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Metapolitica

Spartiacque epocali: la politica contro la biopolitica, non liberali contro liberali

«Il totalitarismo che risiede alle spalle dell’ideologia liberale e di quella progressista si nutre dell’intreccio di regole, di norme sociali e codici di comportamento omnicomprensivi, dilatando smisuratamente le disuguaglianze e favorendo una deontologia del clientelismo e della produttività rappresentativa socio­culturale, politica, economica, finanziaria e di un determinarsi e ripetersi tutti i giorni, alla stessa maniera. Quel senso di frustrazione e di noia che spersonalizza i popoli e le comunità del “Vecchio Continente”, alle prese con una réclame in più e una certezza in meno: nella società post-moderna, l’opportunismo di pochi e l’insolvibilità dei tanti, sono poco più di un convenevole». (“L’Upper Class del capitalismo clientelare. Dogmi, tabù e mentalità”. F.M.)

Siamo arrivati ad un punto tale che conviene mettere da parte giudizi e pareri. Per risollevarci, occorre ben altro. Molti di noi si domandano cosa accadrà dopo il disastro sanitario. Indubbiamente, saremo alle prese con una crisi economica dalla portata inimmaginabile. Pochi invece, pensano a quei precedenti che rischiano di diventare una regola. La digitalizzazione indiscriminata, lo smart working, la tracciatura delle persone con strumenti tecnologici quali i droni, il GPS, le celle telefoniche, le applicazioni prima obbligatorie e poi chissà. Ovviamente, la questione non riguarda solo questo periodo ma è ormai una prassi. Ma allora, perché stupirsi se eravamo già tutti profilati? Per il motivo che se prima lo eravamo “sottotraccia” e chi lo faceva, spesso eludeva le leggi, ora invece, rischiamo di vedere applicate delle norme che fino a due mesi fa erano impensabili. Dallo stato d’eccezione permanente, dal precedente alla norma, è un attimo.

Lo screening medico, l’applicazione Immunit ed il suo modulo-questionario da compilare sullo stato di salute delle persone, la tracciabilità degli spostamenti, le restrizioni alla libertà personale e di massa, l’opera di colpevolizzazione e di terrorismo sull’auto-responsabilizzazione della gente, superano di gran lunga la decenza comune se non l’essere soggetti a delle imposizioni totalitarie. Alcune volte, diciamo spesso, sono fatte passare come dei semplici ammonimenti e altre ancora, calcando la mano, come delle vere e proprie pressioni per nulla velate che sono, ricordiamocelo, incostituzionali. È meglio scriverlo a scanso di equivoci: questo, per quanto poco possa interessarci lo stato di diritto, cioè nulla, la giurisdizione e il “decretismo” di un apparato simile.

Ma quello che è peggio, molto probabilmente, è ciò cui andremo incontro pur avendolo già capito tutti, è il tipo di normativismo che incide sul diritto, riscrivendolo. La problematica era già esistente, oltre ad essere lungamente dibattuta, da molti anni. In questa masnada di interessi privatistici a venire meno è la Politica: uno dei più grandi errori è pensare che l’Italia e l’Europa siano lì per lì dal liberarsi della forma mentis neo-liberale. Così come lo è il credere di essere giunti al ribaltamento del sistema della rappresentanza, dell’economicismo e dell’individualismo, secondo quei valori non liberali. Inoltre, siamo anche parecchio lontani dall’intendere l’economia e la politica un qualcosa di diverso da quei dettami coast to coast del liberalismo. Questo, dovrebbe far perdere il sonno agli italiani, cosa che puntualmente non accade, neppure d’innanzi a questi “principi”, così li chiamano, che in realtà sono dei disvalori, dominanti. Il mondialismo è ben vivo e la globalizzazione ha subito solo una frenata. Ad oggi, nulla più.

È cosa nota che la politica, e con lei tutte le sfere più importanti della società neo-liberale, non possano fare a meno di esperti e consulenti. Sappiamo anche quanto questi esperti siano diventati “d’obbligo”, persino per dirimere le problematiche inerenti la famiglia, dalla crescita dei propri figli alle contese tra coniugi, nel lavoro e nelle già note problematiche che attanagliano la cultura. Per ciò che riguarda la mediatizzazione dell’informazione e il “circo barnum” dei talk show è una partita persa. Quello che non dovrebbe accadere con l’inutilità delle task force di medici e virologi (la salute è importante così come lo è il sapere in che stato realmente versiamo). Soprattutto, quando abbiamo davanti agli occhi la pletora di inaffidabili quanto contraddittori “virologi” o sedicenti tali, che continuano a predire il futuro dall’altra parte del mondo, in TV e sui giornali. Beh, quelli accreditati sono introvabili, lavorano, per fortuna… Chiaro è che il compianto Christopher Lasch non sbagliava. Ma di quello che egli ha scritto non ne abbiamo fatto tesoro o motivo di lunghi pensieri.

