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Alain De Benoist

Il futuro della violenza: intervista ad Alain de Benoist

La mia intervista rilasciata a Simon Bornstein e pubblicata dalla Rivista in Rete 42mag.fr il 16 gennaio 2023.

42mag.fr: L’Europa è sempre stata un tema fondamentale nel suo pensiero. Come la definirebbe?

Alain de Benoist: Come un continente, un’origine, un crogiolo di culture e civiltà, una serie di paesaggi che mi appartengono e a cui appartengo. Una storia complessa che, dalle radici che risalgono almeno al Paleolitico, non ha mai smesso di evolversi e di arricchirsi di nuovi elementi. Un continente che i geopolitici fanno diventare il centro del mondo. E anche la culla della filosofia, che per me è molto importante.

42mag.fr: Attualmente, non è forse il giogo sotto il quale si piegano i popoli?

Alain de Benoist: Lei confonde l’Europa con l’Unione Europea. La costruzione dell’Europa, così come è stata attuata dai suoi iniziatori e proseguita dai loro successori, è stata fatta fin dall’inizio in barba al buon senso. È stata fondata dall’economia e dal commercio, invece che dalla politica e dalla cultura. È stata attuata dall’alto, sotto il dominio di un organo tecnocratico, la Commissione di Bruxelles, impegnata nel centralismo giacobino e nel principio di onnicompetenza, invece di essere attuata dal basso, rispettando il principio di sussidiarietà o di sufficiente competenza a tutti i livelli, dal più locale al più generale. È stata edificata al di fuori dei popoli, senza che questi siano mai stati seriamente consultati sulla sua ragion d’essere o sulle sue modalità di funzionamento. Dopo la caduta del sistema sovietico, invece di cercare di approfondire le proprie strutture politiche, ha scelto un allargamento frettoloso a Paesi che cercavano solo di beneficiare della protezione americana, che ha aggravato la sua impotenza e paralizzato le sue istituzioni. Il problema delle sue finalità (Europa-potenza o Europa-mercato) e quello dei suoi confini (geopolitico) non sono mai stati posti con chiarezza. L’introduzione dell’euro in condizioni del tutto irrealistiche ha, da parte sua, aggravato il debito pubblico nel contesto della crisi finanziaria globale che stiamo vivendo oggi. Il risultato è che l’«Europa», che un tempo sembrava essere una soluzione, ora è solo un altro problema. Lungi dall’essere una potenza autonoma, l’Europa di oggi è politicamente dipendente, finanziariamente vittima dei mercati finanziari, economicamente in concorrenza in condizioni di dumping con manodopera sottopagata proveniente da Paesi terzi, socialmente preda di insopportabili programmi di austerità, insomma indebolita sotto ogni aspetto. Non solo l’Unione Europea non è l’Europa, ma oggi sta chiaramente lavorando contro gli europei.

42mag.fr: L’Europa è mai stata democratica? Non è forse il lascito delle élite aristocratiche alle élite borghesi liberali?

Alain de Benoist: Nella storia dell’Europa, la maggior parte dei regimi erano regimi misti. Elementi di democrazia vi sono sempre stati presenti, anche quando il potere era detenuto da oligarchie. Detto questo, è chiaro che le sfumature variano a seconda del tempo e del luogo: la democrazia greca non è la democrazia islandese del Medioevo; la Città-Stato non funzionava allo stesso modo dello Stato-nazione, che a sua volta non funzionava alla maniera dell’Impero. Per quanto riguarda la sostituzione delle élite aristocratiche con quelle borghesi, essa iniziò molto presto nell’Ancien Régime, soprattutto in Francia.

42mag.fr: Nella crisi attuale, non ci rendiamo conto che è ancora la stessa linea di demarcazione, il «limes» romano, a separare l’Europa in due mondi (romanizzati/barbari, Riforma/Controriforma, ecc.)?

Alain de Benoist: Esiste naturalmente un divario Nord-Sud, che nella storia ha assunto varie forme politiche o religiose. Ma non possiamo ridurre tutto al confronto tra il mondo latino e quello celto-germanico. La Grecia, ad esempio, appartiene tanto all’Europa ortodossa «orientale» quanto al mondo mediterraneo.

42mag.fr: Cosa significa per lei che l’Europa potrebbe implodere a causa della Grecia?

