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Netflix sbarca a Itaca

Christopher Nolan è uno dei registi, sceneggiatori e produttori cinematografici più influenti e celebrati del XXI secolo. In particolare, per la sua narrazione complessa e concettuale, per l’utilizzo di effetti speciali pratici rispetto alla simulazione digitale ma, soprattutto, per l’uso di strutture temporali non lineari, reversibili. Legittima quindi l’attesa per Odissea, la sua imminente nuova opera, sceneggiata a confronto impegnativo con l’epica Omerica.

Quest’ultima è mitopoietica, non è storica nel senso letterale. In questo senso l’Odissea è potenzialmente un testo appropriato per una narrazione non consequenziale: non un racconto del passato, ma un poema che permane imperituro nella sua continua riattualizzazione. Joseph Campbell ha dimostrato – anche nello specifico cinematografico – che i miti di ogni epoca e luogo condividono una struttura narrativa identica. Il viaggio dell’eroe rappresenta in realtà una metafora dello sviluppo interiore e della realizzazione dell’animo umano. Cosa cioè eterna e senza tempo. Già i Greci dell’età classica, quando raffiguravano Achille, Ettore o Agamennone, li vestivano con le armature del loro tempo, non con panoplie micenee. Omero è didascalico, ancestrale, arcaico anche per il suo tempo. I suoi personaggi non sono “profondi” nel senso psicologico: sono funzioni, ruoli, maschere. Va però rispettata l’originalità.

Un’opera entra nel canone – per dirla con Bloom – solo per la sua forza estetica, forma e stile, non per scopi morali, politici o pedagogici, figuriamoci poi quelli commerciali, oggi purtroppo dominanti.

Ora, alcune immagini riportano discutibili cimieri, ma soprattutto una Elena di Troia – dalle bianche braccia e bionde chiome, nella descrizione omerica – impersonata dalla keniota Lupita Nyong’o, peraltro nel doppio ruolo psicanalitico della sorella Clitemnestra. Quale retroscena di dissociazione e sovrapposizione psicologica lo scopriremo solo vivendo, ma poi non basta. Il ruolo di Achille, l’eroe semidivino è affidato ad Ellen Page, una attrice in via di transizione sessuale, che già ora si fa chiamare Elliot Page. Figura di una esilità anodina che ovviamente nulla ha a che fare con la morfologia del guerriero acheo. Ma poi ancora il cantore omerico che recita alla corte dei Feaci è il rapper afroamericano Travis Scott, per cui Nolan è arrivato a sostenere in modo sconcertante che «il rap è l’equivalente contemporaneo della poesia orale antica».

Si potrebbe forse provare a essere ingenui se fossimo al cospetto della fantasia psicotropa del cineasta, in realtà la risposta a tutto ciò risiede nella subalternità ai finanziamenti che passano a loro volta per le forche caudine degli “Standard di rappresentanza e inclusione” del politicamente corretto. L’evidenza oggettiva quindi, sotto i nostri occhi, viene decostruita e ricomposta nei modi di una sconclusionata sceneggiatura da indottrinamento ideologico, per cui la realtà fattuale viene rimossa, con tanto di ammonimento per chi dissente, accantonato «dalla parte sbagliata della storia». Basti ricordare a costoro che la storia, per loro, è Netflix.

Calzante quindi consigliare alle giovani generazioni l’antidoto, visionando la straordinaria realizzazione co-prodotta da più Paesi europei continentali nel 1968 dell’Odissea, diretta da Franco Rossi con Piero Schivazappa e Mario Bava. Gli attori protagonisti furono Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas nel ruolo di Penelope. La sceneggiatura venne basata sulla traduzione ortodossa dal greco antico del testo omerico, con l’unica perplessità sull’endecasillabo, non scontato per una fruizione cinematografica. E si impugni alle scene finali l’arco insieme a Ulisse: lo strumento della giustizia divina e il potere dello spirito che solo il legittimo proprietario (l’uomo risvegliato) può tendere per distruggere i vizi (i Proci).

Eduardo Zarelli

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