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Metapolitica

Europa: una questione sovrana

La pandemia mondiale pone una torsione alla globalizzazione direttamente proporzionale alle conseguenze economiche e sociali che si svilupperanno in divenire. La crisi economica potrà avrà caratteristiche specifiche con difficili comparazioni storiche, intaccando la stessa produzione, catena di valore e accumulo del capitale. Probabilmente quello che tutte le nazioni saranno costrette a fare – per la propria sopravvivenza e quella dei loro cittadini – sarà l’opposto di ciò che è stato propugnato assertivamente negli ultimi decenni (con tanto di There Is No Alternative declamato da Margareth Thatcher): dovranno cioè dare luogo ad una economia  di  autosussistenza, e questo non potrà abbandonarsi alla provvidenza atea dalla mano invisibile del mercato, ma affidarsi all’intervento degli Stati, dando luogo a qualcosa che era impensabile fino a qualche mese fa, ovvero una opera di controllo e pianificazione pubblica. Ora si sta cercando di decidere a chi far correre il maggior rischio nella distribuzione degli oneri della crisi. Il partito del rigore antepone gli interessi del capitale a quelli del lavoro. Il partito che chiede la monetizzazione del debito antepone gli interessi del lavoro a quelli del capitale. Ma la crisi ha implicazioni più profonde del livello economico.

Nonostante il tentativo di accreditare tramite lo stato d’eccezione la credibilità delle classi dirigenti politiche, economiche e scientifiche, è improbabile che usciranno indenni da questa crisi che scuoterà ogni auctoritas e dispiegherà all’ennesima potenza il divario incolmabile tra la popolazione e le oligarchie tecnocratiche dominanti. Il precipitato apolide e cosmopolita di tutti gli universalismi ideologici prima e scientisti poi si è nutrita di una distopica trasformazione antropologica basata sull’affermazione di una nuova umanità senza più ostacoli per i propri desideri, in giro per un mondo dove non c’erano più limiti né confini, compiaciuta del proprio abbrutimento consumistico, portatrice dell’idea di uno sviluppo illimitato e una crescita continua in linea con un ideologia del progresso in grado di assicurare lo stato del “benessere”, capace di sconfiggere qualsiasi malattia, di prolungare indefinitamente il tenore materiale della nostra vita mondana. La mega-macchina tecno-scientifica, l’economia, la finanza, le merci hanno uniformato il mondo – di contro alla sostenibilità biofisica della Terra – ingenerando un mercato anonimo dove si sono messe all’incanto l’identità delle persone e delle comunità.

La dimensione della morte – riaffacciatasi prepotentemente come esperienza di massa – semmai ci fosse uno scarto di consapevolezza nella coscienza individuale e collettiva, dovrebbe evocare il limite, suscitare una domanda sul senso della vita indipendente dalla mera autoconservazione biologica e quindi sanitaria, ma invece le tecnocrazie sono intenzionate a farci entrare nel Security State, e probabilmente dovremo affrontare qualcosa di mai visto prima: controllo stretto dell’informazione, limitazione della libertà e sistemi di controllo diretto o indiretto del comportamento. Risultano quindi ora assai puntuali le considerazioni di Ernst Jünger, quando avvertiva come nel regno del nichilismo occorre primariamente non temere la morte, altrimenti il bisogno di sicurezza imporrà il Leviatano, il quale baratta la sua volontà di dominio totale, con la garanzia della sicurezza non più solo individuale, ma – coerentemente con la sfera del suo dominio – universale. La necessità della mera sopravvivenza è il cavallo di Troia con il quale il totalitarismo si introduce profondamente nell’animo umano e lo conforma a sé. Le istituzioni securitarie generano abitudine alla sottomissione, serialità, reificazione, dipendenza dal comando, paura della libertà, fobia dell’altro. Di contro, l’empatia, il comun sentire, deve contrastare l’inerzia dell’abbrutimento sociale, ma può farlo solo quando gli istinti aggregativi si sublimano nel senso di appartenenza e spirito di servizio, fondamento del bene comune (koinonia), altrimenti l’impulso reciproco è il corrispettivo della mera autoconservazione biologica individuale. Per dirla con Michel de Montaigne, «Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione».