Alain de Benoist: È ovviamente un simbolo. In un certo senso, si potrebbe dire che l’Europa è nata in Grecia e che è anche il luogo in cui sta morendo. Io stesso ho spesso scritto che si muore per ciò con cui si è nati. Ma ancora una volta, l’Unione Europea non è l’Europa. La prima deve scomparire, nella sua attuale forma istituzionale, per permettere alla seconda di emergere nuovamente. La crisi greca può anche essere un punto di partenza, l’occasione per un nuovo inizio.

42mag.fr: Negli anni Ottanta lei ha pubblicato un libro intitolato «Oltre l’Occidente. Europa-Terzo mondo: la nuova alleanza ». Il sottotitolo dell’edizione francese era «Decolonizzare fino alla fine». Può ricordarci le tesi che difende?

Alain de Benoist: È un libro pubblicato all’epoca della guerra fredda, quando il Nomos della Terra era identificato con il duopolio americano-sovietico. L’idea generale che ho sviluppato è che la vocazione naturale dell’Europa non fosse quella di identificarsi o allinearsi con una delle due grandi potenze, ma di cercare una terza via in collaborazione con Paesi che all’epoca non erano ancora definiti «emergenti». Il debito del Terzo Mondo, frutto dell’ideologia dello «sviluppo», a sua volta basata sull’etnocentrismo occidentale, sull’ideologia del progresso e sull’applicazione del principio di Ricardo (la teoria del vantaggio comparato, che porta un Paese a specializzarsi eccessivamente e a favorire le esportazioni a scapito delle colture alimentari e del mercato interno), è stato oggetto di un’analisi che oggi potrebbe essere applicata con la stessa facilità a molti Paesi occidentali.

42mag.fr: Possiamo combattere la globalizzazione?

Alain de Benoist: La mondializzazione (o globalizzazione) è un dato di fatto, ma può essere analizzato e compreso solo tenendo conto del suo carattere eminentemente dialettico. La globalizzazione unifica ma al tempo stesso divide. Spinge all’omogeneizzazione planetaria ma, allo stesso tempo, provoca nuove frammentazioni. D’altra parte, la globalizzazione non ha molto significato se non si determinano i suoi contenuti attuali e le possibili alternative. Oggi la globalizzazione è soprattutto tecnologica e finanziaria. Da questo punto di vista, lo slogan: «Globalizzatevi o vi costerà caro!» è solo uno slogan terroristico. La questione è se la globalizzazione porterà a un mondo unipolare, inevitabilmente controllato dalla principale potenza dominante, che sono ancora gli Stati Uniti d’America, o a un mondo multipolare, in cui i principali gruppi di potere e le civiltà potranno svolgere un ruolo regolatore nel processo di globalizzazione in corso. È ovviamente verso un mondo multipolare (un pluriversum, non un universum) che auspico. Questa alternativa condiziona l’avvento di un nuovo Nomos della Terra. Inoltre, determina una divisione delle opinioni molto più importante dell’obsoleta divisione tra destra e sinistra.

42mag.fr: Cosa significa per lei la parola «universalismo»? Il paganesimo è un’alternativa?

Alain de Benoist: Definisco l’universalismo come una corruzione dell’universale. Conoscete la bella formula dello scrittore portoghese Miguel Torga: «L’universale è il locale meno i muri». La singolarità è una modalità di mediazione verso l’universale. Cervantes, Goethe e Shakespeare assumono una dimensione universale affermandosi come profondamente spagnoli, tedeschi o inglesi. L’universale, per dirla in altro modo, non si ottiene con la negazione o il decadimento delle particolarità, ma con il loro approfondimento. L’universalismo nega l’alterità, ignora l’Altro in quanto Altro. Egli sostiene che le persone sono uguali in tutti i luoghi e in tutti i tempi e che ciò che è vero per alcuni è necessariamente vero per altri. Questa convinzione è stata alla base dell’imperialismo occidentale ed è anche alla base del razzismo. Il paganesimo è certamente un’alternativa, dal punto di vista intellettuale e spirituale, poiché si distacca per definizione dall’Unico. Affermare che ci sono diversi dèi porta a non rifiutarne nessuno. Il «politeismo dei valori» (Max Weber) è un principio di tolleranza e un modo per rispettare ciò che rende ricco il mondo, ossia la sua diversità.

42mag.fr: Sembra che della democrazia rappresentativa sia rimasta solo la rappresentanza. I rappresentanti sono talvolta apertamente sospettosi del suffragio popolare. Come può il popolo riconquistare il potere?

