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Metapolitica

‭«Remigrazione»

«Per noi si tratta del processo fondamentale della suddivisione dello spazio, che è essenziale a ogni epoca storica; si tratta della combinazione strutturante di ordinamento e localizzazione [Ordnung und Ortung], nel quadro della convivenza tra i popoli sul pianeta nel frattempo scientificamente misurato. In questo senso si parla qui di nomos della terra»
Carl Schmitt

L’Unione Europea del globalismo, dell’universalismo, della finanza, dell’accoglienza indiscriminata, dei padroni che chiedono l’arrivo di migranti per rafforzare «l’esercito industriale di riserva» (Marx) sta distruggendo l’Europa, che è invasa da masse di persone che nulla sanno della cultura e della storia dell’Europa e che soprattutto nulla vogliono sapere.

Le azioni di violenza e di aggressività specialmente verso le donne stanno diventando un’epidemia (femministe e politicamente corretti dove vi siete nascosti?). Come se non bastassero i criminali italiani, importiamo dunque branchi di assassini da altri continenti. Assassini anche di seconda e terza generazione, nati in Europa ma che non si sentono e non sono né europei né africani o sudamericani. E tale mancanza di identità aggrava la loro alienazione.

L’Italia e l’Europa sono allo sbando perché incapaci di difendersi e difendere i propri cittadini. Anche per questo si stanno verificando moti di protesta sia pacifici sia violenti. Tali manifestazioni sono conseguenza ed espressione della naturale tendenza delle comunità umane a difendersi. Quando le pubbliche autorità si pongono dalla parte degli aggressori è inevitabile e necessario che le comunità aggredite si difendano. Nel Regno Unito e in Germania le polizie tendono sempre più a porsi dalla parte degli immigrati stupratori e assassini invece che dalla parte delle vittime europee. Si tratta di un vero e proprio razzismo contro i bianchi per il fatto che sono bianchi.

Senza identità non vi è differenza. Una terra che rinuncia alla propria identità non potrà accogliere la differenza. Si dissolverà, semplicemente. Questo è il rischio più grave e più profondo dell’Europa contemporanea. Ma l’Europa (non l’occidente) ha il diritto di esistere, di non essere cancellata. E dunque veramente basta con questa invasione di gente violentissima e senza rispetto. Basta. Tornino da dove sono venuti. Remigrazione significa questo, semplicemente e necessariamente questo.

Inserisco qui sotto alcune immagini da X e da Telegram che documentano le forme e gli effetti di tale invasione e della conseguente reazione.

La prima immagine si riferisce a due casi speculari, che ho commentato nel modo che riprendo qui: «Due casi terribili e apparentemente opposti ma che nascono dalla stessa ignoranza dell’antropologia, dell’etologia umana, del fatto che gli umani sono dei mammiferi che marcano il territorio, ignoranza dunque dei conflitti che si scatenano quando altri invadono il proprio territorio o si presume di occupare quello altrui. Conflitti che nessun appello moralistico alla fraternità e all’inclusione potrà mai eliminare.

Poi, in ogni caso, gli assassini del ragazzo bianco e quelli del ragazzo nero sono semplicemente e totalmente malvagi. Dei malvagi che accampano giustificazioni surreali e offensive verso le loro vittime. Questi malvagi sono feccia umana».

Tempo fa ho tentato un’analisi sociologica e storica più generale di questo tema discutendo il libro di Stephen Smith Fuga in Europa. La giovane Africa verso il vecchio continente, Einaudi 2018: Migranti.

Aggiungo un recente intervento di Andrea Zhok, sempre lucido e argomentato.

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Andrea Zhok, 12.6.2026

Visto che i fatti di Belfast hanno rimesso al centro della discussione temi oramai sviscerati in tutti i loro aspetti, proviamo a fare una sintesi per ottenere un po’ d’ordine mentale.