È altrettanto evidente come la situazione di eccezione sanitaria prima ed economica poi, renda protagonista indiscussa la questione della “sovranità”: la legittimità del potere, cioè il fondamento di quella autorità. Il concetto di sovranità, ripudiato dalla autoregolamentazione liberale della società di mercato, rappresenta la condizione politica di una comunità, così come la garanzia di un pluralismo internazionale fondato sulla dignità e molteplicità dei Popoli. In sua assenza, domina l’indistinto della globalizzazione dei mercati, l’illimitato della “società aperta”, venendo a mancare l’autodeterminazione come strumento decisivo per la esistenza e convivenza multilaterale delle differenti entità politiche nelle relazioni internazionali. Collassi economico-finanziari, migrazioni di massa, mutazioni climatiche, deriva oligarchica della liberaldemocrazia, sfiducia generalizzata nelle istituzioni, crisi valoriale e di partecipazione e ora una pandemia virale.  Quel mondo era contraddistinto dalla libera circolazione di capitali e merci, dalla presenza di organismi regolatori con forti poteri coercitivi de facto, se non de jure (FMI, WTO, varie agenzie dell’ONU), dall’egemonia statunitense sul piano “culturale”, oltre che economico e militare. È chiaro che ora le tensioni geopolitiche si tenderanno allo spasimo nel conflitto per l’egemonia tra unilateralismo e multilateralismo, e anche il fatto che gli Stati Uniti non siano capaci di assumere un ruolo di riferimento nella crisi in atto, ne palesa una condizione di declino, mascherata dal primato militare alimentato – a sua volta – dal pericolante monopolio del dollaro, agente mondiale della finanziarizzazione della economia. Da questa parte dell’Atlantico, all’ennesima chiamata della storia, non è in grado di rispondere responsabilmente l’Unione Europea, letteralmente incapace di prendere decisioni non più derogabili: cambiare le priorità, rendersi Europa politica e sovrana, oppure implodere nell’inevitabile ritorno dei particolarismi nazionali. L’UE è un agglomerato di Stati dimidiati che hanno rinunciato alla sovranità monetaria, con conseguenze economiche che però ricadono esclusivamente sui medesimi singoli Stati nazionali, destinati a implodere socialmente alimentando il comprensibile rancore particolaristico.

Ma può andare differentemente? No, perché gli universalismi cosmopolitici e l’ideologia liberale egemone, non solo tradisce la democrazia in favore dell’oligarchia tecnocratica che gli si addice, ma considera l’Europa uno strumento e non un fine, uno scopo. Il mezzo per realizzare l’impoliticità della società individualistica e mercantile autoregolata nella domanda e nell’offerta, cioè della competizione speculativa. L’Europa vacilla nella insignificanza ancor prima che per il dettato economico che la caratterizza, per l’idea cosmopolitica che la sorregge, un’entità cioè priva di una ragione politica comunitaria. L’idea cioè del primato dell’universalità individualistica declinata nelle forme proteiformi del relativismo. L’utopia astratta della pace, dell’universalità dei diritti civili come delle libertà dei traffici e delle transazioni, della liceità di ogni volizione del desiderio tradotto in un diritto senza alcun dovere e contesto culturale. Il fallimento della UE è nel suo fondamento e legittimità, non nelle forme istituzionali che la caratterizzano. La questione riguarda la sovranità ove il “potere temporale”, esterno e visibile, è scisso dalla autorità “interiore” che lo determina.

