La volontà popolare può costituire il fondamento ultimo della politica? Da Tocqueville a Nietzsche, dal sacro alla democrazia, Javier Portella mette sotto accusa la modernità e delinea in questo articolo ciò che più le manca: non un ulteriore programma di governo, ma un progetto di civiltà in grado di conciliare grandezza e prosperità, bellezza e potenza, il materiale e lo spirituale.
Sappiamo da tempo che il problema sono le élite, le nostre élite indegne e vergognose. In realtà, le nostre non sono nemmeno delle élite. Occupano certamente il primo posto, quello del potere, quello del comando; ma senza esercitarlo come facevano gli aristoï, i migliori, come dicevano i Greci.
Grazie alla loro posizione, le nostre vergognose élite si arricchiscono a piene mani, ma il problema non sta qui. Da sempre, in ogni epoca, le élite hanno tratto vantaggio dalla propria posizione, il che è logico ed è giusto che sia così (il corsivo sottolinea uno degli abissi che ci separano dal risentimento di sinistra). Il problema sta nel fatto che, limitandosi ad arricchirsi smisuratamente, le nostre élite vengono meno alla loro missione fondamentale, quella che, nelle società gerarchiche, conferiva senso e grandezza alle aristocrazie: la missione di dare l’esempio, di incarnare l’archetipo che la società considerava il più elevato e il più illustre.
A dire il vero, anche le nostre pseudo-élite danno l’esempio; anche loro incarnano l’archetipo del nostro ordine di cose. Il problema è che questo ordine, lungi dall’essere grande, nobile e superiore, è meschino, basso e volgare. È l’ordine del materialismo dilagante che ha certamente compiuto un prodigio: offrirci l’esistenza più confortevole e più lunga mai raggiunta dagli uomini, riducendo al contempo la vita – ed è proprio questo il dramma – a un semplice mantenimento vegetativo, cosicché tutto si è impregnato di assurdità e di non-senso.
Non tutti i mali derivano però dal materialismo. Accanto ad esso, c’è anche qualcos’altro. C’è l’individualismo che, sradicandoci, ci priva della nostra identità; e c’è l’egualitarismo che, avvolgendoci nel suo inganno – «tutti uguali, nessuno è superiore» –, livella tutto verso il basso e ci immerge nella pozza in cui sguazzano gli atomi dell’individualità. Lo spirito egualitario è così profondamente radicato (bisogna pur avere un qualche tipo di radicamento…) che persino le pseudo-élite lo proclamano, esse che, con il loro potere, la loro posizione e i loro mezzi, sono la negazione stessa dell’uguaglianza; pseudo-élite che, se mai venisse loro in mente l’idea di incarnare un ordine gerarchico e superiore, la respingerebbero, inorridite da una tale follia.
E il popolo, in tutto questo?
Il popolo: quel popolo a cui ci aggrappiamo come a un salvagente; quelle brave persone che, di fronte alla fuga delle «minoranze illustri», rappresentano l’unica speranza a cui aggrapparci se vogliamo che un giorno sorga una nuova alba.
Il popolo: quel popolo in cui, nonostante l’individualismo che lo corrode, permangono ancora tracce degli antichi legami. In esso persistono sentimenti di attaccamento familiare, aspirazioni a un senso superiore e sacro di appartenenza al grande tutto chiamato patria, il mantenimento delle tradizioni, dei riti e dei culti che risalgono alla notte dei tempi.
È per questo che siamo qui, è per questo che bisogna essere populisti.
Una domanda, tuttavia, non può non turbarci: non ci stiamo forse facendo troppe illusioni sulle virtù del popolo? Se esaltiamo così tanto i meriti delle classi popolari… Ma no. «Non c’è più una classe superiore, né il popolo: ci sono solo plebei poveri e plebei ricchi», afferma giustamente il grande Nicolás Gómez Dávila. Se esaltiamo così tanto la plebe povera, non è forse perché è impossibile fidarsi della plebe ricca?
