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Sociologia

Michel Maffesoli: «Il potere non è più emanato dalla volontà popolare»

Intervista. Michel Maffesoli è un sociologo e Professore Emerito alla Sorbona. Il suo lavoro La trasfigurazione del politico (1992) è oggi ripubblicato da Cerf. E’ ancora attuale? Lo abbiamo chiesto all’autore.

FP: Quali sono gli assi principali di questa «trasfigurazione del politico» che lei osservava già a partire dagli anni ’90?

MM: Potrete trovarlo un po’ vanitoso, ma inizierò citando il mio libro per rispondere alla sua domanda. «[…] il contratto sociale, nazionale, internazionale non sembra più essere un modus operandi in alcun campo […] un’eterogeneizzazione galoppante sta contaminando le società nel loro insieme: il lavoro non obbedisce più alle leggi della negoziazione; le economie sono soggette a una logica di guerra; le istituzioni tendono alla frammentazione; la politica si tribalizza e obbedisce sempre più a una logica di seduzione; la religione lascia il posto a forme minori del sacro; e il nucleo familiare non ha più il monopolio della gestione del sesso. … Volendo continuare a pensare al sociale partendo dal presupposto della solidarietà meccanica (quella che considero razionalista e contrattuale). …il conflitto è tra Stato e non-Stato, o ancora tra istituzione contrattualmente regolata, politica razionale, e quella fusa con reazioni del tutto imprevedibili».1

Non credo che le osservazioni che ho fatto 30 anni fa sulla saturazione della politica, nonché sulla democrazia rappresentativa e sull’emergere di nuove forme di solidarietà, di comunione affettiva, siano sostanzialmente cambiate. Ciò che è cambiato è che queste osservazioni che non molti di noi fecero allora2 sono ora ampiamente condivise. Così come, il fenomeno dell’astensione, accresciuto dalla mancata iscrizione nelle liste elettorali (cosa che segnalo da tempo), è diventata ora una preoccupazione per le autorità. Per dirla brevemente, le persone non si sentono più rappresentate dalle élite, il che rende qualsiasi ordine sociale e politico profondamente instabile. La rivolta dei Gilet Gialli, la strumentalizzazione della crisi sanitaria per portare a questo stato di «servitù volontaria» (La Boétie) di cui già parlavo e, in generale, l’isterizzazione dei dibattiti pubblici attestano questa saturazione della politica.

FP: Lei ha in effetti diagnosticato il ritorno in campo dell’emozionalità nella sfera politica. Come vede, con decenni di senno del poi, questa tesi del primato dell’affettività?

MM: Voglio dire prima di tutto che in tutto il mio lavoro mi sono sempre sforzato di descrivere, per riprendere una distinzione di Max Weber, quello che é e non ciò che dovrebbe essere. Atteggiamento non normativo, non giudicante, senza mai dire se una cosa sia giusta o sbagliata. Non posso far altro che constatare che quello che ho descritto come emergente nel 1992 stia diventando un fenomeno di massa. La politica in senso moderno era il progetto a lungo termine (Julien Freund). Questo progetto avrebbe dovuto migliorare la società, persino preparare una società perfetta a venire. Oggi, come diceva Platone ne La Repubblica, è la degenerazione della democrazia che porta alla «teatrocrazia». Guy Debord lo aveva già mostrato parlando della «società dello spettacolo» e del divenire spettacolo dell’intera vita sociale. Cosa significa questo se non che il sostegno degli elettori si cerca seducendoli, facendo appello alla loro emozionalità? Quando l’energia popolare non è più incanalata nel progetto politico, si trasforma in movimenti più o meno disordinati, e questo vale sia in meglio (solidarietà, aiuto reciproco, piacere di stare insieme) che in peggio: espressione violenta e conflitto, in particolare.

FP: In un certo senso, se la Ragione è stata portata all’apice dall’Illuminismo, la base degli esseri collettivi non è sempre stata, almeno in parte, territorio dell’emotività?