Alain de Benoist: Carl Schmitt ha detto che quanto più una democrazia è rappresentativa, tanto meno è democratica. Questa era anche l’opinione di Rousseau: quando il popolo delega ai rappresentanti il compito di parlare per lui, non può più essere presente a sé stesso. La base della legittimità della democrazia, ossia la sovranità popolare, implica la possibilità per tutti i cittadini di partecipare agli affari pubblici, ossia di decidere il più possibile da soli su ciò che li riguarda. La vera democrazia è quindi soprattutto una democrazia partecipativa. L’attuale crisi della rappresentanza è dovuta al fatto che i cittadini vedono costantemente che non sono più rappresentati. La nuova classe dirigente teme che le classi popolari non vogliano andare nella direzione da lei auspicata. Infine, l’ideologia dominante pone delle condizioni alla sovranità popolare: una decisione adottata democraticamente viene oggi accettata solo se non contraddice l’ideologia dei diritti umani. Si è così aperto un divario tra il popolo e le élite. «Riprendere il potere» significa innanzitutto capire che, nello spazio pubblico, l’individuo non deve affermarsi come consumatore, ma come cittadino. Significa quindi cercare di stabilire, innanzitutto a livello locale, una democrazia di base abbastanza forte da resistere alle ingiunzioni dall’alto.

42mag.fr: In Grecia ci sono scene quasi insurrezionali. La violenza è una soluzione per il popolo?

Alain de Benoist: Delle scene quasi insurrezionali? Purtroppo non ci siamo ancora, forse. Al momento, ciò che vediamo di più in Grecia è la miseria, la disperazione e molti suicidi. La violenza è la soluzione quando non ce n’è un’altra. Spesso si dice che lo Stato moderno ha il monopolio della violenza legittima, ma in realtà ha solo il monopolio della violenza legale. Legalità e legittimità non vanno necessariamente di pari passo, altrimenti non si potrebbe dire che una legge è ingiusta.

42mag.fr: Il discredito della violenza come mezzo di espressione personale non è forse una delle cause della perdita di potere del popolo? I leader non dovrebbero avere un po’ di paura del popolo per tenere a mente i suoi interessi?

Alain de Benoist: Qualsiasi società implica un minimo di concordia tra i cittadini. Ne consegue che la violenza, pur essendo talvolta legittima, non può essere una “modalità di autoespressione” permanente. I leader, d’altra parte, non devono essere immuni dalla rabbia del popolo, ma ci sono istituzioni che li obbligano più di altre a tenere conto delle loro possibili reazioni. Penso, ad esempio, al mandato imperativo. In caso di conflitto, in ogni caso, spetta al popolo imporre la propria legge con qualsiasi mezzo.

42mag.fr: La violenza è un male in sé?

Alain de Benoist: Non sono sicuro di cosa sia il «male in sé» in relazione alle vicende umane. Nelle questioni politiche e sociali, il bene e il male sono raramente assoluti. Molto dipende dalle circostanze. Molte ex colonie hanno riconquistato l’indipendenza attraverso l’uso della violenza. Durante la Seconda guerra mondiale, anche la Resistenza ha usato mezzi violenti per combattere contro l’occupante. Di fronte alla violenza di Stato, che può essere anche violenza impersonale o strutturale (la violenza non implica necessariamente l’uso di mezzi violenti), l’uso della violenza è spesso l’unica arma a disposizione di chi è ingiustamente dominato. Ma la violenza non è sempre legittima. Nelle sue Riflessioni sulla violenza (1908), Georges Sorel elogia la «violenza proletaria», ma è attento a distinguerla dal Terrore. Non bisogna confondere la violenza con la forza. Quando diciamo che la forza precede il diritto, non stiamo sostenendo la «ragione del più forte». Si dice solo che la legge è impotente senza la forza necessaria a garantirne l’applicazione.

42mag.fr: Siamo una società pacifica, una società di vigliacchi o entrambe le cose?

Alain de Benoist: La società in cui viviamo è solo apparentemente pacifica. Dietro il «cerchio della ragione» cementato dal pensiero unico, è invece attraversata da profonde contraddizioni che, complice una crisi generalizzata, esploderanno con tanta più forza quanto più si sarà cercato a lungo di dissimularle. Il termine «società di vigliacchi» è forse eccessivo. Anche in questo caso, sono spesso le circostanze a rivelare i vigliacchi da una parte e i coraggiosi dall’altra. Se oggi ci troviamo in una « société de basses-eaux », come diceva Castoriadis, è anche perché siamo in un’epoca di transizione, una Zwischenzeit (in francese, un intermezzo N.d.T.). Vediamo svanire un mondo un tempo familiare, ma non percepiamo ancora appieno le sfide del futuro. Più che di codardia, sarei tentato di parlare di energia sprecata. Amnesiche e colpevolizzate, le società europee di oggi sono come svuotate di energia. A questa stanchezza storica si aggiungono gli effetti della «distrazione» nel senso pascaliano del termine, vale a dire gli effetti dell’industria del divertimento.

