È in corso un’operazione, tanto insidiosa quanto ostinata, volta a neutralizzare il pensiero di Guillaume Faye riducendolo a macchietta, un mero agitatore di “destra” nel senso più inoffensivo del termine, e persino, con un funambolismo interpretativo che ha del grottesco, a “occidentalista” e russofobo. Chiunque abbia anche solo superficialmente sfiorato l’opera del pensatore francese sa quanto tale narrazione sia mendace. A confutarla definitivamente, ristabilendo il Faye autentico della grande geopolitica, della visione imperiale e della critica radicale alla civilizzazione occidentale, giunge ora la raccolta Contro la russofobia, curata da Stefano Vaj e prefata da Robert Steuckers.
L’operazione editoriale curata da Vaj per Moira Edizioni denuncia già nell’introduzione del curatore e nella prefazione di Steuckers il tentativo di travisamento subito da Faye negli ultimi anni della sua vita e soprattutto dopo la sua scomparsa. Come sottolinea Steuckers, esiste una vera e propria “leggenda nera” che dipinge l’autore francese come un “occidentalista” filoatlantico, quando invece la sua posizione era diametralmente opposta. Questa distorsione, alimentata tanto dai suoi nemici storici nella cosiddetta Nuova Destra quanto da alcuni seguaci superficiali dei suoi ultimi anni, ha portato al paradosso di vedere Faye descritto persino come un sostenitore di Zelensky, una caricatura che questa raccolta definitivamente smaschera. Il tropismo russo di Faye affonda le radici nella sua formazione giovanile e nella sua militanza nel GRECE, dove già negli anni Settanta maturava una visione critica dell’americanismo culturale. Come ricorda Steuckers, il movimento della Nouvelle Droite aveva sviluppato un antiamericanismo “diverso dall’ostilità verso gli Stati Uniti coltivata dagli ambienti di sinistra” ovvero non di maniera e assorbito dalle sinistre vietnamite, quanto da una critica gollista e nietzschiana all’egemonia culturale, economica e strategica di Washington, più sofisticato e geopoliticamente orientato. In questo contesto, l’URSS di Breznev appariva “più razionale e realista del pandemonio scatenato dai servizi segreti occidentali nell’americanosfera”.
L’evoluzione del pensiero di Faye sulla Russia attraversa diverse fasi. Inizialmente affascinato dal “socialismo reale” non per i suoi aspetti economici ma per le sue ricadute in termini di “anti-individualismo, futurismo, stachanovismo, spirito spartano, gerarchico, meritocratico e comunitario”. Una fascinazione che rivela la dimensione originale del suo pensiero, capace di cogliere elementi di mobilitazione totale e disciplina collettiva anche nei sistemi formalmente avversi all’identitarismo europeo. Il crollo dell’URSS segna una svolta. Come spiega Vaj nell’introduzione, il “Sauron inventato dalla propaganda occidentale” si rivela meno consistente delle aspettative, spingendo Faye a guardare oltre il comunismo verso una Russia post-sovietica che gradualmente si libera tanto dall’ideologia marxista quanto dal caos oligarchico degli anni Novanta. L’ascesa di Putin rappresenta per l’autore francese non solo il ritorno della Russia come attore geopolitico, ma soprattutto l’emergere di un modello alternativo al nichilismo occidentale.
Gli scritti raccolti nel volume coprono il periodo cruciale dal 2007 al 2016, testimoniando l’evoluzione della crisi ucraina e l’irrigidimento delle relazioni euro-russe. Faye dimostra il proprio allineamento analizzando le dinamiche in corso: già nel 2007, nel suo “Discorso alla conferenza di Mosca”, delinea un progetto di una “Confederazione imperiale euro-russa” basata sul federalismo imperiale e sull’autosufficienza economica. L’opinione di Faye emerge con particolare forza nell’analisi della crisi ucraina, che egli interpreta come una provocazione orchestrata da Washington per impedire l’integrazione euro-russa. Nei saggi dedicati alla questione ucraina, l’autore attacca programmaticamente la narrativa occidentale: l’annessione della Crimea viene presentata per quello che realmente è agli occhi di Faye – il ritorno di un territorio storicamente russo alla madrepatria attraverso un referendum – mentre le sanzioni contro Mosca sono denunciate come un “boomerang” che danneggia l’Europa più della Russia stessa. Particolarmente penetrante è l’analisi delle motivazioni profonde della russofobia occidentale. Faye individua due cause principali: la prima geopolitica (impedire il ritorno della Russia come grande potenza), la seconda ideologica (contrastare l’esempio russo di “rivoluzione conservatrice”). È questo l’ultimo aspetto a rendere il Putin post-comunista più temibile per le oligarchie occidentali dello stesso Stalin: mentre l’URSS rimaneva prigioniera di una visione universalista, la Russia putiniana riafferma valori identitari, patriottici e tradizionali che rappresentano una minaccia esistenziale per il sistema liberal-libertario.
