventato marxista” ricevette la risposta: “Because the Communist Party in Italy is the only party which will not make a deal with the Church30”. In sintesi, ancora, troviamo l’anti-clericalismo come movente ideale. In questo periodo inoltre assistiamo al fatto che Cantimori dichiarò (come sopra brevemente accennato) che aveva già letto Marx e Lenin durante il periodo fascista inoltre nel 1953, anno della morte del Capo sovietico Iosif. V. Stalin, scrisse un “barocco” elogio, come lo definì il Di Rienzo al fondatore dell’Unione Sovietica Vladimir I. Lenin, il cui nome, come riporta lo storico romano31, veniva definito da Cantimori destinato a “passare in leggende, presso i popoli dell’Asia, come quello di un titano che aveva lottano contro Asmodeo, l’amico dei ricchi e dei privilegiati, mettendolo in fuga e ritornando poi nelle regioni fredde a scriver libri di verità per il popolo32”. In questo periodo, insieme alla moglie, tradusse il primo libro del Capitale33di Karl Marx che vide luce come pubblicato nel 1951.

Sempre secondo Eugenio Di Rienzo34, Cantimori sarebbe privo di neutralità scientifica, ed apparirebbe come condizionato dalla sua partecipazione politica prima al fascismo e poi al mondo marxista; certamente questo è vero; ma le analisi fatte da Cantimori anche dei singoli argomenti più controversi es. la politica razziale del nazionalsocialismo rimangono obbiettivi e superpartes.

Nel periodo post-bellico, si assiste, da parte dello studioso in questione, ad un’opera di scomposizione e ricomposizione delle sue opere e come affermato in precedenza, per tentare di spurgarsi dal passato fascista, egli inizia “l’edificazione di una <fable convenue>, che sfruttava l’interpretazione crocicana del fascismo, come intervallo di barbarie” e quindi proponeva l’esigenza di un ritorno “alla bibliografia, all’erudizione ed alla filologia”; ciò sempre per Di Rienzo rappresenta una strategia di sistematica “demolizione e mistificazione del passato35”. Se, durante il fascismo, nel 1937, l’Accademia d’Italia, sotto la direzione di Giovanni Gentile e Gioacchino Volpe faceva uscire un volume “Per la storia degli eretici italiani del secolo XVI” a cura di Delio Cantimori e di Elisabeth Feist, studiosa ebrea tedesca; nel dopoguerra ciò subì un’autocritica “alla marxista”, per così dire, da parte dello studioso di Russi nonostante questa pubblicazione fosse la prima prova data dal Nostro, di un testo, che si legava all’ispirazione di quella “Storia degli Italiani fuori d’Italia” del Volpe ma anche agli stimoli che questi diede a Cantimori stesso nello studio della storia medievale che quest’ultimo avrebbe prima riconosciuto per poi negarli nel periodo post-bellico insieme al modus operandi che l’aveva influenzato nella stesura del suo “Eretici italiani del Cinquecento” di Benedetto Croce, Giovanni Gentile e Federico Chabod36 [la famosa autocritica “alla marxista”].

In questo periodo, particolarmente virulento, fu la polemica con e su Federico Chabod fatta da Cantimori, come sopra citato, entrambi gli storici avevano visioni analoghe ma anche dissimili sul modo di affrontare il problema storiografico religioso.

Nell’ambiguo, necrologio del 1960, fatto da Cantimori a Chabod accusa lo studioso di “voler mantenere in vita la lezione storiografica di Volpe37, ciò viene visto dagli studiosi come Di Rienzo e da chi analizza questo “ambiguo necrologio” come il distanziarsi da parte dello studioso da coloro che lo influenzarono nel periodo politico precedente ciò è completamente coerente con la strategia culturale del Partito Comunista che in qualche modo, “con la morte di Federico Chabod” vedeva “la dissoluzione di un blocco nel quale erano tenute unite diverse tendenze ideali38. Insomma, si assistiva ad un attacco di una concezione a dire dei marxisti, <idealistica>, della storia opposta ad una concezione materialistica di stampo marxiano.

Stessa cosa, come sopra specificato, Cantimori fece in una rilettura post-bellica della genealogia che fu alla base del suo opus magnus cioè gli Eretici italiani del Cinquecento dando conto dell’influsso di Gentile e Volpe; ma come avvertenza in senso negativo, di un periodo precedente alla “conversione marxista”39.

In questo periodo, le ricerche di archivio, andarono avanti, portate avanti per lo più da Cantimori e dai suoi allievi; che godevano, comunque di molta considerazione da parte di quell’intellighenzia di “sinistra” e generalmente marxista.

Con la repressione, dovuta all’invasione sovietica, delle proteste del 1956 in Ungheria; Cantimori uscì dal Partito Comunista Italiano; i fatti d’Ungheria avrebbero creato una frattura insanabile tra gli intellettuali comunisti e il partito, Cantimori, questa volta, avrebbe totalmente capitolato, arrendendosi alla politica.

Se nemmeno il comunismo era la strada giusta per la “rivoluzione” della nazione, se dopo il tortuoso percorso, questo rappresentava l’ennesimo fallimento, il problema sarebbe diventato ontologico: la politica in sé. Da una lettera di Cantimori a Bainton si evince l’amarezza per la situazione in cui era caduto lo spettro politico a lui contemporaneo:

“Lei mi domandò perché professavo certe idee. Devo dirLe che, mentre mantengo tutte le mie convinzioni riguardo alla necessità di cambiamenti profondi nella vita del mio Paese, gli avvenimenti ultimi mi hanno così toccato, che ho creduto in coscienza di non poter più dare il nome a nessuna organizzazione politica: la lezione degli Anabattisti e dei mennoniti, e quella del grande storico G. Arnold sono diventate evidenti e intuitive, dopo gli avvenimenti in Ungheria, anche per me. Le dico questo perché lei mostrò interessarsi a me, quest’estate, a Londra; ho molte volte pensato alle sue domande di allora, in questi ultimi mesi. Le chiede scusa se Le parlo tanto di me. Ma sento e credo che Lei deve sapere che sono uscito dal partito al quale appartenevo, per le ragioni che le ho detto40.

Parafrasando, il Lenin, che Cantimori aveva elogiato quattro anni prima di questa lettera e tre anni prima dei fatti d’Ungheria; “Che fare41?” Se la rivoluzione non poteva avvenire con un cambiamento politico, non restava, che continuare gli studi storici e culturali; quindi optare per una “lotta culturale” che doveva avvenire continuando gli studi sugli eretici cinquecenteschi e poi sugli utopisti settecenteschi, cui questi ultimi, venivano visti come i continuatori del movimento ereticale. Nell’ultimo periodo della sua vita, Delio Cantimori, continuò ad insegnare ed a collaborare con diverse case editrici; fra cui l’Einaudi di Torino.

Cantimori morì accidentalmente cadendo dalle scale della sua biblioteca personale nel 1966.

4.4. Conclusioni

La figura di Delio Cantimori divide il giudizio di molti specialisti della storia delle idee nonché storici che si interfacciano con il suo pensiero e quindi, di conseguenza, le sue opere, i suoi studi e il suo agire politico. Come abbiamo notato; studiosi come Eugenio di Rienzo sono piuttosto critici verso la sua figura; o meglio, il Di Rienzo critica il fatto che molti seguaci di Cantimori nell’interpretare la sua Opera e il suo agire nel mondo della politica cerchino di “purificarlo” dal passato di ammirazione rispetto ai regimi come quello fascista e nazionalsocialista nonché quello bolscevico; rispetto alla strenua difesa portata avanti dall’allievo di Cantimori, Adriano Prosperi, verso il maestro42. Altri studiosi come il citato Roberto Pertici pensano che l’abbandono di Cantimori del fascismo sia stato interno allo stesso regime; nonostante gli articoli da lui scritti su varie tematiche, ad esempio quelle sul nazionalsocialismo, il modo di operare dello storico in questione era obbiettivo e scevro da contaminazione ideologica43.

Altra cosa interessante è come la figura di Delio Cantimori viene percepita non soltanto dall’ambiente accademico italiano; ma anche dall’ambiente engagé e politico: sembrerebbe che né nella così detta “estrema sinistra” di stampo marxista nonché nel frammentato mondo della “destra radicale” sia stato ben percepito; salvo la pubblicazione, meritoria, negli anni ’80 da parte della casa editrice romana Settimo Sigillo44 di alcuni saggi di Cantimori che furono pubblicati, negli anni del fascismo, sulla Rivoluzione Conservatrice Tedesca. Di degno interesse fu anche, il giudizio, del famoso teorico e studioso nonché valente saggista, Adriano Romualdi, intellettuale tipico della “cultura di destra” italiana; che in modo sprezzante (ma pur sempre veritiero) liquidò Cantimori come “il viscido, sfuggente, Delio Cantimori45riferendosi, a quanto pare, al suo passato politico turbolento che lo vedeva come un “salta in banco” dal fascismo al marxismo. Per quanto riguarda la così detta “sinistra radicale” escludendo qualche raccolta di saggi a cura della casa editrice Quodlibet risulta veramente poca attenzione all’autore in questione46.