  1. Il fenomeno migratorio in Occidente è integralmente un fenomeno con radici economiche, dipendente dalla logica di capitale. Vengono favoriti gli spostamenti di forza-lavoro che cerca di occupare gli spazi lavorativi disponibili sul mercato mondiale. È nell’interesse del capitale ottenere forza lavoro massimamente disponibile a lavorare per poco e facilmente ricattabile. Non è una questione di “immigrazione irregolare”. Gli irregolari sono anch’essi parte del gioco, perché un po’ più ricattabili, ma il gioco nel suo complesso è accettato, desiderato e teorizzato.
  2. La pressione che viene esercitata dalle forme di vita coltivate in Occidente (dai costi per crescere la prole, alle responsabilità legali, alle difficoltà pedagogiche per figli che crescono in ambienti desocializzati, ecc.) crea costantemente le condizioni per una riduzione della fecondità. (Questo succede anche per le seconde generazioni dei migranti, non appena si acclimatano). La mancanza di forza lavoro interna dei paesi occidentali viene compensata importandola da parti del mondo dove i “costi di produzione di bambini” sono bassi, perché non esiste un sistema di tutele pubbliche, servizi sanitari, sistemi scolastici, ecc. L’Occidente è una tomba indaffarata che assorbe giovani “prodotti” altrove per trasformarli in concentrazioni di capitale.
  3. Questo processo non è mai guidato e controllato perché per guidarlo e controllarlo ci vorrebbero enormi investimenti: denari per i processi di assimilazione, educazione o rieducazione, istruzione linguistica, socializzazione, ma anche per il controllo e la repressione di comportamenti illeciti. Dunque si lasciano ad alcuni clown politici le parole d’ordine dell’inclusione e dell’accoglienza, ma siccome l’intero senso del processo è esclusivamente volto a incrementare i margini di profitto, tutto questo “processo di inclusione e accoglienza” rimane necessariamente sulla carta. Peraltro, se vivessimo in Stati disponibili a sostenere questi livelli di spesa pubblica per i processi di socializzazione-inclusione il problema migratorio non sorgerebbe proprio: saremmo in Stati disposti a drenare denaro dal grande capitale per migliorare le condizioni di lavoro degli autoctoni, per migliorare i servizi pubblici, per reprimere lo sfruttamento e il lavoro nero, per aiutare le famiglie ad allevare i figli, ecc. Dunque, se fossimo nel mondo fantasticato (ma mai implementato) dai promotori dell’“accoglienza infinita”, non ci sarebbe semplicemente nessun interesse a importare forza-lavoro, perché appena arrivata da noi essa sarebbe tutelata e dunque costosa.
  4. Il processo è dunque sempre lasciato a sé stesso, perché chi comanda questi processi è il capitale ed esso non ha alcun interesse a guidare gli effetti sociali dei processi migratori. Dunque, costantemente ed inevitabilmente, questi processi creano forme di destabilizzazione sociale. La scuola pubblica ne esce degradata perché sopraffatta da un eccesso di domanda senza mezzi adeguati per rispondere; gli alloggi popolari scompaiono dalla disponibilità pubblica; soggetti culturalmente estranei e non integrabili – perché l’unica forma di integrazione offerta è il lavoro e non ce n’è per tutti – finiscono per nutrire le fila della piccola delinquenza. Mi si risparmi l’ovvietà che non c’è equazione tra immigrazione e delinquenza. Ovviamente non c’è equivalenza, ma altrettanto ovviamente ed irrefutabilmente, nelle società in cui crescono gruppi di soggetti culturalmente estranei e non lavorativamente impiegabili, aumentano insicurezza e reati. Solo persone in perfetta e colpevole malafede possono negare questo nesso che è testimoniato costantemente e registrato statisticamente.
  5. In un sistema competitivo come il nostro, il peso di questa situazione ricade prevalentemente sulle persone che sono in relazione di competizione diretta con la forza-lavoro d’importazione, cioè quel proletariato o quella piccola borghesia che fatica a tenere insieme salario e dignità.  Queste persone appartengono spesso ad aree socialmente già deprivate o a rischio di deprivazione, e percepiscono lo Stato come lontano ed anzi ostile, come non interessato a difenderli né sul piano lavorativo né sul piano della sicurezza pubblica. L’inefficienza ed inerzia dei sistemi repressivi (come ogni servizio pubblico, sottodimensionato e tenuto a dieta) finisce paradossalmente per essere più efficace nel colpire le piccole violazioni di quel proletariato che ha faticosamente conservato un poco (un’auto, una casa), che le grandi violazioni di chi è appena arrivato e non ha niente da perdere (se e quando delinque). Chiedere infinita saggezza, perenne moderazione e santo autocontrollo a queste persone significa essere o stupidi o in malafede. È certo come il sorgere del sole che ad un certo punto queste situazioni sono destinate ad esplodere in forme di violenza civile.
  6. Che queste forme di violenza civile siano brutte, immorali, che prendano forme di violenza indeterminata, incapace di distinguere i bersagli colpevoli da quelli innocenti, è ovvio ed inevitabile. Il problema, il vero problema, è che ora – solo ora – ceti politici privi di vergogna sono pronti ad arrivare come avvoltoi sulla scena della violenza sociale.  Non c’erano quando le famiglie, siano esse autoctone o migranti, non riuscivano a star dietro ad un figlio malato o soccombevano di fronte al minimo rovescio di fortuna, non c’erano quando le persone venivano ricattate per anni, per decenni, ad accettare condizioni di lavoro sempre più precarie.  Ma ci sono ora.  Ci sono da un lato a sciacallare soffiando sul fuoco della “sacrosanta protesta contro l’intruso”, e dall’altro a sciacallare indignandosi per il “razzismo” e il “fascismo”. Così trasformano i problemi, quei problemi che hanno contribuito entrambi a creare, in altrettante occasioni personali per un’intervista piena di sdegno e per qualche photo opportunity.
  7. In conclusione. La trappola che è stata predisposta (se intenzionalmente o per caso, non importa) è questa.  Finché la gente non reagisce, si finge che il sistema stia magicamente funzionando secondo i meccanismi di qualche “mano invisibile” e che tutti ne stiano beneficiando. Quando la pentola a pressione scoppia, quando ci sono tumulti e violenze (possono essere degli autoctoni, ma possono anche essere di migranti di prima o seconda generazione – si pensi alle banlieue), a questo punto si scatena il gioco della polarizzazione artefatta, che tiene in vita il ceto politico che ha creato il danno, e anzi gli attribuisce maggiori poteri.

Se non reagisci non esisti e ti ridono in faccia.Se reagisci ti metti dalla parte del torto e dai forza a chi ha creato il problema.

Senza una trasformazione della rappresentanza politica (oggi difficile anche da immaginare) questo circo occidentale continuerà a marcire, fino a qualche forma di guerra civile.

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