Facciamo un esempio. Quelle brave persone del popolo madrileno che, per due giorni, il 21 e il 22 novembre 1975, hanno formato code chilometriche per rendere un ultimo omaggio a Francisco Franco, non erano forse gli stessi che, alle elezioni del 1977, non hanno concesso alcun seggio a Blas Piñar e alla sua Fuerza Nueva (ne avrebbero concesso solo uno nel 1979)?
Non c’è da stupirsi più di tanto. Il loro comportamento non è privo di logica se si considera che questo popolo, così legato alla famiglia e alle proprie usanze, così fedele alla patria e alle sue tradizioni, è lo stesso che, per cinquant’anni in Spagna e ottanta in tutto l’Occidente, ha sostenuto con il proprio voto fedele coloro che si erano prefissati la missione di distruggere la patria, sradicarne le radici e demolirne le tradizioni.
Ma non è tutto. Sebbene nessuno possa più ignorare la portata delle malefatte commesse in Spagna dall’attuale governo socialista, ci sono ancora circa 6,5 milioni di elettori disposti a sostenere i rappresentanti di un partito che sarà anche socialista, ma che non è affatto né operaio né spagnolo.
Vediamo un altro esempio che illustra quanto possano essere volubili le brave persone del popolo. Pensiamo a quanto è accaduto in Ungheria (o in Polonia, dove si è verificato un evento simile). Per dodici anni, il popolo magiaro ha sostenuto Viktor Orbán e il suo partito, il Fidesz, garantendo loro costantemente la maggioranza al governo. Lottando con le unghie e con i denti contro le brutali sanzioni imposte dall’Unione Europea, i leader ungheresi sono riusciti a instaurare quello che è stato senza dubbio il regime più antiglobalista, anti-immigrazione e antiliberrale¹ d’Europa.
È così che sono andate le cose, elezione dopo elezione, fino a quando quelle dello scorso aprile hanno segnato una svolta totale. La maggioranza assoluta di cui disponeva il Fidesz in Parlamento si è sgretolata come ghiaccio al sole. Si è ridotta a un misero 19,6% dei voti, la maggior parte dei quali è andata al nuovo partito di Péter Magyar, un ex dirigente del Fidesz, diventato da un giorno all’altro un fervente sostenitore del globalismo e delle politiche apatridiche dell’UE.
La domanda è quindi la seguente:
È sensato, è legittimo che, ogni quattro anni, si possa votare non per eleggere i migliori all’interno di un determinato panorama di idee, ma per scegliere tra due concezioni del mondo diametralmente opposte? Quale Stato si può edificare, quale società si può costruire in questo modo? Quale autorità può esercitare il proprio potere quando, dopo dodici anni di sforzi e tenacia, il popolo getta a mare tutto ciò che era stato intrapreso fino a quel momento?
Prendiamo il toro per le corna e poniamo la domanda che nessuno si pone. È legittimo sottomettersi ai capricci della volontà popolare?
Se rispondiamo affermativamente; se riteniamo che, anche se la volontà popolare decidesse di demolire l’edificio, sia proprio essa a costituirne la chiave di volta; se accettiamo senza riserve il postulato fondamentale della democrazia liberale, non cadiamo forse nella dissoluzione attraverso la quale essa stessa dissolve ogni cosa? Non riteniamo forse che tutto sia aleatorio, relativo, che non vi siano né principi saldi, né valori sostanziali, né verità fondamentali a sostenere l’edificio? Le sue fondamenta non si dissolvono forse a seconda di ciò che le masse approvano oggi e disapprovano domani? Non si sta forse disgregando tutto a tal punto che persino ciò che c’è di più fondamentale, di più elementare – l’identità antropologica: essere un uomo o una donna – può dissolversi con una semplice dichiarazione all’anagrafe?