Altra cosa da sottolineare, come viene scritto in un valente articolo pubblicato più di un decennio fa (2009) sull’Internet47 è l’analogia fra il pensiero di Cantimori (almeno durante l’epoca fascista) con un certo filo- europeismo anticipatore di tendenze geopolitiche, anche d’estrema attualità, che vedevano l’Italia e la Germania nonché, in più generale, la civiltà europea come in qualche modo tendente verso la Russia: in sintesi già “i tre regimi autoritari” dell’epoca dovevano, per Cantimori, come per un Karl Haushofer all’epoca in Germania, collaborare per un futuro assetto del pianeta. Questo ovviamente non si concretizzò per l’andamento storico, ma questa non è la sede per trattare ciò, ci si limita a citare un pezzetto di analisi data dall’articolo sopra menzionato:

“In politica interna, egli era naturalmente sostenitore dello Stato etico e corporativo. «A organizzazione culturale delle corporazioni, dove accanto alla cultura professionale e tecnica è unita la educazione secondo la morale di ordine e disciplina che il Governo Fascista ama accentuare come propria, appare di nuovo risposta chiara e netta ai bisogni della civiltà europea» (DELIO CANTIMORI, Politica e storia contemporanea, Torino, Einaudi, cit. p. 26). In politica estera, è molto interessante il fatto che egli fosse già conscio della decadenza d’Europa, e reagisse con un vigoroso europeismo a prospettiva imperiale, che anticipava già [Jean] Thiriart4849”.

Si può concludere, che nonostante le interpretazioni polemiche sul passato politico di Cantimori, dicendo che il suo lavoro sul fenomeno ereticale ove egli evidenzia, in più lavori, che gli eretici erano coloro che hanno anticipato gli utopisti e i movimenti risorgimentali italiani opposti al potere ecclesiastico ed al vecchio ordinamento, visto come reazionario e cattolico nonché egli era interessato alla ricezione dell’apporto italiano alla riforma protestante.

La storia per Cantimori non può prescindere senza un ruolo guida della filosofia e della politica, egli nell’ultimo decennio della sua vita, sfiduciato dal suo presente, si immerse in una battaglia culturale; se così si può dire, diversa certo dal suo precedente passato. La storia viene vista come una storia di come la cultura, si vedano le sette ereticali viste dal punto di vista dell’apporto alla riforma protestante od al futuro rinascimento.

Cantimori, rimane, un uomo immerso nelle passioni ideologiche del suo tempo e rappresentante lo storico che fa della storia e della sua esistenza, anche sul piano politico, che in qualche modo creerà la storia a venire, l’azione come evidenziato da un Benedetto Croce prima e poi da un Paolo Prodi. Lo storico quindi sia come artigiano, ma nel caso di Cantimori, come militante politico. Il suo anti-clericalismo, il suo vedere il divenire storico in senso progressivo e il suo cercare una via alla “rivoluzione italiana” là portato dalle radici famigliari mazziniane al fascismo, con l’interessarsi al mondo germanico ed al fenomeno nazionalsocialista fino al marxismo ed alla militanza del PCI che certo si concluse; ma non l’attivismo per Einaudi e per la cultura e quindi per il sapere e per la Storia, quella con la S maiuscola.

E per l’Europa? Quale futuro darà l’analisi di Cantimori al nostro continente nonché all’Italia, suo paese natio? Sicuramente l’analisi fatta da Cantimori dei tre fenomeni autoritari – come detto prima – non si concretizzò; ma un dato è certo, ha anticipato analisi attuali, inclini alla migliore tradizione europea che vede nella geopolitica, o se si vuole pure nella basilare geografia, una prassi per comprendere l’andamento politico e storico: l’unità del continente europeo ed una sua collaborazione con la Russia è una questione basilare al giorno d’oggi nonché necessaria, nonostante tutti gli sconvolgimenti in atto, per il futuro del nostro spazio di Civiltà.

Se si vuole comprendere il nostro presente per interpretare l’avvenire nonché per resistere ai tempi, bisogna ripartire o meglio bisogna iniziare a riscoprire, anche uno studioso “eretico” che studiò le sette cinquecentesche con così tanta attenzione cercando di giudicare tramite esse il proprio tempo e le grandi ideologie novecentesche: che il tempo, quindi, ci porti verso Delio Cantimori e la sua Opera.