La crisi in atto ci pone di fronte a una terra incognita, che i progressisti affrontano con il moralismo del politicamente corretto e i conservatori con il rancore. Entrambe – come parte sinistra e destra del dettato liberale – si trovano inabili di fronte all’impossibilità di produrre una immagine razionale della realtà, versione immanente del piano provvidenziale delle divinità salvifiche. Nell’imprevisto, nell’imponderabile, nell’insensato, nell’amor fati è proprio il politico – nella sua imponderabile autonomia decisionale – che può confrontarsi con il caotico e prendersi la responsabilità di una collettività. L’Europa può avere valore politico solo se intesa come civilizzazione culturale e dignità spirituale dei Popoli che la compongono. In tale prospettiva emergono tutti i limiti del giusnaturalismo contrattualistico in favore del principio di sussidiarietà che fa della preservazione della pluralità una garanzia della sovranità. Partendo da quest’idea della legittimità del potere – teorizzata dall’aristotelico Johannes Althusius all’abbrivo della modernità – nascerebbe una democrazia partecipativa organica, comunità di comunità, non da esportare, bensì da difendere dalle “azioni espansive” d’ogni falsus procurator, il quale agisce in nome e per conto dell’umanità e del liberalitarismo globale, sebbene in assenza di mandato, e quando i governanti si ritengono mandatari dell’intera umanità, il totalitarismo è in atto.

Riqualificare il mondo significa paradossalmente fare un bagno di realismo, quindi contrastare le spoliticizzazioni (tecnocratiche, economicistiche, moralistiche, giuridiche) e il nichilismo individualista delle folle solitarie – ora “distanziate” socialmente… – ricostruendo le ragioni del senso di appartenenza a una comunità di destino. È appunto una questione di sovranità: europea o nazionale, ma comunque antidoto a ciò che è apolide, informe, mercantile, impolitico. Risolvendo magari la bizzarria sovranista occidentale, insensibile all’autodeterminazione, si distingue contro la sovranità altrui e si asservisce al dominio egemone mondiale di turno, che nulla ha ovviamente di “sovrano” tranne gli interessi altrui scambiati per propri. Nel liberismo non esiste alcuna sovranità, ogni decisione ultima viene demandata alle “esigenze del mercato”, che corrode sistematicamente ogni sovranità politica sostanziale. Subalternità e sudditanza psicologica da parte dei progressisti nei confronti della Unione Europea è paritetica alla subalternità e sudditanza psicologica dei conservatori nei confronti degli Stati Uniti. Diceva bene Aristotele nell’asserire che ci sono solo contrari dello stesso genere.

Ad essere messa in discussione in questo crinale storico è la globalizzazione. Le relazioni internazionali sono essenza della reciprocità e scambio tra identità, segnate da frontiere, contro la omogeneizzazione, mercificazione, standardizzazione funzionale dell’umanità. L’economia deve essere sostenuta da una moneta emessa da una banca prestatrice di ultima istanza pubblica, con valute complementari locali, che socializzi i mezzi di produzione in forma partecipativa ed ecologicamente compatibile. Il denaro deve essere uno strumento, prodotto e messo a disposizione come mezzo di scambio e riserva di valore dalla sovranità politica e perciò anche a costo zero, nella quantità ritenuta utile alle operazioni economiche correnti d’eccezione. Emissione di moneta strettamente legata all’aumento della produzione, in modo tale da permettere alla statualità di fare manovre in deficit, senza incorrere nel pericolo di inflazione, sino al raggiungimento tendenziale del pieno impiego. Questo deve emancipare dalla egemonia del dollaro e portare a riconsiderare la nostra visione e quindi collocazione nel mondo, in una proiezione multipolare, fatta di ampie aree continentali tanto autosufficienti quanto sussidiarie socialmente e plurali culturalmente, ridiscutendo le alleanze internazionali. La sovranità neutrale e armata dell’Europa significa ritornare nella storia, assumersi la responsabilità della propria difesa fuori dalle strutture atlantiche del secolo passato, in alleanza continentale con chi intende un mondo plurale, multilaterale, resiliente, sostenibile, capace di ricomporre il divario tra cultura e natura, dato il suicida progetto della forma capitale di una crescita illimitata in una Terra finita.

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