Categorie
Cinema

Pilato in Giappone

Il terzo omicidio
(Sandome no Satsujin)
di Kore’eda Hirokazu
Giappone, 2017
Con: Masaharu Fukuyama (Shigemori), Kôji Yakusho (Misuri), Suzu Hirose (Sakie)
Trailer del film

Τί ἐστιν ἀλήθεια; Che cos’è verità? (Gv., 18, 38). Nietzsche riteneva che questa domanda di Pilato fosse l’unica parola del Nuovo Testamento ad avere valore, e che di quel libro fosse la critica più puntuale, il suo stesso annientamento – «seine Kritik, seine Vernichtung selbst» (Der Antichrist, § 46).
Si tratta di una domanda che è nello stesso tempo l’orizzonte della filosofia e il suo sorgere. Che cosa sia verità è infatti una delle tre questioni con le quali e attraversando le quali l’indagine filosofica definisce se stessa, il proprio oggetto, il proprio statuto. Le altre due domande riguardano l’essere e il tempo.

È significativo che la domanda di Pilato venga posta in un contesto giudiziario, durante il processo richiesto dai capi della comunità giudaica contro il Nazareno. Dato che l’imputato parlava di sé come testimone della verità, un romano curioso e disincantato non poteva che porgli l’interrogativo al quale, peraltro, Gesù non rispose.

Rispondere a tale domanda è in effetti difficile. Uno dei modi è semplicemente negare che la verità esista. Non soltanto come concetto universale ma, più modestamente, anche come possibilità di accertare in che modo si siano svolti alcuni fatti. Quando quei fatti hanno un solo testimone, quando si tratta di un omicidio, quando l’imputato confessa e tuttavia cambia di continuo il proprio racconto, quando i moventi non soltanto suoi si moltiplicano e ogni nuova ragione dell’omicidio appare più forte della precedente, allora sembra proprio che non ci sia la possibilità di pervenire ad alcuna certezza.

È quanto accade in questo film, nel quale il genere giudiziario è soltanto un evidente pretesto per porre ancora una volta la domanda di Pilato. E non se ne esce. Perché non se ne esce? Perché anche a causa dell’insegnamento della persona alla quale il procuratore della Giudea pose quella domanda, noi siamo abituati a pensare – più che abituati, siamo convinti – che in interiore homine habitat veritas (Agostino, De vera religione, 39,72, 6).

Questo non è vero, semplicemente. E non lo è perché l’‘interiorità’ umana, la coscienza, la soggettività non costituiscono una sostanza più o meno stabile ma sono un flusso perenne di percezioni, sensazioni, riflessioni, sentimenti; costituiscono un teatro del presente e della memoria nel quale i personaggi mutano repentinamente carattere, i ruoli si confondono l’uno con l’altro, gli eventi possono dissolversi come se non fossero mai accaduti, altri eventi che mai sono stati appaiono come se si fossero verificati con certezza.

Gran parte dell’inquietudine del moderno (appunto inquietum est cor nostrum, Agostino, Confessioni. 1, 1, 1) sta in questo errore, in questo equivoco, in questa illusione, in questo primato della coscienza rispetto alla totalità del corpomente immerso nel suo ambiente. L’errore sta nel soggetto separato dal mondo e suo signore, l’errore sta nell’anima, l’errore sta nello spirito.

Non può dunque esistere la verità se essa abita nel soggetto. Qualche possibilità si dà soltanto se la verità è negli eventi, non nelle persone. La verità è ciò che accade. In ambito giudiziario questo implica che si possa tentare di accertare ciò che è accaduto attraverso elementi quanto più oggettivi possibile (i reperti, gli oggetti, i luoghi) e attraverso una varietà quanto più ampia di testimoni, se testimoni ci sono. Un solo testimone, che sia l’imputato, la vittima, qualcuno che ha visto, non garantisce nulla.

È ancora una volta il primato del conoscere sull’essere a costituire un presupposto invalidante. La questione della verità non ha a che fare soltanto con enunciati linguistici ma riguarda soprattutto l’essere e il tempo; la questione della verità è ontologica, non gnoseologica; essa indaga l’essere come è e non l’essere come viene inteso, in qualunque ambito lo si intenda: economico, sentimentale, storico, giudiziario. Quid est veritas? Veritas est esse eventuum.

Un altro tema che emerge più volte nel film è anch’esso decisamente teoretico e riguarda l’affermazione – enunciata dall’imputato e ripresa da altri per condividerla o per respingerla – secondo la quale «ci sono alcuni uomini che non dovrebbero mai nascere». Qui le cose sono più semplici dato che – alla luce di innumerevoli fatti –  questa affermazione è semplicemente vera.

Alberto Giovanni Biuso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *