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Serge Latouche scrive la biografia intellettuale di Baudrillard

«Qualunque destino, per lungo e complicato che sia, consta in realtà di un solo momento: il momento in cui l’uomo sa per sempre chi è»

(Jorge Luis Borges, L’Aleph – 1949 –, Feltrinelli, Milano 1999, p.4.)

Serge Latouche, professore emerito di Scienze economiche allUniversità Paris-Sud, economista e filosofo francese, massimo teorico della decrescita ha scritto “in punta di penna” una biografia eccezionale su Baudrillard. Dal 18 marzo 2021 è disponibile in tutte le librerie il suo Quel che resta di Baudrillard: Un’eredità senza eredi. Una biografia intelligente, come poche: Latouche da ampio sfogo alle sue capacità analitiche e intellettuali, raccontando Baudrillard ma senza esimersi dal mettere in primo piano i punti in comune e quelli che li hanno sempre divisi. Questo, mentre il filosofo e politologo francese, come ha giustamente ricordato Alain Caillé, professore emerito di sociologia all’Università Paris-Ouest Nanterre, purtroppo «in Francia non è più letto dai sociologi o dai filosofi (per non parlare degli economisti e degli antropologi)». Cosa che in realtà non succede da noi in Italia ma, contrariamente a quello che accade in Francia spesso vengono riproposte alcune delle sue folgorazioni sull’iperrealtà, su Il sistema degli oggetti dall’omonimo saggio e sulla seduzione del simbolico ecc., adottando un criterio di valutazione della performance e della produzione, inerente all’ampio repertorio bibliografico-intellettualistico. Inoltre, leggiamo degli scritti che non vanno oltre le solite disamine su Baudrillard, privi di intuito e non in grado di tracciare nuovi percorsi. Chiunque cerchi di negare questo dato di fatto, spesso, non muove delle critiche ben argomentate alle sue opere: buone solo a distruggere l’ex marxista o il “traditore” della nouvelle gauche socialiste. A distanza di parecchi anni, possiamo dirlo, pare essere cambiato poco per gli epigoni della gauche caviar. I quali fanno il paio con il silenzio assordante di una destra che non ne ha quasi mai letto un libro, salvo rare eccezioni, in tempi difficili di condanne ed estromissioni per “combutta” con il nemico. Chiunque non sottostava agli schematismi superati dalla Storia (la stessa cosa accadde a Baudrillard), per coloro che erano in possesso di un quoziente intellettivo appena sopra la media, la scure si abbatteva inesorabilmente. Alcuni autori e accademici come Vanni Codeluppi sono riusciti con le loro ricerche a fare un po’ di luce sui fenomeni comunicativi presenti all’interno dell’ideologia dei consumi, dei media e della cultura di massa. Non si arrendono e ricollocano nel posto che gli compete una delle figure più controverse e geniali del panorama intellettuale europeo, oggetto di nuovi studi e approfondimenti adeguati.

E grazie a Latouche è ora possibile leggere tra le pieghe della vita di Jean e del suo pensiero, tra le sfaccettature del doppelgänger e viandante nelle cose del mondo. Riprendono nuovamente vita ed emergono in tutta la loro sorprendente complessità: il gauchiste militante e presto disilluso, il genio che segue un itinerario che combacia con la forma e la maturazione di pensiero, scegliendo di proseguire il suo cammino mai in modo lineare e con un «percorso a spirale». Ed ecco allora, far capolino l’anarchico conservatore, il situazionista, l’abile germanista ed il sociologo, il patafisico che approda alla «patasociologia», per Latouche il metalepsico che muta in patafilosofo, «Baudrillard prima di Baudrillard» e lo Jean che verrà dopo. Certamente non l’uomo che ripudiò la sua identità, pensando di non volerla più ritrovare nei «grandi spazi» e nei deserti dell’America del Nord, attraversando il deserto Mojave, il parco di Anza-Borrego, l’Arizona ed il Nevada. Eccetto accorgersi, in una conferenza a Reims, città storica del nord-est della Francia e luogo in cui è nato, delle origini della sua famiglia, che «si può non voler essere classificato o compreso rispetto a dei riferimenti (osserva Ludovic Leonelli, ex allievo di Baudrillard), ma non si può pretendere di “non venire da nessuna parte”». Gli abitanti del “villaggio” lo riconosceranno come uno di loro e Jean a sua volta li riconoscerà come parte di sé. Lo studioso che in quel periodo scriverà America aveva un occhio di riguardo per il «cosmopolitismo totale». Ma è anche lo stesso che nel luogo dove ha vissuto tutta l’infanzia, riuscì a riannodare i fili interrotti con «la traccia di un bisnonno pastore, del nonno piccolo contadino» e di certo non era lo sradicato che diceva di essere, quando affermava che «la dimensione locale è immonda». In fondo, non ha mai dimenticato gli amici di infanzia ai tempi del Liceo di Reims, quelli dell’adolescenza quali erano Michel Neyraut detto il Filosofo e Jean-Marc Segresta, alias il Barone e soprannominato il Canonico. Un microcosmo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale nella regione della Champagne-Ardenne, dove Jean incominciò ad indagare quello che gli altri reputavano superfluo. Passo dopo passo, tutto gli fu più chiaro: appena dopo l’arrivo degli americani, nella sua testa, nacque subito un interrogativo sulla nozione di surplus. Il macrocosmo degli americani che invadono i mercati ed il sistema delle scorte destinate ai GI, presto affiorerà in tutta la sua ampia banalità. La questione è evidente, «non ci sono surplus» per il motivo che «tutto è surplus», mentre lo scempio delle devastazioni lascerà il posto ad un’amara constatazione, alla nuova religione d’Occidente: «la guerra è surplus e ancora di più e sempre di più, ci sommergono, dilagano, sono il surplus». Una riflessione che ricorda un po’ quella di Jünger nel suo scritto Irradiazioni, precisamente nelsecondo diario parigino dal febbraio del 1943 all’agosto del 1944, addentrandosi nella deificazione de «il mondo quale un manicomio razionalmente costruito».

La molla del pensiero speculativo di Baudrillard è indubbiamente il doppio, ben visibile nel Il sistema degli oggetti e in quasi tutte le sue opere. Ad essergli di grande aiuto è il continuo «scambio sottile tra le considerazioni generali e l’esperienza personale». L’asserzione cara a Jean, quella che indica «l’uomo non è mai identico a sé stesso», si rivelerà essere di una convenzionalità tale che Latouche non mancherà di cogliere perfettamente. Nel mito dello «studente di Praga» che Baudrillard citava spesso nei suoi saggi (leggasi Lo scambio simbolico e la morte), di fatto «il suo doppio uccide il fidanzato» e a sua volta «il giovane allora si uccide sparando sul doppio che lo ha disonorato». Jean, oppone al senso di doppio ed allo sdoppiamento, ciò che per Latouche assomiglia ad una certa infatuazione per i popoli “primitivi”. Riassumendo, nulla a che vedere con il senso di molteplicità «dell’antichità politeista» ma parecchio invece, con lo «sdoppiamento così come vissuto nelle società europee moderne». Se per Latouche le génie de Reims «ripercorreva la storia del doppio dall’antichità politeista fino all’interiorizzazione dell’anima da parte del soggetto cristiano», per Jean aveva molta più importanza porre l’accento su di una tipologia di soggetto «unificato e individualizzato» che in realtà è parte del doppio. Una parte importante di una visione duale dell’uomo, buono o cattivo, audace o pavido e via discorrendo. Sebbene l’uomo sia tante altre cose, molte di più. In ogni modo, a pagina cinquantasei è lo stesso Baudrillard a mettere le cose in chiaro su quello che voleva intendere: «l’essere si demoltiplica in innumerevoli altri, altrettanto vivi di lui, mentre il soggetto unificato, individuato, non può che affrontare sé stesso nell’alienazione e nella morte». E come al solito, lo fa ancora una volta, facendo perdere le sue tracce e riacciuffando il filo conduttore, quando serve. La prima cosa che viene in mente leggendo questo stralcio, è quanto tempo sia andato perso tra i due e con esso la possibilità di confrontarsi sulle cose in cui divergevano. Serge, così diverso da Jean. Jean, con la sua padronanza della scrittura e della lingua, così diametralmente lontano da Serge. A riunirli è senza dubbio la biografia-dedica di un Latouche in là con gli anni, che non poteva esimersi dallo scrivere un qualcosa su Baudrillard. Chissà, evidentemente non riusciva più a trattenere quei pensieri parecchio calzanti e quelle osservazioni acute che avrebbe avuto il piacere di esplicare a Baudrillard, quando era ancora in vita. Ma i due non erano in buonissimi rapporti…

Al bretone di Vannes, uno degli animatori della Revue du MAUSS (Rivista del Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali), sicuramente avranno provato ad affibbiargli uno dei soliti epitaffi, guarda un po’, proveniente dagli ambienti di sinistra. Jean a sua volta divenne il “radical chic” da salotto, avvezzo alle mostre fotografiche, il conferenziere impenitente che scriveva, dicendo tutto e il contrario di tutto, senza mai affondare nel reale. Ad ogni buon conto Latouche, una mente accorta e lungimirante, colse quello che i detrattori di Baudrillard (in parte anche i suoi) ignoravano, evitando di guardarsi allo specchio: Baudrillard riusciva a tenere insieme due polarità ben specifiche, il radicato ed il «cosmopolita». Quest’ultima, nell’accezione positiva del termine. Percorrendo indenne e, soprattutto conscio, dell’importanza che aveva per la sua generazione il Maggio ‘68, leggendo gli accadimenti con occhi sgombri dalle facilerie della cultura pop e del suo immaginario: mettendola in discussione ed estremizzandola «in mondo totalmente dominato dal paradosso». Questo, mentre ancora oggi nessuno si assume la responsabilità di criticare in profondità i cultural studies con un “pensiero radicale”, relativo alla “radice”, visto che «la posta in gioco non consiste più nella spiegazione ma in un duello, in una sfida rispettiva del pensiero e dell’evento» (Power Inferno, Cortina Raffaello Editore, 2003, p. 20.). In quegli anni poi, conobbe quello che sarebbe diventato in seguito l’amico di sempre François Séguret, George Perec ed Edgar Morin che si ricorda di lui al Centre d’Etudes des Communications de Masse (C.E.C.M.A.S.). Ma presto, nonostante l’amicizia con Félix Guattari e la creazione nel 1962 dell’Association Franco-Chinoise che produrrà una rivista di stampo maoista, sceglierà di intraprendere una «traversata» in campi e ambiti che gli erano più consoni. In primis, l’elaborazione di una critica rispettosa a Foucault che sfocerà in un vero e proprio pensiero teorico sull’importanza di dover Dimenticare Foucault, esattamente come il titolo dell’omonimo libro. Dicevamo, una critica rispettosa che l’homme irritable si legò al dito ignorandolo, quando l’obiettivo era semmai proprio quello di discuterne.