Questo è il rischio quando l’ordine della Città dipende dalle masse e noi ci sottomettiamo ad esso. Sottomettersi, ecco la parola giusta. Sottomettersi, come gli uomini si sono sempre sottomessi e si sottometteranno sempre a qualcosa, anche se lo fanno a cose ben diverse. Esistono, infatti, tre forme di sottomissione. La prima è la più classica, la più evidente: la sottomissione brutale e feroce al tiranno; una sottomissione che tutti rifiutano… ma che molti accettano aggrappandosi alla servitù volontaria di cui parlava Étienne de La Boétie. La seconda è proprio questa stessa sottomissione, ma mascherata da ornamenti dannosi, da decorazioni perniciose e da uno spirito gregario di massa; è la sottomissione che deriva soprattutto dal «politicamente corretto» democratico, da quell’ingenuità che sogna «la pace perpetua e universale» (Kant), la «governance mondiale» (Soros) e l’eliminazione di ogni forma di sottomissione. La terza forma è la sottomissione che, mettendo le carte in tavola, scaturisce da un ordine fermo, persino duro, ma che, escludendo ogni arbitrarietà, si attiene a leggi chiare e a regole rigide. In particolare, quelle che sanciscono la libertà di espressione e di associazione, quei grandi principi democratici – questi sì sono davvero grandi e nobili – che i «democratici», anche quando sono al potere, si affrettano a limitare non appena vedono minacciata la loro egemonia.
Il caso del regime di Nayib Bukele in El Salvador illustra perfettamente quest’ultimo scenario. Ci sarebbe forse qualcuno che non si sottometterebbe volentieri a un potere incontestabile, fermo e sicuro, pacificatore e benefattore? Quello, ad esempio, di Bukele che, calpestando brutalmente, ma a ragione, i diritti umani degli assassini e dei terroristi (ma di nessun altro), prolunga i suoi mandati presidenziali tra gli applausi fragorosi della popolazione, senza che ciò comporti la minima violazione delle libertà di espressione e di associazione? Chi preferirebbe, al contrario, il secondo tipo di sottomissione: quella offerta a coloro che si aggrappano al nichilismo e si sottomettono alle masse, ai loro capricci e alle loro sciocchezze? E quando parliamo di «masse», ci riferiamo sia alla «plebe povera» che alla «plebe ricca» di una borghesia che, intrisa di volgarità fino al midollo, ne ha fatto, con la triade materialismo-individualismo-egualitarismo, il segno distintivo della nostra epoca.
Cosa fare?
Cosa fare se le élite ci hanno deluso e se anche il popolo – l’unico che, nonostante le sue incostanze, rimane ancora in parte integro – rischia a sua volta di deluderci?
Due cose sono indispensabili. Da un lato, portare avanti ciò che facciamo da così tanto tempo: continuare il lavoro metapolitico che consiste nell’analizzare, spiegare e diffondere la nuova concezione del mondo di cui cerchiamo di garantire l’attuazione.
È tuttavia necessaria un’importante precisazione. Se le nostre élite, dimenticando le visioni elevate e i nobili obiettivi, si crogiolano nel fango della bruttezza e della meschinità, la responsabilità ricade innanzitutto su di loro. Ma non è solo loro. Abbiamo trascurato le nostre élite; le abbiamo lasciate sole. Nessuno ha pensato di andare loro incontro per cercare di fare in modo che una parte significativa di loro smettesse di essere definita con l’aggettivo che più le si addice: vergognose.
Un compito del genere non è facile; è arduo e complesso. Ma non è impossibile. Dalle loro posizioni di grande potere, alcuni magnati (pensiamo, ad esempio, all’uomo più ricco del pianeta) mettono già in discussione, con tutti i limiti e le incoerenze che si vorranno, la strada intrapresa dalla nostra epoca. Comunque sia, una cosa è evidente: mai le classi popolari, da sole, hanno cambiato il corso del mondo. In ogni caso, una parte di coloro che, fino al giorno prima, occupavano le vette del potere è sempre stata coinvolta in tutte le grandi trasformazioni e rivoluzioni della storia. Non c’è alcun motivo di pensare che, di fronte al cambiamento epocale che si profila all’orizzonte, le cose possano essere diverse.
