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Metapolitica

Cosa ne pensate della «remigrazione»? (6)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo –, abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola all’urbanista e filosofo Pierre le Vigan e al giornalista Nicolas Gauthier.

Pierre Le Vigan

​Pierre Le Vigan

​Sembra che si debba vedere quello che si vede e dire quello che si vede. Ciò che si vede nella vita reale e non solo in televisione. Ho visto, ovviamente, giovani delinquenti immigrati. Ho visto anche lavoratori immigrati. Ho visto immigrati africani cercare di calmare alcuni immigrati particolarmente agitati. Ho visto – e continuo a vedere – immigrati alzarsi per cedere il posto a una persona anziana («autoctona») e francesi «autoctoni» – soprattutto i giovani – rimanere seduti, con il naso incollato allo smartphone. Ho visto ancora immigrati subire incendi dolosi o atti di vandalismo ai propri camion da cantiere da parte di altri immigrati (o comunque da parte di gruppi di teppisti in gran parte immigrati). Ho visto un polacco ubriaco insultare senza alcun motivo un caposquadra africano musulmano che stava bevendo il caffè, urlando: «Io sono europeo [a differenza tua]».

Lavoratori e approfittatori

​La verità è che esistono (almeno) due tipi di immigrati. Ci sono quelli che lavorano e che si integrano attraverso il lavoro. Questa integrazione non è perfetta, richiede tempo, ma avviene. E chi lavora non ha certo tempo di chiedere sussidi. Ciò non toglie che i lavoratori immigrati possano esercitare una pressione al ribasso sui salari, poiché non sono esigenti. Ciò non toglie che sia necessario fermare ogni forma di immigrazione, compresa quella per motivi di lavoro. Ma ciò significa che bisogna lasciare in pace gli immigrati in regola che lavorano. A meno che non si voglia cadere nella più totale indecenza.

​E c’è una seconda categoria di immigrati: coloro che vivono di sussidi sociali, senza aver mai versato contributi. Coloro che sono sempre stati beneficiari senza aver mai messo mano al portafoglio per alimentare lo Stato sociale, per versare contributi. È proprio questo il problema. Per gli immigrati che vivono esclusivamente di sussidi sociali, è necessario fissare un tetto massimo o ridurre tali sussidi. Si potrebbe persino farne un motivo di mancato rinnovo del permesso di soggiorno. Non è normale che delle persone vengano accolte e, fin dal loro arrivo, siano a carico della società francese e dei lavoratori, compresi gli immigrati (ovviamente non è la stessa cosa se un lavoratore immigrato subisce in seguito un infortunio sul lavoro, per fare solo un esempio. In quel caso dovrebbe beneficiare della solidarietà tra lavoratori).

​È del tutto evidente, inoltre, che occorra porre fine all’acquisizione automatica della cittadinanza francese (e anche in questo caso rendere l’integrazione attraverso il lavoro una condizione imprescindibile) e alla doppia cittadinanza. A meno che non si separi la cittadinanza, che non potrebbe che essere unica, dalla nazionalità, che potrebbe essere doppia. Per quanto riguarda i clandestini, sia che siano entrati illegalmente, sia che abbiano visto respinta la loro richiesta di asilo (se possibile, al di fuori della Francia), sia che abbiano un permesso di soggiorno non rinnovato, sia in altri casi, le cose dovrebbero essere semplici: uno Stato di diritto è uno Stato che non regolarizza i clandestini, come giustamente afferma Thomas Hennetier (si regolarizzano forse coloro che non hanno la patente di guida?), che li rimanda nel loro paese o nel loro continente d’origine, o che, nel frattempo, li interni in condizioni dignitose, con l’obbligo, ovviamente, di lavorare, ma non li lascia in libertà.

Ricostruire il rapporto con l’identità

​Come non aspettarsi, da uno Stato degno di questo nome, che i delinquenti stranieri siano non solo sottoposti all’esecuzione della pena, ma anche privati di ogni diritto di rimanere in Francia, e quindi espellibili e, soprattutto, espulsi? Parassiti, fannulloni o lavoratori: ecco la vera linea di demarcazione. Per sbarazzarsi dei primi, però, occorre liberarsi dalla dittatura dei giudici, sia francesi che della cosiddetta «Unione europea» (un nome fuorviante). Non si tratta di rimpatrio, ma di «giardinaggio sociale». (Si taglia la boscaglia. Ci si sbarazza delle erbacce: si mandano nei campi di lavoro i trafficanti di droga. Si mettono dietro le sbarre gli affaristi senza scrupoli – un pleonasmo). Ma è senza dubbio già una cosa enorme: riguarda diverse decine di migliaia, se non addirittura diverse centinaia di migliaia di persone che non hanno nulla a che fare sul nostro territorio. Il che è allo stesso tempo molto in termini numerici e poco in percentuale rispetto a coloro che sono in regola, che conducono una vita onesta, cioè una vita da lavoratori.

