Museo del Paesaggio
Verbania
Uno dei più bei laghi lombardi e italiani, il Lago Maggiore, raccoglie sulle sue rive alcuni borghi eleganti e luminosi. Verbania è tra questi. Le acque che toccano questa città sembrano venire, e di fatto provengono, dalle montagne che circondano le terre e il lago, le cui insenature generano nelle diverse ore del giorno differenti paesaggi, diverse prospettive.
E al paesaggio è dedicato un Museo piccolo e prezioso, ospitato nelle sale neoclassiche del Palazzo Viani Dugnani. Paesaggio e Scultura si dovrebbe denominare questo spazio. Uno dei due piani del Museo è infatti per intero dedicato a Paolo Troubetzkoy, nato a Intra (uno dei due nuclei di Verbania, l’altro è Pallanza) nel 1866 e morto nel 1938. Discendente dell’aristocrazia russa che tutto perse durante la Rivoluzione, Troubetzkoy visse della sua professione di botanico e della sua arte di scultore. Il Museo ospita molte sue opere in gesso, preparatorie dei bronzi ma che nulla hanno di meno delle grandi sculture, soprattutto perché permettono di guardare da vicino gli effetti della grande capacità di questo artista di imprimere nella materia l’intera persona che raffigura. Dalle sue dita emerge l’anima di Lev Tolstoj, di George Bernard Show, di Eleutherios Venizelos, di Gabriele D’Annunzio, di Robert de Montesquiou, di Arturo Toscanini. E anche di Giuseppe Garibaldi e dello zar Alessandro III, entrambi a cavallo ma con l’animale diventato anch’esso parte della loro persona, del carattere, dei sentimenti, delle passioni, della calma.

I nomi che ho elencato prima, soprattuto quello del conte de Montesquiou rimandano al mondo di Marcel Proust. E infatti le signore, le dame, le donne ritratte e scolpite da Troubetzkoy sono vicine ai ritratti di Giovanni Boldini ma con una differenza fondamentale: Boldini ritrae il tipo, la classe sociale. Troubetzkoy scolpisce l’interiorità irriducibile delle persone.
Il secondo piano del Museo è una pinacoteca nella quale vengono esposte a rotazione alcune delle opere possedute dal Museo. Presenza costante sono un ciclo di affreschi medioevali dedicato a san Rocco, due Allegorie di Paolo Veronese, un grande quadro di Arnaldo Ferraguti dal titolo Alla Vanga (1890), una vera e propria allegoria della fatica umana, del lavoro, del legame totale e sofferto con la terra.

Il Museo ospita anche delle mostre temporanee. Sino al primo novembre 2026 le sale della Pinacoteca sono accompagnate e scandite da una cinquantina di opere di Tullio Pericoli, dal titolo Terre inquiete (a cura di Elena Pontiggia). Si tratta di una descrizione geometrica e concettuale delle terre abitate dagli umani, in particolare da quelli della regione di Pericoli, le Marche. Si tratta di una scansione seriale a volte ripetitiva ma certamente originale. Qui sotto Sogno del 2026.

Uscendo dal Museo, il lungolago è ancora intriso della presenza del Principe Troubetzkoy. Suo il monumento ai caduti – una madre con il figlio in braccio che offre una rosa sulla tomba del marito morto in guerra -, un busto di Toscanini che guarda le acque e altre opere.
L’Italia è questo, un paesaggio che si fa ed è museo di memorie millenarie e sempre rinnovate.
L’immagine che ho scelto per aprire questo testo è un gesso di Troubetzkoy del 1900. Vi viene raffigurato un uomo che colpisce il suo mulo perché non avanza. E non avanza poiché il carico è sproporzionato, poiché la strada è in salita, poiché le ruote sono immerse nel fango. Ma l’animale intelligente pretende che il suo animale schiavo proceda lo stesso.
Il titolo dell’opera è Brutalità umana.
Alberto Giovanni Biuso
