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Kneecap, il rap gaelico con il passamontagna è una lezione di metapolitica

Tra ironia e dissacrazione, impegno ed edonismo, il film ispirato alla vera storia del trio hip hop nordirlandese conquista l’Europa.

Non mi ricordo quando è stata l’ultima volta che ho sentito parlare di Irlanda del Nord al telegiornale. Forse, ma non ne sono certo, all’epoca dell’arresto di Gerry Adams per il caso Jean McConville: una delle pagine più oscure nella storia dell’Ira, a cui è dedicato un bellissimo libro di Patrick Raddan Keefe uscito anche in italiano, Non dire niente. Era il 2014, comunque.

Dopo, il mondo si è scordato del tutto di quell’angolo d’Europa che per ottocento anni ha combattuto la sua battaglia contro un’occupazione implacabile. I Troubles, come viene chiamata la fase calda del conflitto tra lo Stato britannico e le forze paramilitari nazionaliste, sono stati di fatto l’ultima guerra del periodo della decolonizzazione, con aspetti paradossali e misconosciuti: è poco noto, ad esempio, che fino al 1969 nelle Sei Contee vigessero forme di voto censitario, o che ancora pochi anni fa fosse passibile di arresto chi declinava le proprie generalità a un pubblico ufficiale in lingua gaelica.

Rompere il vetro per liberare il dodo della lingua irlandese

A interrompere il lungo oblio sull’ultima colonia d’Europa giunge ora un film che sta conquistando la critica e il pubblico in tutto il continente. Il successo cinematografico di Kneecap arriva sull’onda lunga del fenomeno mediatico creatosi attorno al gruppo musicale omonimo. Mo Chara, uno dei tre membri fondatori degli Kneecap, è infatti a processo per aver mostrato una bandiera di Hezbollah durante un concerto a Londra. Nel luglio scorso il governo ungherese ha bandito gli Kneecap per tre anni accusandoli di “discorsi di odio antisemita a sostegno del terrorismo”: la band avrebbe dovuto esibirsi allo Sziget, uno dei più importanti festival estivi europei.

È l’ultima di una serie di controversie che fin dalla sua formazione, nel 2017, hanno costellato il cammino del trio hip hop di Belfast, nato per un’impresa mai tentata prima: fare rap in lingua gaelica. La lotta di liberazione irlandese ha una tradizione musicale antichissima, anzi è forse quella che più di ogni altra si è accompagnata, con successo, alle voci e ai ritmi del folk. La musica è entrata anche, suo malgrado, nelle vicende più cupe dei Troubles: lo scorso 31 luglio ricorreva il cinquantesimo anniversario del massacro della Miami Showband. Tre membri del gruppo soprannominato “i Beatles irlandesi”, popolarissimo nell’isola, furono trucidati da una gang di soldati e paramilitari britannici mentre attraversavano il confine.

La novità, nel caso degli Kneecap, è il recupero della lingua irlandese dopo decenni di declino costante. Il gaelico è stato la prima vittima della colonizzazione britannica: a dargli il colpo di grazia fu The Great Famine, la carestia delle patate degli anni Quaranta del secolo XIX, in cui morirono un milione di irlandesi. Un genocidio, secondo molti storici, tenuto conto che le esportazioni di grano verso l’Inghilterra continuarono anche nel periodo peggiore della carestia. All’inizio del Novecento, l’Irlanda aveva perso metà degli abitanti anche a causa della successiva emigrazione verso l’America. Fu allora che il gaelico scomparve dall’uso comune, malgrado i ricorrenti tentativi di “riesumarlo”. La repubblica irlandese tutela fin dai primordi il suo idioma, ma perfino nelle Gaeltachtai, le “riserve linguistiche” nell’estremo ovest dell’isola, l’inglese è parlato nell’uso quotidiano dalla grande maggioranza della popolazione. Nel 2010 il governo ha adottato per la prima volta una strategia ventennale per incrementare il numero dei parlanti: ciononostante, dai 77mila censiti nel 2011 si è passati nel frattempo ai 71mila del 2022.

Il gaelico è come il dodo, spiega nel film il futuro dj Próvaí, un docente di scuola di Derry, a Mo Chara e Móglaí Bap, due ragazzini di Belfast divisi tra la passione per la musica e quella per le anfetamine. Fare rap in gaelico significa “rompere il vetro del museo” dietro a cui sta rinchiuso il dodo e liberarlo. La storia dell’improbabile trio formato da un professore di musica e da due rapper ventenni in tuta acetata si intreccia alla lunga battaglia per l’approvazione dell’Irish Language Act, portata a compimento solo nel 2022. Da allora il gaelico è riconosciuto come lingua ufficiale e tutelato anche nell’Irlanda del Nord.

Al confine tra vero e verosimile, un film tutto da godere

Il film di Rich Peppiatt, interpretato dai “veri” Kneecap, unisce i diversi piani di lettura con un’ironia folgorante degna di Trainspotting e il ritmo del miglior Guy Ritchie. Prima di arrivare su un palco, il trio si scontrerà con la polizia britannica, la censura della radio di Stato irlandese, i paramilitari repubblicani, l’opposizione della stessa società civile impegnata per il riconoscimento della legge sulla lingua, che vede gli Kneecap come pericolosi sabotatori dei propri sforzi. Il vero, il verosimile e l’invenzione si confondono in una miscela esplosiva. Per esempio: è vero che Móglaí Bap scampò per un soffio all’arresto il giorno prima dell’approvazione della legge, quando insieme a un amico fu sorpreso dalla polizia mentre scriveva “cearta” (“diritto” in gaelico) sulla pensilina di un bus. Il singolo d’esordio della band, intitolato appunto C.E.A.R.T.A, trae ispirazione da questo episodio. È vero anche che dj Próvaí perse il suo lavoro a scuola dopo essere stato identificato nell’atto di mostrare la scritta “Brits Out” (“fuori i britannici”) tracciata a pennarello sulle natiche: sul palco il musicista indossa sempre un passamontagna con il tricolore irlandese – lo pseudonimo Próvaí allude ai Provos, ovvero i militanti della Provisional Ira. Autentica è pure la polemica con la RTÉ, la radio pubblica irlandese, che ha rifiutato di trasmettere C.E.A.R.T.A per via dei riferimenti alle droghe.

Il tema, com’è noto, è fonte ricorrente di controversie nell’hip hop e in particolare nel gangsta rap. Nel caso degli Kneecap, poi, si scontra con uno dei più forti tabù del nazionalismo irlandese. Negli anni in cui l’Ira manteneva il controllo dell’ordine pubblico nelle cosiddette no go areas, i quartieri sottratti al controllo della polizia britannica, le gambizzazioni degli spacciatori erano all’ordine del giorno. Kneecap significa appunto “gambizzazione”, un nome scelto da Mo Chara e Móglaí Bap dopo essersi domandati “per che cosa è famosa Belfast?”. L’eredità politica di quella campagna è stata raccolta dai dissidenti nazionalisti della Raad (Republican Action Against Drugs), uno dei gruppi fondatori dell’attuale Nuova Ira.

Nel film, i paramilitari antidroga sono ritratti come pericolose macchiette che in più di un’occasione creano problemi agli Kneecap, odiati appunto per la loro esaltazione dell’MDMA e della cocaina. Nel finale (allerta spoiler, per chi non lo avesse visto) il padre di Móglaí Bap, un ex militante dell’Ira creduto morto e in realtà latitante, ricompare proprio per salvare il figlio da una gambizzazione ad opera della Raad: “Chi cazzo porta una pistola sola a una gambizzazione? Dilettanti” esclama il redivivo, dopo aver fatto fuoco sui paramilitari.

Se un difetto, peraltro inevitabile, si vuole trovarlo, è legato alla comprensione non immediata di alcuni spunti comici da parte di chi sia meno addentro alle vicende nordirlandesi. “Come si chiama un militante dell’Ira divenuto istruttore di yoga? Bobby Sandals” esclama a un certo punto Móglaí Bap, prima di un incontro-scontro col padre: il riferimento è al più celebre dei martiri dell’Ira, Bobby Sands. Oppure la scena in cui Mo Chara, a letto con la fidanzata unionista, si sente dire da quest’ultima: “Non venire, ti faccio esplodere come l’hotel di Brighton”. Nel 1984, un attentato dinamitardo contro Margaret Thatcher colpì l’albergo della cittadina balneare che ospitava un congresso dei Tories.

Sul crinale del disimpegno: fino a che punto ne vale la pena?

Kneecap si muove sulla corda tesa dell’ironia, sopra un baratro di dissacrazione che non risparmia nemmeno gli idoli dell’ideologia nazionalista e repubblicana. Un solve et coagula in cui l’impegno politico esce trasmutato in qualcosa di diverso, come si capisce fin dalle prime scene: “Sapete una cosa? Ogni storia su Belfast comincia così” dice una voce fuori campo, mentre scorrono immagini sbiadite di esplosioni e proteste in strada. “Ma non questa” aggiunge subito dopo il narratore. Dietro agli Kneecap non c’è solo un affresco generazionale sui “bambini del Venerdì Santo”, i primi a godere di una relativa pace dopo tre decenni di Semtex nelle birrerie e posti di blocco. C’è soprattutto una delle più potenti operazioni metapolitiche che siano state tentate negli ultimi tempi: dimostrare che il gaelico può parlare ai quindicenni e che in gaelico si può parlare di qualcosa di vivo, là dove su ammuffiti testi scolastici gli esercizi grammaticali continuano a richiamare solo immagini di contadini che scavano nella torba.

È un messaggio che va al di là delle specificità irlandesi e che interroga chi nell’azione metapolitica vede un’alternativa a una pratica politica svuotata di qualunque possibilità di incidere sul reale. Certo in questo caso si tenta di “salvare il dodo” a prezzo di concedere molto a una visione del mondo vistosamente edonista, a tratti militante e a tratti corriva e disimpegnata, com’è quella del rap. Fino a che punto ne valga la pena è una domanda impossibile da eludere, cui nel film si dà risposta con una sola catchphrase ripetuta più volte: “Ogni parola in gaelico che parlate è un proiettile per la libertà irlandese”.

Andrea Cascioli

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