Visto che sappiamo cosa ci aspetta, la domanda che tutti ci poniamo è la seguente: cosa fare? Innanzitutto, capire che siamo arrivati ad uno spartiacque senza neppure accorgercene. Liberali contro non liberali, nell’ambito dell’economia, nella sfera politica e ancor più per quello che riguarda la cultura. Stiamo entrando in un terreno di scontro poco battuto che nessuno di noi ha mai sperimentato completamente, perlomeno sino ad ora. Dunque, le analisi valutative si sprecano e debbono essere accantonate. A questo «errore antropologico», dell’emergenzialità, del nichilismo proattivo, dell’economicismo e dell’individualismo, dobbiamo anteporre la volontà di non discernere la teoria dalla pratica. Tutto il resto è una cornice senza il dipinto, inutile.

Una delle caratteristiche maggiori del «nichilismo», quella che ci spinge ad accentuare la pratica disgiunta dalla teoria per provare a raggiungere, costi quel che costi, tutti i desideri personalizzabili di un individuo o di una minoranza, al posto del bene comune a discapito del buon senso, imperversa indisturbata. Sappiamo che l’ideologia dei diritti individuali e dei diritti umani hanno trasformato in un qualcosa di diverso, a degli scheletri nell’armadio di cui dobbiamo vergognarci, il senso comune, la cultura di un popolo, l’appartenenza, l’identità e le tradizioni. Sono ormai paragonate a delle chincaglierie da “duty-free” anche le appartenenze ad una comunità locale, regionale, nazionale o a quella del “grande spazio” continentale di cui facciamo parte, messe ai margini dalle piattaforme virtuali, dalla digitalizzazione, riducendole ad un’astrazione generalizzata. Semplicemente, non esistono più. L’astrazione autentica si è divorata il reale e il vero.

Per non far scomparire definitivamente le nostre radici, l’identità, le tradizioni, la cultura specifica che ci caratterizza, dobbiamo non solo pensare alla riappropriazione della sfera politica. Questo lo abbiamo capito. Perlomeno, bisogna pensare ad essa ma per incidere. Per il motivo che abbiamo abdicato al compito, agli obblighi e doveri, decidendo sulle cose che riguardano tutti. È giunta l’ora di riprendere le redini in mano e non essere più guidati da nocchieri senza testa e cuore. E se l’obbligo è tornare a decidere, il dovere è farlo rispettando il Logos, il fine e lo scopo ultimo che è poi il Télos. Una sfida che necessita coraggio e per uscirne, bisognerà prima pensare al significato di aristocrazia: intesa non come una declinazione “nobiliare” ma per una politica dei più meritevoli, dei migliori moralmente e intellettualmente scelti dal popolo nei posti che gli competono, a seconda delle specifiche e della preparazione.

Non possiamo più permetterci di improvvisare e tanto meno continuare a credere in coloro che ci hanno portato sulla soglia del baratro, possano essere in grado di salvarci. Questo significherebbe non aver capito nulla e ripetere gli stessi errori. Dal momento che ognuno ha dimenticato i fondamentali: i pensatori che possono darci consigli utili e quei pensieri lunghi di cui parlavamo, coloro che si impegnano in politica come argine contro la separazione della teoria dalla prassi, i lavoratori che sono l’aiuto per il sostentamento delle famiglie e della comunità, senza dimenticare coloro che ci ricordavano che il senso del «Sacro» è verticale e non orizzontale. Sempre che non ci sia l’interesse di smuovere le acque ma in senso negativo. Le avvisaglie ci sono tutte. È proprio il caso di tagliare i ponti con le spire del capitalismo, uscendo dal crepuscolo liberale. A fallire è il mondialismo e la sua ideologia universale che a proposito di questa pandemia, vorrebbe ulteriormente spingere per una sorta di governo mondiale.

Ma non si tratta di tornare ad un arcaismo desueto e neppure di concepire ciò che potrebbe accadere con la fede cieca in un futuro utopistico. Siamo agli inizi di un’epoca storica e non alla fine della storia. La storia è sempre aperta ma bisogna pur scriverla e non farsela scivolare addosso. Tocca solo all’uomo, riuscirci o meno. Tanto per incominciare, basterebbe comprendere che il normativismo della biopolitica che vorrebbe decide su tutto quello che riguarda l’uomo, dalle proroghe alla morte, dall’ingegneria genetica al “darwinismo sociale” messo in pratica con l’emergenza sanitaria, non è certo la soluzione. Ma a non essere tale, è pure l’idea di uno stato di diritto improntato sull’ideologia dei diritti e delle libertà dell’uomo, individualizzabili. Contro tutto questo, urge contrapporre la Politica. Domani, sarà già troppo tardi.

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