MM: Non bisogna confondere ragione e razionalismo. Il razionalismo mira a sottoporre tutto alla ragione, a spiegare tutto con cause esplicite, a negare tutto ciò che nella natura umana è nell’ordine dell’immaginario, dei sogni, delle fantasie. Thomas Kuhn ha mostrato chiaramente che l’Europa ha seguito la via recta della ragione dal XVII secolo, abbandonando per strada questi impedimenta (questo bagaglio) che sono i sogni, i miti, le fantasmagorie, ecc. Ciò ha portato ai progressi scientifici e alle applicazioni tecnologiche che conosciamo.

Ma la natura umana è quella che è. Ha bisogno di esprimere le sue emozioni, i suoi sentimenti, questo «più dell’essere» che la costituisce strutturalmente. Ciò che costituisce il corpo sociale è il ricorso all’emotivo, all’affettivo. Per questo, anche nel pieno dell’era razionalista, la Ragione si è eretta a mito: si è parlato di «Dea Ragione», e ho citato spesso il «mito del Progresso». Il mito è l’espressione del simbolismo dell’insieme sociale, ne traduce la fantasia, il «proprio genio». Ma se in epoca moderna, questa aggregazione, questa solidarietà, era mediata dal contratto giuridico e dallo scambio economico – il famoso «contratto sociale», quella che ho chiamato solidarietà meccanica – oggi, nella postmodernità, domina l’emozionalità, che è il fermento aggregativo, il «cemento sociale» – quella che ho chiamato una solidarietà organica che si esprime nel «patto». Insomma, il contratto è puramente razionale, il patto invece è emozionale.

FP: Cosa le ha ispirato il recente meeting di Eric Zemmour (con il quale si è già confrontato) al Trocadéro? Alcuni commentatori l’hanno vista come una «massa fascista». Dovremmo vedere lì il segno di questo «noi comunitario» di cui parla nel suo lavoro?

MM : Come ho spesso detto, mi attengo alla distinzione tra «lo studioso» e «il politico» (Max Weber) e non ho mai sostenuto nessun candidato. Il dibattito con un politico non implica alcun supporto o presa di posizione. Parlo con chiunque mi inviti a farlo. Questa è l’apertura e la generosità di spirito che rivendico come qualità primarie per l’intellettuale: neutralità assiologica! O per usare un’espressione di Joseph de Maistre: metapolitica.

A proposito del meeting del Trocadéro, noto che ha scelto un luogo tragicamente segnato per molti dei suoi sostenitori che provengono dalla destra di Fillon. L’ultimo incontro prima della disfatta! Comunque sia, anche qui nel mio lavoro, ho puntualizzato ciò che un’élite fuori fase chiama «populismo» o estremismo quando si parla di Jean-Marie Le Pen e Bernard Tapie, i quali, ciascuno a modo suo, criticando l’astrazione, il politichese, la burocrazia e l’economicismo, recuperano l’adesione delle masse popolari. Il radunarsi di una folla emotivamente surriscaldata, che insulta i suoi oppositori e urla il suo amore per il suo leader, secondo uno scenario ben orchestrato dai mezzi di comunicazione, non è un fenomeno nuovo o esclusivo del «populismo» di destra. Pensiamo a certi meeting di Ségolène Royal e anche a volte, durante la sua campagna elettorale nel 2017, di Macron.

Naturalmente, questi grandi raduni riguardano tutti i riti religiosi e, come tutti i raduni, giocano sull’emozione e non sulla ragione. In La trasfigurazione del politico, ricordo lo stupore di Marcel Mauss di fronte ai raduni nazisti, riguardo ai quali concludeva così: «questo ritorno al primitivo non era stato l’oggetto delle nostre riflessioni. Ci siamo accontentati di qualche allusione agli stati delle folle, mentre questa è tutta un’altra cosa… in definitiva li abbiamo considerati senza valutare gli straordinari nuovi mezzi di comunicazione».3

Il meeting del Trocadéro traduce in maniera scenografica questo slancio puramente emozionale che unisce i sostenitori di Éric Zemmour nel culto del mito di una Francia eterna. Narrazione storica che corrisponde più a una nostalgia per la modernità che a un’apprensione per la postmodernità. Ma la costruzione di una narrazione storica mitica è compito di ogni politico. Eric Zemmour si rivolge al sentimento, rompe con l’economicismo degli esperti e con l’ideologia materialista di derivazione marxista. Quel che è certo è che una parte significativa dell’elettorato è sensibile a questi temi. Ricordiamo qui Charles Péguy: «Tutto inizia nel mistico e finisce nel politico». Già nel mio libro, ritenevo che fosse necessario ribaltare tale osservazione e che, quando un’epoca finisce, il mistico riacquista forza e vigore!