Pietro Missiaggia

Note:

1. GISELLA LONGO, L’istituto Nazionale Fascista di Cultura. Gli intellettuali tra partito e regime, Roma, Pellicani, 2000 cit. pp. 240 e ss.

2. EUGENIO DI RIENZO, Delio Cantimori e il <Dopoguerra storiografico>, in AA.VV., Delio Cantimori e la cultura politica del Novecento (a cura di EUGENIO DI RIENZO e FRANCESCO PERFETTI), Firenze, Le Lettere, 2009 cit. pp. 82-83.

3. A tal proposito si consulti il testo di LUCA LEONELLO RIMBOTTI, Fascismo rivoluzionario. Il fascismo di sinistra dal sansepolcrismo alla Repubblica Sociale, Firenze, Passaggio Al Bosco, 2018.

4. GIOVANNI GENTILE, Discorsi agli italiani (discorso pronunciato a Roma, in Campidoglio, il 24 giugno 1943) in Politica e Cultura (a cura di Hervé A.Cavallera), Firenze, Le Lettere, 1991, VOL. II, cit. p. 196.

5. DELIO CANTIMORI, articolo sul <Giornale critico della filosofia italiana>, XVI, pp. 86-88, 1935 citato in ROBERTO PERTICI, Mazzinesimo, fascismo e comunismo. L’itinerario politico di Delio Cantimori, in <Storia della Storiografia>, VOL.31, Milano, Jaca Book, 1997, cit. p. 32 nota 24.

6. Su qualche considerazione data da Julius Evola su Gentile si consulti: JULIUS EVOLA, Fascismo e Terzo Reich, Roma, Mediterranee, 2001 e JULIUS EVOLA, I testi del “Meridiano d’Italia”, Padova, AR, 2002.

7. Ultima edizione: Torino, Nino Aragno, 2022.

8. Padova, AR, 1996.

9. GIUSEPPE SAITTA, Il carattere filosofico della tomistica, Firenze, Sansoni, 1934 cit. pp. 118-120-121 citato in EUGENIO DI RIENZO, Ivi. p. 94.

10. Cfr. WERNER KAEGI, Recensione a D.Cantimori, Ulrico von Hutten e i rapporti tra Rinascimento e Riforma (<Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa>, XXX, 1930, 2, pp. 79 e ss. In <Historische Zeitschrift>, CLLVI, 1932, p. 400 citato in EUGENIO DI RIENZO, Ivi. p. 95.

11. Pisa, Pacini Mariotti, 1929.

12. DELIO CANTIMORI, Eretici italiani del Cinquecento-Prospettive di storia ereticale italiana del Cinquecento, Torino, Einaudi, 2009.

13. In Vita Nova, VII, 1931, cit. p. 763.

14. Cfr. EUGENIO DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e Repubblica, Firenze, Le Lettere, 2004, cit. p. 300.

15. Cfr. EUGENIO DI RIENZO, Delio Cantimori e il <Dopoguerra storiografico>, in AA.VV., Delio Cantimori e la cultura politica del Novecento (a cura di EUGENIO DI RIENZO e FRANCESCO PERFETTI), Le Lettere, Firenze, 2009 cit. pp. 83-85.

16. Sansoni, Firenze, 1935. Nonostante criticò aspramente Schmitt in più occasioni Cfr. DELIO CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti 1927-1942, Torino, Einaudi, 1991 e CARL SCHMITT, Stato, movimento e popolo, Pesa, Eclettica, 2021.

17. VI, 1935, cit. pp. 224-27 ora in DELIO CANTIMORI, Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), Einaudi, Torino, 1991, cit. pp. 306-311.

18. ADOLF HITLER, La mia vita, Bompiani, Milano, 1940 [si consulti una recente buona edizione, edita dal tedesco integralmente: ADOLF HITLER, Mein Kampf, Roma, Thule Italia, 2019.].

19. DELIO CANTIMORI, Ibidem.

20. EUGENIO DI RIENZO, cit. p. 85.

21. Ivi p. 86 e dalla prefazione di Pietro Bullio a DOUGLAS REED, La storia di Otto Strasser, Roma, Catacombe, 1944 cit. p. 8.

22. ALFRED ROSENBERG, Il Mito del XX secolo, Roma, Thule Italia, 2017.

23. ROBERTO PERTICI, Mazzinesimo, fascismo e comunismo. L’itinerario politico di Delio Cantimori, in <Storia della Storiografia>, VOL.31, Milano, Jaca Book, 1997, cit. p. 97.

