L’orrore… L’orrore
La scomparsa dell’attore Robert Duvall pone il ricordo della sua interpretazione nel film Apocalypse Now di Francis Ford Coppola (1979). Attualizzazione del capolavoro letterario Cuore di tenebra di Joseph Conrad, resta una delle produzioni cinematografiche contemporanee più significative, incentrata sul nichilismo della civilizzazione moderna. Come con Ernst Jünger, si esplora il conflitto non solo come scontro, ma come un’esperienza che altera la percezione umana, trasformando la realtà in un “paesaggio” apocalittico, cioè rivelativo. Se pur oggi la maturazione del vuoto di senso raggiunge livelli ulteriori e insondabili, ove la volontà di potenza assume tratti di evidente mutamento antropologico e proiezione dispotica post umana, quel film è imprescindibile in merito all’abisso morale, mettendo in scena un viaggio nella forra dell’oblio, dove i valori occidentali imponendosi comportano la dissoluzione etica, rivelando un orrore primordiale. Tre le figure principali che incarnano diverse sfaccettature di questo nichilismo.
Il Colonnello Walter Kurtz (Marlon Brando) esprime il nichilismo radicale: Kurtz ha abbracciato consapevolmente l’oscurità e l’orrore, riconoscendosi nella crudeltà insita nella natura umana e la falsità del moralismo. Essendosi spogliato di ogni ipocrisia, egli è divenuto “un dio per gli altri e un mostro per sé stesso”, vivendo al di là del bene e del male. “L’orrore… L’orrore”, non è solo un grido di agonia, ma la constatazione dissolutiva del nulla contemplato.
Lo “Chef” (Jay Hicks) esprime il nichilismo subito del “soldato comune”. Chef rappresenta lo sgomento dell’uomo eterodiretto di fronte all’abisso. A differenza di Kurtz, che abbraccia l’orrore, Chef ne è sopraffatto. La sua esperienza in Vietnam trasforma il suo senso del dovere in paura e orrore puro, rivelando l’inadeguatezza delle norme civili di fronte alla brutalità del presente. La sua morte tragica simboleggia l’incapacità dell’ordine dato di sopravvivere in un contesto privo di significato.
Il Capitano Benjamin Willard (Martin Sheen) esprime il nichilismo esistenziale in cerca di senso. Willard attraversa il film come animo distaccato, un esecutore indifferente che cerca una risposta erratica nell’inconsulto della guerra. Osserva il conflitto e la decadenza morale, abbandonando la propria soggettività caduca. Il suo viaggio è una discesa nel vuoto, dove la missione di uccidere Kurtz diventa il veleno e al tempo stesso il farmaco immunitario.
Queste tre figure tracciano un arco nichilista: dall’accettazione filosofica del vuoto (Kurtz), la deriva esistenziale del soldato che la subisce (Chef), fino alla morte e resurrezione di chi cerca una dirittura interiore in un contesto che l’ha eradicata (Willard).
Jünger vede il nichilismo come un “meridiano zero” che l’umanità non può non affrontare. Rappresenta una fase di definitiva svalutazione dei valori, alimentata dall’inerzia tecno-funzionale e dalla massificazione dell’egemone (il “Leviatano”), che riduce l’uomo a un mero ingranaggio privato del libero arbitrio. Un deserto che avanza senza argine, ma che può essere attraversato attingendo a fonti etiche e spirituali profonde che le istituzioni non possono corrompere. Nonostante la loro consunzione moderna, il mito, al pari della metafisica, restano un ponte aggettato oltre il nulla. Le civiltà muoiono per l’indifferenza verso i principi peculiari che le fondano.
Eduardo Zarelli