FP: Utilizza molto la frase latina «secessio plebis» per evidenziare la rottura tra il popolo e un’élite ritenuta illegittima. Come si manifesta oggi questa secessio plebis?

MM: E’ da molto tempo che utilizzo l’esempio storico e metaforico del popolo romano che, quando le decisioni del Senato non gli convenivano più, si ritirava sull’Aventino, bloccando così completamente la vita in città. Per farlo tornare indietro, era necessario che i Senatori inviati come emissari raccontassero una storia, rinvigorissero in qualche modo il mito. I fenomeni di astensione che ho segnalato a lungo, ma anche l’abbandono dei partiti e dei sindacati, il disinteresse per i dibattiti politici che non fanno più audience, se non assumono una forma spettacolare, sono forme brutali di questa secessio plebis.

Ma in modo più generale, va anche rilevato che le solidarietà, i raduni collettivi, le forme di scambio e condivisione, abbandonano i modelli politici e anche istituzionali per assumere forme più brevi, più spontanee, più occasionali. I raduni più che le manifestazioni organizzate, i «flash mob», le sommosse improvvise, sono tutte modalità di protesta che rompono con il rito consolidato del conflitto politico. Dobbiamo anche parlare ovviamente dei Gilet Gialli e della loro presunta mancanza di programmi e leader, così come delle numerose manifestazioni “No-Green Pass” e di altre manifestazioni. A ciò aggiungerò quelle che ho chiamato «utopie interstiziali», modi di dar vita a nuove forme di stare insieme, più locali, più spontanee, più effimere senza dubbio.

FP: Spiega nel suo libro che a forza di autonomizzazione tecnica del politico, la cosa pubblica «ha assunto un carattere di esteriorità», che la vita sociale è diventata un’astrazione. Cosa intende?

MM: Fin dai miei primi libri faccio una differenza tra il sociale e il societario. Il sociale riduce le relazioni tra gli individui a legami razionali, materiali, giuridici. Il societario tiene conto dell’interezza dell’essere, i sentimenti, le emozioni, tanto quanto il razionale. La modernità di cui i nostri politici sono ancora i rappresentanti, attaccati ai loro privilegi, si basa su questo legame sociale ridotto a una razionalità giuridica ed economica – quella che ho chiamato un’astrazione del sociale.

I politici, gli esperti, gli economisti, gli alti funzionari, ma anche i giornalisti, ripetendo tutto il giorno i loro mantra sul potere d’acquisto, sulla scienza, sul principio della realtà economica, disegnano una realtà totalmente estranea alla concreta quotidianità delle persone. Così facendo, il potere non è più emanato dalla volontà popolare. Quindi si eclissa. Allo stesso modo, il potere popolare non è più incanalato da un potere dal quale non si sente più rappresentato. Da qui le rivolte in corso e, ancor di più, quelle che verranno. Segni di ciò che Vilfredo Pareto chiamava: la «circolazione delle élite» che si verifica ogni volta che un’epoca finisce. Potrei dirlo anche citando San Tommaso d’Aquino: «omnis auctoritas a populo». L’autorità, in senso etimologico, è ciò che fa crescere. Quando il potere istituito non è più incorporato nel potere istituente, esso è a rovescio. Questo è ciò che sta succedendo ora.

FP: Lei oppone alla «casta agonizzante dei notabili affermati» un genio popolare, spirituale e dionisiaco. Non ha una visione idealizzata del popolo? Non è questa come minimo un’opposizione manichea?