Ma si tratta anche di un’altra questione. Si tratta di intraprendere ciò che si è sempre detto che bisognasse intraprendere quando, eliminando il prefisso «meta» dalla «metapolitica», fosse giunto il momento di lanciarsi nella lotta diretta contro il potere politico e per la sua conquista.
Non è ancora stato deciso nulla, ma non c’è dubbio che il panorama politico stia cambiando a un ritmo sostenuto. Una vera e propria pletora di forze sovraniste, identitarie, di destra radicale… – un giorno bisognerà pur trovare un nome unico per definirle – è alla ricerca del potere in quasi tutto l’Occidente.
Tutte queste forze, certo, non agiscono con la stessa determinazione. Alcune stanno già moderando le loro politiche; altre lo faranno forse il giorno in cui trionferanno. Cosa accadrà, ad esempio, se tra qualche mese il tandem Marine Le Pen-Jordan Bardella salirà al potere in Francia? Seguiranno la strada intrapresa dall’intrepida Alternative pour Deutschland? Oppure opteranno per la linea moderata seguita da Giorgia Meloni e dai suoi Fratelli d’Italia?
Cosa ci riserva un futuro così entusiasmante come quello che si profila all’orizzonte? In ogni caso, non bisogna dimenticare che la sfera politica non è sempre quella della moralità e della verità. Intrecciato di affetti e sentimenti, di casualità e passioni, l’ordine politico è caratterizzato da un costante intreccio tra il possibile e l’impossibile, tra l’auspicabile e l’indesiderabile. E se non si trova il giusto equilibrio tra l’ideale e il possibile, possono verificarsi due cose. Da un lato, verità nobili e intenzioni giuste, ma impossibili da realizzare, possono portare a fallimenti clamorosi e a sconfitte cocenti. Oppure può verificarsi il contrario: a forza di non osare rischiare nulla, di cercare solo il possibile e il ragionevole, si può cadere in un «possibilismo» miope che dimentica gli obiettivi che contano davvero.
Tra questi scogli, la nave procede – ma rischia di capovolgersi – e ci ha condotti, in questi primi anni del XXI secolo della nostra era, verso il bivio più avvincente e più rischioso.
A questo bivio, i miti fondatori della modernità cominciano poco a poco a crollare. L’egualitarismo, l’individualismo, lo sradicamento storico, la perdita dell’identità collettiva… tutto questo viene messo alla gogna dallo spettro che, come quello di Marx, ma profondamente opposto a lui, attraversa l’Europa.
Questo fantasma finirà per trionfare? Si aprirà una nuova era, traboccante di bellezza, vigore e verità? Dipende. Ma non solo dalla determinazione, dal coraggio e dall’intelligenza che verranno messi in campo nella mischia. Dipende anche, come tutto nella vita, come tutto nella storia, da quella cosa impalpabile e indefinibile che gli Antichi, considerandola addirittura superiore agli dèi, chiamavano fatum: il destino e i suoi disegni imprevedibili.
Ma poiché non possiamo conoscere i disegni del destino, limitiamoci ai nostri. Continuiamo a interrogare le rotte della nave che, come un fantasma, solca l’Europa e il mondo.
Il materiale e lo spirituale
In altre parole: il materialismo e il sacro.
Si parla poco, si denuncia a malapena quest’altro crollo – quello del sacro – proprio di un mondo che riduce tutto al materiale e al razionale. Non molto tempo fa, si condannava generalmente il materialismo in nome della sete di consumo che si impadroniva (ma con possibilità opposte…) sia della plebe ricca che di quella povera. Ma quelli erano altri tempi: le vacche grasse pascolavano ancora nei nostri prati; le vacche magre della precarietà scatenata dagli oligarchi e dai plutocrati non erano ancora arrivate ad opprimerci tutti (tranne loro).