Ma Jean non ha mai vissuto in funzione dell’indice di gradimento che potevano avere i massimi esponenti della cultura dell’epoca. Andò avanti per la sua strada, cimentandosi in disamine per nulla azzardate sulla «immondializzazione», termine da lui coniato per mettere in risalto le storture della mondializzazione, sulla pervasività dell’anti-utilitarismo sin troppo utilitarista, sull’aspirazione ultraconsumista della classe media e di quella inferiore legate alla logica sociale dell’abbondanza e «del godimento indicizzato sulla colpa» (il godimento vergognoso) che andò a sommarsi, peggiorando la situazione, alla «reintegrazione della mancanza di godere nel godimento». Riuscì anche a delineare in anticipo le tinte plumbee del paradosso strutturale della crescita e dello smarrimento della distruzione del nostro oikos. Le sue riflessioni continuano a dar fastidio e più di un qualcuno gli imputa di aver avuto un tipo di scrittura arzigogolata, tendente all’auto piacimento, palesando un’infedeltà recondita verso i suoi strali riguardanti l’esibizionismo nella società di massa. L’ennesimo j’accuse, un’altra maniera per provare a nascondere l’assuefazione alla stessa artificializzazione del mondo e delle cose. Per dirla con Latouche che in questo scritto di certo non lesina, il tutto rientra nel complesso delle dimostrazioni plastiche di quanto il simulacro non debba «più essere inteso come ciò che nasconde la verità, ma come ciò che nasconde l’assenza di verità». Una virtualizzazione e l’alterazione delle cose che vivono anche dei pareri di un “opinionismo” vago, «dominati da modelli che si susseguono compulsivamente: vale per la moda, la comunicazione politica ecc.». Lo stesso discorso che segue pedissequamente la continua nascita di saghe commemorative ed i processi alle intenzioni per riciclare «a titolo postumo o artificiale», avvenimenti di un passato che «testimoniano di una storia ancora viva». Naturalmente, raccontata per ciò che non è mai stata. Una sagra più che una saga dell’indifferenza che alimenta la fascinazione per gli effetti deteriori della dismisura, estesa in tutti gli ambiti e le sfere. L’autore di Quel che resta di Baudrillard: Un’eredità senza eredi farà un po’ di chiarezza in merito, spingendosi sino ad approntare il discorso di un’ipotetica complicità di Baudrillard con il «Sistema», complicità o duplicità, che lo vedrà sottrarsi dai tic della sinistra contro le critiche provenienti proprio dalla stessa sinistra: illustrando i rischi della “tentazione al nichilismo” da cui Jean non era immune. Un sospetto del tutto infondato se non contraddittorio, in quanto le supposizioni di Latouche vengono articolate sulla base di «un accostamento tra le affermazioni di Baudrillard e altre prese di posizione nominaliste», quali sono quelle di Bruno Latour, di Jean-Loup Amselle, fermo sostenitore dell’inesistenza delle etnie e di tanti altri ancora. Un errore che l’autore non protrae a lungo, evitando di inerpicarsi ulteriormente su di un crinale pieno d’incertezze, irto di congetture: Baudrillard si avvicina al nichilismo su «diversi versanti e con diverse tesi a proposito del reale». In particolare, scrive Latouche, è anche lui un «grande nichilista davanti all’Eterno e il cadavere dell’Eterno, o, nel suo caso, il cadavere del reale?». Dal punto di vista di Serge Latouche, la risposta è implicita. Arricchendo di contenuti una lettura inedita di Baudrillard, laddove ci fossero dei minimi dubbi da fugare sulla bontà del lavoro dell’economista e filosofo francese. Una biografia ed un lavoro intellettuale che solo una mente libera come Baudrillard poteva incoraggiare.

Serge Latouche

Quel che resta di Baudrillard. Un’eredità senza eredi

Bollati Boringhieri, 18/03/2021

Ppgg. 360, euro 27.00

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