L’approccio di Faye alla questione russa si distingue tanto dalla russofobia quanto dal multipolarismo acritico e messianico. Non cade nell’errore di idealizzare Putin o il sistema russo, di cui riconosce limiti e contraddizioni, ma coglie nella Russia post-sovietica il principale alleato naturale dell’Europa in un mondo sempre più polarizzato. La sua posizione è quella di un “buon europeo” nel senso nietzschiano: comprende che la divisione dell’Europa sull’asse est-ovest serve solo agli interessi angloamericani. Il suo sguardo sulla Russia combina l’ammirazione per la “barbarie” antiborghese teorizzata da Drieu La Rochelle con l’apprezzamento per l’efficacia geopolitica e il pragmatismo strategico. Una sintesi che lo porta a vedere nella politica estera russa “l’unica intelligente” in un panorama internazionale dominato dall’improvvisazione occidentale.
La visione pan-europea di Faye, inclusiva della Russia ma non subordinata ad essa, rappresenta oggi una terza via tra il suicidio atlantista e l’isolazionismo sovranista. Particolarmente significativa è la proposta di superare il concetto geografico di “Eurosiberia” in favore di quello etno-politico di “Euro-russia”, accogliendo le osservazioni di Pavel Tulaev. Questo passaggio terminologico riflette una maturazione teorica che contrasta chi odiernamente vorrebbe dipingere i russi come turcomanni armati di arco alla corte di Kazan, guerriglieri dell’Orda d’oro o parentela perduta di Genghis Khan. Per Faye il concetto è chiaro, la Russia è una civiltà europea che ha proiettato la sua espansione in Asia, ciò non li rende né alteramente asiatici né ibridi. La lezione dell’autore è incredibilmente attuale: solo un’Europa riconciliata con la Russia può sperare di sottrarsi al declino. La russofobia non è solo un errore geopolitico, ma una forma di autolesionismo che condanna l’Europa all’irrilevanza storica. In tempi di crescente polarizzazione il binomio è tra futuro europeo e tramonto occidentale. Si tratta in altre parole di costruire l’Europa con e non contro la Russia, riconoscendo nella russofobia lo strumento per impedire l’incubo americano: la nascita di un blocco euro-russo sovrano.
La posizione di Faye è attraente per la sua immunità da un certo amore cieco che conduce ad un appiattimento su un multipolarismo messianico di maniera. Il capitolo “Una prospettiva francese sulla Russia” è un capolavoro di analisi critica, spietata e al tempo stesso partecipe. Faye riconosce il “genio russo”, una eccezionale capacità intuitiva che spazia dalla musica alla fisica, ma non ne nasconde le debolezze. Parla della “doppia anima russa”, di una schizofrenia che oscilla tra un complesso di superiorità e uno di inferiorità, tra la volontà di potenza imperiale e la sensazione di essere una nazione relegata ai margini. Con lucidità spietata, elenca le piaghe che affliggono la Russia: una demografia suicida, un’economia sbilanciata e troppo dipendente dagli idrocarburi, una corruzione endemica e, soprattutto, la penetrazione dei virus culturali dell’Occidente. È proprio questa capacità di analisi a renderlo così attuale e a distanziarlo dai tifosi che si limitano a un tifo goffo e volgare. Faye non idolatra, sostiene la Russia non in maniera incondizionata, ma funzionale a un progetto più vasto: la rinascita dell’Europa intera.
Parlare di “testi non noti” significa, di solito, evocare la retorica del ritrovamento: testi dimenticati che tornano a respirare dietro, quasi sempre, l’ombra di un’operazione ideologica. Qui no. I materiali che Moira Edizioni raduna sotto il nome di Faye appartengono alla periferia editoriale, si fa riferimento a blog sfuggiti persino allo sguardo maniacale degli esegeti. Testi minori, certo, ma non per questo sospetti. L’intento non è costruire un Faye esoterico o clandestino. Le sue posizioni restano quelle, prevedibili, cristallizzate già da anni. Ma proprio questa prevedibilità diventa il punto, non si tratta di rivelare un “altro” Faye, ma di mettere a nudo la manipolazione in atto. Il recupero si presta quindi ad un effetto doccia fredda contro le letture selettive e l’appropriazione di comodo. Una salutare smentita, che riporta il discorso al livello della realtà.
Andrea Falco Profili