I desideri consumistici persistono con lo stesso vigore di un tempo, ma non possono più essere soddisfatti allo stesso modo. Che senso avrebbe allora denunciare con accanimento un consumismo a cui la maggioranza può accedere solo con molte restrizioni? Non avrebbe alcun senso; non si può né si deve farlo. Ma si può affrontare la questione del materialismo da un’altra prospettiva.
Quest’altro aspetto è quello dell’indigenza spirituale in cui ci immerge il binomio materialismo-razionalismo. Consiste nella scomparsa di ogni soffio superiore, di ogni vibrazione del «sacro», di ogni presenza del «numinoso», come lo definisce Miguel Ángel Quintana Paz. Ciò che svanisce è tanto il «sacro» che arde nel divino quanto il «numinoso» che risplende nel bello. La bellezza dell’arte continua a piacere (o almeno, i turisti dicono sempre che piace loro), ma non fa più fremere, non illumina più il mondo. Come potrebbe farlo quando, per la prima volta nella storia – guardate gli scarabocchi della nostra «arte contemporanea», guardate i colossi che incombono sulle nostre tristi strade –, gli uomini hanno posto il brutto e l’insignificante là dove il bello e il sublime avevano sempre regnato sovrani.
Si tratta di un argomento vasto, che è stato approfondito con un rigore che un articolo non consente di esprimere appieno. Basti sottolineare che la sua importanza non risiede solo nella necessità di riconquistare il bello e di bandire il brutto. Se ciò è fondamentale, lo è altrettanto la questione che ne deriva.
Il progetto
Gli obiettivi identitari adottati finora dal fantasma che aleggia sull’Europa sono sufficienti? Questi vessilli bastano affinché, trionfando, si passi dalla fantasmagoria alla realtà?
Ciò che queste bandiere sventolano è l’eccellenza anti-egualitaria, l’identità radicata nella storia, la riaffermazione del potere e dell’autorità, l’eliminazione della solitudine individualista, la vittoria sulle orde che invadono le nostre patrie, nonché il raggiungimento di un benessere che, liberandoci dall’attuale precarietà, ci riporti alla prosperità che conoscevamo non molto tempo fa.
Se nei palazzi del potere venisse issata anche solo una parte di quelle bandiere, la vittoria sarebbe già notevole e la vita molto più vivibile. Ma come si può ottenere la vittoria senza un consenso sociale, massiccio e schiacciante, che metta fine all’ordine costituito? E come si può raggiungere un tale consenso senza un grande progetto in grado di galvanizzare i sentimenti, le aspirazioni e le volontà?
Non abbiamo questo progetto. Abbiamo, ovviamente, mille progetti politici, mille programmi d’azione, ma che non implicano un progetto di mondo – di un mondo nuovo. Non c’è alcuna vera novità nelle bandiere citate sopra: identità, comunità, tradizione… Si tratta di obiettivi assolutamente indispensabili, ma reattivi: reagiscono al nichilismo sviluppato dalle nostre pseudo-élite… e condiviso fino a due giorni fa da tutti.
Lungi dal proporre una nuova sensibilità, un nuovo immaginario, un nuovo ordine delle cose, queste bandiere ci riportano – e su questo punto insisto: per quanto indispensabili possano essere – a ciò che esisteva non molto tempo fa. Implicano un ritorno alla prosperità economica degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso; presuppongono un ritorno alle radici a cui i popoli si sono sempre aggrappati; significano la riaffermazione di identità la cui distruzione era già in germe dalla fine della guerra civile europea nel 1945, ma la cui demolizione è stata intrapresa con determinazione solo negli ultimi tempi.