MM: Come ci hanno ricordato M. Heidegger o Hannah Arendt: noi abbiamo un’idea nella nostra vita. Ogni opera, degna di questo nome, si basa su un’idea ossessiva. Ho sviluppato la mia, come ho appena ricordato, in uno dei miei primi libri: La Violence totalitaire4, dove traccio una distinzione tra potere (istituito) e potenza(istituente). Tra coloro che hanno il potere di dire e fare, quelle che vengono chiamate élite, e il popolo. Oggi, come avrà capito bene, penso che ci sia una frattura tra il popolo e le élite. Non sto dicendo che uno sia buono mentre l’altro sia cattivo. Sto semplicemente dicendo che il popolo non si sente più rappresentato. Quello che io chiamo genio popolare non va inteso nel senso moderno di genio individuale, ma nel senso etimologico della parola genio: «gens». E’ ciò che radica una comunità in una religione comune, ciò che la «connette» (religare) ad un’altra. È da questo che nasce lo spirito del luogo, un mito comune che anima un gruppo umano, riunendone le energie. In questo senso, il «genio» popolare è causa ed effetto di un radicamento dinamico. E io dico che il Dio dell’era postmoderna non è più Apollo o Prometeo, ma Dioniso. Un Dio ctonio, un dio ambiguo, un dio dell’effervescenza. Quello che le Baccanti andarono a trovare per combattere la noia che uccideva la città, tuttavia ben amministrata dal saggio Penteo. In ogni epoca c’è quindi un cambio di immaginario, un cambio di polo. Questo è ciò che voglio dire, che non ha nulla a che fare con un’opposizione manichea o un conflitto di classe.

FP: La democrazia, nella sua concezione moderna, si basa sulla rappresentatività. Ma lei constata che l’attuale élite politica si autorappresenta. Dobbiamo riconoscere che non siamo più in democrazia?

MM: Hannah Arendt, questa grande donna di pensiero, parla di «ideale democratico» per caratterizzare la modernità. Ideale nel senso dell’idea che configura l’epoca, che definisce le regole della convivenza. Parlerei nello stesso senso dell’ideale comunitario. Questo ovviamente non è ciò che in termini semplicistici viene chiamato «comunitarismo», ma ciò che tiene conto della «tribalizzazione» delle nostre società, della loro frammentazione in molteplici gruppi che possono cooperare o opporsi a vicenda. Ciò che è stato reso popolare di recente e stigmatizzato con il termine «arcipelizzazione». È questo confronto tra tribù, questo regolamento che viene messo in atto, nel bene e nel male. Sì, va detto, che il modello di democrazia rappresentativa è saturo. Nessuno può più rappresentare un insieme di cittadini in grandi entità come uno Stato-nazione e in quello che deve essere chiamato un politeismo di valori. La «res publica», la cosa pubblica, può essere amministrata diversamente. Il destino comune delle molteplici tribù che compongono un Paese può essere affrontato diversamente, in una coesione che non sia uniformità.

Sto parlando di unicità in opposizione all’unità. L’unicità è la coesione di un insieme di diversi; una «coincidentia oppositorum», di cui l’ossimoro è la forma retorica per eccellenza. Prendiamo questa strada, procedendo per tentativi. Voler negare l’ideale comunitario, riducendolo a un comunitarismo rigido, si traduce nel mettere l’una contro l’altra le varie tribù. Walter Benjamin ricordava che «ogni epoca sogna la successiva». Dobbiamo sostenere questo sogno affinché non diventi un incubo.

Traduzione a cura di Manuel Zanarini

Note:

1 La Transfiguration du politique (1992), éd. Du Cerf, 2022, pp 284 e 285.

2 Si veda J.F. Lyotard, che ha ben delineato la fine delle «grandi narrazioni» (La condition postmoderne, Éd. de Minuit, 1979) e ovviamente Jean Baudrillard, in tutto il suo lavoro. Per esempio : L’échange symbolique et la mort, Gallimard, 1976.

3 Op.cit. p. 216.

4 La Violence totalitaire, 1979, rééd. DDB.

(Intervista a Michel Maffesoli rilasciata al sito internet www.frontpopulaire.fr, il 9 aprile 2022, dal titolo Michel Maffesoli : « Le pouvoir n’est plus irrigué par la puissance populaire »)

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