24. Dalla voce Cantimori Delio citata da TRECCANI scritta da PIERO CRAVERI cit. in RENZO FRATTOLO, Il Dizionario Biografico degli Italiani, Ravenna, Longo, 1975 [vedi link consultato in data 15 aprile 2023 alla voce Delio Cantimori della TRECCANI online: <https://www.treccani.it/enciclopedia/delio-cantimori/>] Il testo di Sombart ove il pensiero di Cantimori parte nella sua elaborazione è WERNER SOMBART, Il socialismo tedesco, Padova, Il Corallo, 1981 [1^ Edizione italiana: Firenze, Vallecchi, 1941].

25. Firenze, Sansoni, 1939.

26. EUGENIO DI RIENZO, cit. pp. 88-89.

27. EUGENIO DI RIENZO, Ivi pp. 83 e 86.

28. RENZO FRATTOLO, Ibidem.

29. EUGENIO DI RIENZO, Ivi p. 87.

30. Traduzione italiana: “Perché il Partito Comunista in Italia è l’unico partito che non farà accordi con la Chiesa” da RONALD H. BAINTON, Chronicle of a subborn non-conformist, Yale, Yale University Divinity School, 1988, cit. p. 95.

31. EUGENIO DI RIENZO, Ibidem.

32. DELIO CANTIMORI, Lenin in Questioni di storia contemporanea, Milano, Marzorati, 1953, III, pp.693 e ss. In particolare p. 716.

33. CARLO MARX, Il Capitale, Roma, Edizioni Rinascita, 1951.

34. EUGENIO DI RIENZO, Ibidem.

35. Ivi. p. 88.

36. Cfr. EUGENIO DI RIENZO, Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e Repubblica, Firenze, Le Lettere, 2004, cit. pp. 233-234.

37. Cfr. EUGENIO DI RIENZO, Delio Cantimori e il <Dopoguerra storiografico>, in AA.VV., Delio Cantimori e la cultura politica del Novecento (a cura di EUGENIO DI RIENZO e FRANCESCO PERFETTI), Le Lettere, Firenze, 2009 cit. p. 89.

38. GIULIANO MANACORDA, Appunti per una discussione sulle tendenze della storiografia italiana, Roma, Relazione per la Commissione culturale del Pci, 1962, Fondazione Istituto Gramsci, Archivio, f.1 cit. in EUGENIO DI RIENZO, Ibidem.

39. Cfr. EUGENIO DI RIENZO, Ivi. p. 91.

40. Cfr. RONALD H. BAINTON, Chronicle of a subborn non-conformist, Yale, Yale University Divinity School, 1988.

41. Si cita il noto testo del rivoluzionario marxista e fondatore dello Stato sovietico. Ultima edizione: Roma, Editori Riuniti University Press, 2019.

42. ADRIANO PROSPERI, Delio Cantimori maestro di tolleranza in “Il Manifesto” 30 marzo 2005.

43. ROBERTO PERTICI, Mazzinesimo, fascismo e comunismo. L’itinerario politico di Delio Cantimori, in <Storia della Storiografia>, VOL.31, Milano, Jaca Book, 1997, cit. p. 174 ove nell’estratto in inglese English abstract si afferma che Cantimori abbandonò progressivamente l’interesse e il sostegno al modello fascista e nazionalsocialista tra il 1934 e 1938.

44. DELIO CANTIMORI, Tre Saggi su Jünger, Moeller van den Bruck, Schmitt, Roma, Settimo Sigillo, 1985.

45. ADRIANO ROMUALDI, Mussolini il rivoluzionario, da Il Secolo d’Italia (data sconosciuta), 1965 <https://www.centrostudilaruna.it/mussoliniilrivoluzionario.html> (consultato in data 12 aprile 2023).

46. DELIO CANTIMORI, Il furibondo cavallo ideologico, Macerata, Quodlibet, 2019.

47. <http://augustomovimento.blogspot.com/2009/12/il-fascismo-di-delio-cantimori.html> pubblicato su Augusto movimento in dato 24 dicembre 2009 (consultato in data 12 aprile 2023).

48. Su Thiriart e la sua visione geopolitica per certi versi, analoga a Cantimori, si veda: AA.VV. (a cura di PIETRO MISSIAGGIA), Europa Nazione. Jean Thiriart il cavaliere eurasiatico e la Giovane Europa, Milano, Aga, 2021.

49. Ibidem.

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