Non c’è nulla da obiettare al ritorno a ciò che ha sostenuto gli uomini per secoli. Dobbiamo tornare a ciò, ma innovando al contempo. È bene conservare, ma la «Rivoluzione conservatrice» – conservare trasformando – è ben migliore³. Ciò è particolarmente necessario per due ragioni. Se il mondo di ieri, come direbbe Zweig, traboccava di virtù da preservare, c’erano anche molte cose da bandire. L’altra ragione è che il mondo fondato sull’identità, sul radicamento e sulla tradizione era indissolubilmente legato al fervore religioso che lo avvolgeva. E questo fervore – ci torneremo – oggi è scomparso.
È certamente ammirevole ribellarsi contro i nostri oppressori. Ma questo non basta. Non basta respingerli se tale rifiuto non è accompagnato dalla prospettiva di sostituire l’ordine attuale con un altro, nuovo, grande, nobile, affermativo. Non basta dire «no»; bisogna saper dire «sì». Sì a un nuovo progetto che crei un mondo; sì a una nuova sensibilità che non si limiti a ricostruire il terreno su cui gli uomini si sono eretti da secoli.
Se rimanessimo privi di un progetto, quale fervore potrebbe sostenere i nostri popoli in una lotta in cui il nemico si difenderà con le unghie e con i denti? La lotta non potrà che essere ancora più accanita, poiché ciò che occorre cambiare non è solo questo o quel governo, questa o quella politica. Ciò che occorre cambiare è il mondo.
Cambiare il nostro mondo desacralizzato e despiritualizzato, per crearne un altro, carico di un’intensa energia spirituale. Ecco il Progetto: trasformare il deserto in cui vaghiamo in un frutteto dove venga proclamato a gran voce qual è il nostro destino, chi siamo e perché siamo in questo mondo.
Sapere e proclamare queste cose, vivere in armonia con esse e grazie ad esse: ecco un vero progetto, ecco ciò che affascina: sapere e sentire con grandezza d’animo perché si vive, perché si muore. Non intorpiditi da costruzioni metafisiche o teologiche del passato, ma inebriati da «il seducente scintillio dorato sul ventre del serpente vita», diceva Nietzsche⁴.
Come può qualcosa di così leggero e sfuggente come lo scintillio dorato sul ventre del serpente vita risplendere – grande, salda, indiscutibile? Come può il viaggiatore avanzare con passo fermo e deciso quando «non esiste sentiero, solo scie sul mare», come diceva Antonio Machado? Cosa può, in una parola, dare consistenza all’inconsistente, realtà all’evanescente? Cosa può compiere un simile miracolo, se non il bello, il sacro, il divino? E quando diciamo «divino», bisogna pensare a una divinità che, accogliendo la realtà contraddittoria del mito, riconosce che è lì, sul suo terreno, che trova la sua dimora: nelle altissime vette del mitico e del poetico.
Solo così, grazie a un Dio che sappia danzare e comporre poesie, grazie a un’arte che voglia tornare a essere grande; grazie, infine, al sacro – quella congiunzione tra finzione e verità, tra mitico e reale – sarà possibile infondere splendore e magnificenza a un mondo che, dopo la morte del Dio assoluto e onnipotente, dopo la scomparsa dell’Assoluto in quanto tale, si dibatte tra la caduta nell’abisso e la rinascita in una nuova pienezza.
«Abbiamo l’arte», diceva anche Nietzsche, «per non perire a causa della Verità». Della Verità soprasensibile, dicono i filosofi; della Verità soprannaturale, dicono i teologi. Quando nessuna di esse è più possibile né legittima, solo un altro tipo di verità – mitica, poetica – può illuminare il mondo.
È possibile? Una verità del genere può adempiere a una missione così nobile? Non solo quella di illuminare coloro tra noi che accolgono con gioia il tocco del sacro, ma soprattutto la missione di illuminare tutti gli uomini, per quanto rozzi, per quanto maleducati – ma anche commoventi – possano essere.