42mag.fr: Una piccola raccolta di scritti di Kantorowicz si intitola Morire per la patria. C’è qualcosa che giustifica il sacrificio oggi?

Alain de Benoist: C’è sempre qualcosa per cui vale la pena sacrificarsi, ma questa cosa non è necessariamente percepita con chiara coscienza. Diciamo che vale sempre la pena di sacrificarsi per qualcosa di più grande di noi. La questione è se i nostri contemporanei credono che esista qualcosa al di là della loro esistenza individuale e dei loro desideri immediati o se credono che, per definizione, nulla sia peggiore della morte. Un popolo che pensa che nulla sia peggiore della morte è maturo per la servitù. Il problema è che la nozione stessa di dono di sé è totalmente contraria a un clima generale dominato dall’utilitarismo, dalla ragione di mercato e dall’assiomatica dell’interesse. Antropologicamente parlando, l’ideologia dominante fa dell’uomo un produttore-consumatore interessato solo a massimizzare il proprio interesse. In questa prospettiva, tutto ciò che non è calcolabile è considerato privo di interesse, tutti i valori sono ridotti a valore di scambio e la gratuità non corrisponde più a nulla. Realizzare ciò per cui vale la pena sacrificarsi implica una vera e propria decolonizzazione dell’immaginario simbolico.

42mag.fr: Georges Sorel, nelle sue Riflessioni sulla violenza, descrive un’élite borghese timorosa che cede al minimo cipiglio del popolo. È ancora vero? E se è così, cosa rende le persone così sagge?

Alain de Benoist: Non ho l’impressione che Sorel descriva una borghesia così timorosa. Piuttosto, la descrive come pronta a tutto, anche alla guerra, per difendere i propri interessi. È comunque vero che le élite temono il popolo, ed è sorprendente che il popolo sia così disposto a vivere nelle condizioni in cui si trova oggi. Il motivo principale è la relativa abbondanza materiale che stiamo vivendo. La vita è sempre più dura, il lavoro è sempre più precario, ma c’è sempre carburante alla pompa di benzina e gli scaffali dei centri commerciali sono pieni. Non sarà sempre così. L’esaurimento delle risorse naturali, il deterioramento oggettivo delle condizioni di crescita, la soppressione di fatto delle conquiste sociali ottenute in un secolo e mezzo di lotte sociali, porteranno gradualmente a una presa di coscienza che porrà fine alla «saggezza» di cui lei parla ( in realtà all’apatia, all’alienazione dello «spettacolo» e alla falsa coscienza generalizzata).

42mag.fr: In gioventù lei era molto di destra, ma ora dice di non essere né di destra né di sinistra. Come avete superato questo divario? Perché oggi siete in difficoltà?

Alain de Benoist: Non sto usando la formula «né destra né sinistra», che non significa molto. Dico solo che la divisione destra-sinistra, che per due secoli si è riferita alle opposizioni più diverse, oggi ha poco significato e sta diventando obsoleta. Le nozioni di destra e di sinistra, nate con la modernità, scompaiono con essa. Sopravvivono dolorosamente solo nella ristretta sfera del gioco parlamentare, ma tutti i sondaggi mostrano che perdono ogni giorno un po’ più di chiarezza. I grandi eventi degli ultimi decenni hanno creato nuove divisioni che, per me, hanno stimolato un desiderio di sintesi. Nel mio libro di memorie, Memoria viva, spiego in dettaglio come sono arrivato alla conclusione che le nozioni di destra e sinistra hanno smesso di essere operative per un’analisi seria del momento storico che stiamo vivendo. Dico anche che mi considero più un «uomo di destra di sinistra» o un «uomo di sinistra di destra». Sta al lettore decidere da solo cosa può o deve trarre da questo!

(Intervista ad Alain de Benoist a cura di Simon Bornstein, L’avenir de la violence ; entretien avec Alain de Benoist, https://42mag.fr/, 16/01/2023)

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