Prometeo, il tempo, la morte
Domenica 31 maggio 2026 alle 18.00 nella sede del Parco Archeologico di Naxos (Giardini-Taormina) dialogherò con il regista e attore Daniele Salvo e con Fulvia Toscano sul Prometeo di Eschilo. L’evento fa parte dell’edizione 2026 di «Naxos legge», che è dedicata al Mito.
Le potenze che contano, le vere potenze, sono la Materia, il Tempo, la Morte. Per questo, come Prometeo ripete più volte, Zeus non è onnipotente e anch’egli è destinato alla caduta. In questo limite universale delle cose, in questo universale Sein zum Tode, gli umani si distinguono per la tracotanza unita all’imperfezione, per la presunzione unita alla viltà, per l’autoinganno di tutti e di ciascuno.
Davvero quella umana è «ᾇ τὸ φωτῶν / ἀλαὸν γένος ἐμπεποδισμένον; οὔποτε; una razza cieca che vaga incapace di vedere la luce: mai» (Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 549-550, in «Le Tragedie», Meridiani Mondadori 2013, trad. di M. Centanni). Una specie senza luce, gli Homo sapiens, alla quale neppure l’andare del tempo, che pure «tutto insegna» (v. 981) è capace di insegnare l’essenziale, la saggezza che il morire dovrebbe dare alla misura dei giorni.
Persino quella di Prometeo, di un Titano, del figlio di Θέμις è una «τέχνη δ᾽ ἀνάγκης ἀσθενεστέρα μακρῷι; un’arte di gran lunga meno potente della necessità» (v. 514). E invece gli umani, questi vermi verticali e malvagi, si credono superiori ad Ἀνάγκη sino ad affermare seriamente – è un’altra bizzarria del nostro tempo, quella dei movimenti estropiani e transumanisti – di poter non morire più, di poter vivere per sempre.
Ha ragione Zeus contro Prometeo, il filantropo. Zeus che nutre invece «una totale indifferenza verso la sorte dei mortali, considerati una stirpe difettosa» (Monica Centanni, p. 920).
Alberto Giovanni Biuso