È possibile? È mai successo qualcosa del genere?
Per quanto riguarda il divino, la risposta è ovvia. Proprio come l’aria che, avvolgendo la vita, le permette di esistere, il divino ha avvolto il mondo attraverso tutte le civiltà, tutte le culture e tutte le epoche. Tranne la nostra.
Ma che dire dell’arte? L’arte può illuminare il mondo?
«I Greci, questo popolo di artisti, hanno compreso la profonda serietà del mito e della tragedia solo nella misura in cui sono stati capaci di sopportarla», diceva Nietzsche (e non lo citerò più). Avrebbe potuto dire lo stesso degli uomini del Rinascimento e, sebbene in misura minore, di coloro che affollavano le cattedrali gotiche, pregavano nei templi barocchi, portavano in processione belle Madonne e santi benefattori, recitavano romances castigliane o assistevano a drammi, commedie e autos sacramentales.
La maggior parte di loro era goffa, incolta, analfabeta; ma ciò non impediva al fuoco della bellezza, che si diffondeva attraverso i campi, le strade e le piazze, di permeare l’aria della Città. È proprio di questo che si tratta: di permeare un’atmosfera a cui doveva pensare Mino Somenzi e successivamente anche Filippo Tommaso Marinetti quando sosteneva, di fronte alla democrazia insipida e prosaica, che l’arte e il suo potere – che egli battezzò «artecrazia» – permeassero, come sfondo, la Città.
Il Carrefour
Ascoltiamo Tocqueville, che ci pone un dilemma al tempo stesso appassionante e lungimirante. Dopodiché… spetterà a voi scegliere, caro lettore.
«Volete conferire allo spirito umano una certa elevazione, un modo generoso di considerare le cose di questo mondo? Volete ispirare negli uomini una sorta di disprezzo per i beni materiali? Desiderate suscitare o alimentare convinzioni profonde e preparare grandi dedizioni?
Volete affinare i costumi, elevare le maniere, far brillare le arti? Volete poesia, gloria, rumore?
Volete organizzare un popolo in modo da agire fortemente su tutti gli altri? Lo destinate a tentare le grandi imprese e, qualunque sia il risultato dei suoi sforzi, a lasciare una traccia imponente nella storia?
Se questo è, secondo voi, l’obiettivo principale che gli uomini devono porsi in società, non scegliete il governo della democrazia; esso non vi condurrà di certo a questo fine.
Ma se vi sembra utile rivolgere l’attività intellettuale e morale dell’uomo verso le necessità della vita materiale e impiegarla a produrre il benessere; se la ragione vi sembra più utile agli uomini del genio; se il vostro scopo non è di creare virtù eroiche, ma abitudini pacifiche; se preferite vedere dei vizi piuttosto che dei crimini, e trovate meno azioni sublimi a condizione di incontrare meno sregolatezze; se, invece di agire in seno a una società brillante, vi basta vivere in una società prospera; se, infine, l’oggetto principale di un governo non è, secondo voi, di dare all’intero corpo della nazione la maggior forza o la maggior gloria possibile, ma di procurare a ciascuno degli individui che la compongono il maggior benessere e di evitargli la maggior miseria; allora livellate le condizioni e costituite il governo della democrazia⁵».
Avete già fatto la vostra scelta? Cosa preferite? Una società brillante ed eroica o una società prospera e vile? Aspirate per la vostra patria a virtù eroiche o a costumi pacifici? Optate per il genio o per la ragione? Per la gloria o per il benessere?
Se scegliete la seconda opzione, se optate per una società confortevole e bonaria, se preferite la mitezza e il politicamente corretto, allora scegliete la democrazia. In questo caso, non possiamo che raccomandarvi di votare per un partito liberale di «centro». Se, al contrario, scegliete la prima opzione e optate per l’eroico, l’intrepido, il poetico, allora non scegliete la democrazia – almeno, non quella che conosciamo oggi – e vi raccomandiamo, in questo caso, di votare per un partito sovranista.
Il dilemma di Tocqueville riassume in poche righe fulminanti l’essenza di quanto esposto in queste pagine. Presenta tuttavia un difetto che non è imputabile al pensatore. Esprime con precisione ciò che era la democrazia nell’America degli anni Trenta dell’Ottocento che egli conobbe e rivela – che preveggenza! – ciò che, nel corso dei due secoli successivi, si sarebbe affermato ovunque.
Ma se questo dilemma era quello prevalente allora e prevale oggi, non deve necessariamente essere quello che prevarrà domani.
Non c’è alcun motivo per cui questi due concetti debbano contrapporsi come nemici inconciliabili. Non c’è alcun motivo per cui la gloria debba contrapporsi al benessere, per cui il genio debba escludere la ragione e per cui la ricchezza debba rinnegare la bellezza.
Solo la borghesia, a partire dal XIX e dal XX secolo, ha portato questi due concetti a un confronto tanto assurdo quanto mortale. I grandi banchieri e generosi mecenati – i Medici – che a Firenze, all’apogeo del Rinascimento, hanno portato l’arte al suo culmine, rinnegavano forse la bellezza? I banchieri e i borghesi veneziani, che, fondando la bellezza sul mare, hanno costruito la città più bella del mondo, rinnegavano forse lo splendore del bello? La gloria che hanno raggiunto non risiede forse nel fatto che hanno saputo riunire in un unico insieme ciò che la democrazia e il capitalismo avrebbero in seguito separato e contrapposto?
La risposta è ovvia: porsi la domanda significa già rispondere. Ma è un’altra la questione che ci sta a cuore. Immersi come siamo nella più grande abbondanza mai conosciuta e nella più grande bruttezza mai provata, saremo in grado di coniugare, come gli antichi, bellezza, potere e ricchezza?
Di per sé, è perfettamente possibile; nulla lo impedisce. Ma manca l’essenziale: la volontà, il desiderio. Bisogna volere che la luce inquietante del sacro illumini un mondo che deve anche dedicarsi alla produzione di beni e ricchezza, di benessere e prosperità. A una condizione, tuttavia: che l’avidità e le sue aspirazioni sfrenate non pongano la produzione e il consumo al vertice dell’esistenza; che non facciano del denaro, dei beni e dei prodotti la parola d’ordine di un mondo che trasforma così lo splendore del sacro in un residuo di tempi passati o in un divertimento dei tempi presenti.
Il fatto che due cose apparentemente così opposte – la bellezza e il benessere, l’audacia e il comfort, il sacro e la prosperità – si uniscano (o meno) determinerà il nostro destino, segnerà il destino degli uomini che la storia ha posto al più grande dei bivi. Da lì si diramano due sentieri: o continuare a precipitare nell’abisso del nichilismo, della bruttezza e della volgarità; oppure raggiungere la gloria di unire il massimo benessere mai conosciuto al fuoco incantevole del bello, del sacro e del divino.
Javier Portella
Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.
Revue Éléments, Javier Portella, Le peuple, les élites et la démocratie, 24 settembre 2026.
Note:
- «Illiberale» era, più precisamente, il termine che hanno impiegato per non spaventare oltre misura il benpensantismo liberale.
- Cfr. i miei libri: Les esclaves heureux de la liberté, Éditions David Reinharc, Paris 2012; e N’y a-t-il qu’un dieu pour nous sauver?, Éditions La Nouvelle Librairie, Paris 2021.
- Alludo naturalmente al movimento culturale, sociale e politico sviluppatosi in Germania tra il 1919 e il 1933.
- F. Nietzsche, La volontà di potenza, § 26.
- A. de Tocqueville, La democrazia in America, vol. I, Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, Paris 1983, pp. 281-282.