​Per quanto riguarda il rapporto con l’identità francese ed europea, va ricostruito per tutti, per dirla in modo gentile. L’ultima volta che ho visto degli studenti francesi «autoctoni» parlare tra loro, stavano discutendo di serie Netflix, argomento su cui erano inesauribili e imbattibili. E l’ultima volta che ho visto qualcuno leggere in un bar, si trattava di una lettrice di Jean Racine. Una ragazza africana. Onore a lei.

Nicolas Gauthier

​La sua domanda, in fin dei conti, suscita più interrogativi che risposte. Tanto più che la «remigrazione» di cui parla mi sembra un concetto dai contorni estremamente vaghi, anche se ne colgo ovviamente il significato. Oggi nessuno, tranne forse i buffoni di LFI (La France insoumise), per meschini motivi elettorali, si rallegra più dell’ondata migratoria. Ciò che un tempo veniva presentato come «un’opportunità per la Francia», oggi non è altro che un problema da risolvere. La maggior parte della classe politica intende regolarla, accompagnarla o eventualmente limitarla. In questo senso, è l’attuale vittoria del Rassemblement National e quella, postuma, di Jean-Marie Le Pen. Entrambi non sono privi di meriti in materia, avendo preteso instancabilmente, e ciò da oltre mezzo secolo, l’inversione dei flussi migratori.

​Detto questo, bisogna sempre diffidare di quelle parole incantatorie: «grande sostituzione» o «remigrazione». Come se avessimo aspettato che una Castafiore baffuta emergesse dalla sua prigione di rue Sainte-Anne per spiegarci perché l’immigrazione di massa non fosse inevitabilmente fonte di mille beatitudini. O che un giornalista politico, certamente non privo di talento, non si perdesse nell’avventura politicante che ben conosciamo, spacciandosi al contempo per precursore nel ruolo di delatore.

​Cosa significa essere francesi?

​Per dirla in breve, nessuno ha aspettato Renaud Zemmour ed Éric Camus per rendersi conto che l’identità francese era minacciata. Dopodiché, c’è quell’altra domanda che la sua solleva, implicitamente: cosa significa essere francesi? Molti anni fa, ai tempi della rivista Flash, l’avevamo posta a una trentina di personalità appartenenti alla «corrente patriottica», in mancanza di un termine più appropriato. Nessuna delle trenta risposte era simile alle altre. Il che dimostra che la «vera» domanda non consiste nel determinare chi sia «francese» e chi non lo sia. Ma piuttosto nel capire cosa significhi «essere francesi». La cultura, la lingua, l’etnia, la religione, la storia comune, l’appartenenza a una civiltà? Tutto questo insieme, sapendo che l’identità non è «una sola», ma il più delle volte «multipla». C’è l’identità del villaggio o del quartiere. Quella del bar o del lavoro. Quella della squadra di calcio che si tifa o dell’ambiente politico a cui si appartiene. Tra il bretone convertitosi all’islam e il magrebino che ha fatto lo stesso passando al cattolicesimo, chi dei due è più francese? Boualem Sansal è meno francese di Mathilde Panot? Sandrine Rousseau lo è più di Jordan Bardella, che è per tre quarti italiano e algerino?

​Si potrebbe obiettare che si tratta solo di eccezioni e che queste non costituiscono la regola. Eppure, proprio la regola che governa la nostra grammatica è spesso costituita, appunto, solo da eccezioni. Certo, sarebbe bello se la Francia fosse popolata solo da franco-francesi. Mi piacerebbe altrettanto che i Borboni tornassero sul trono e cacciassero la Repubblica. Avrei desiderato altrettanto che i Beatles non si sciogliessero mai. Ma tutta l’arte della politica consiste nel rendere possibile ciò che è auspicabile e nell’optare per il preferibile piuttosto che per il detestabile.

​Allora, nel frattempo, se un futuro governo riuscisse, come minimo, ad attuare ciò che la legge ci consente: rimandare gli indesiderati alle loro terre d’origine, sarebbe già un grande passo avanti. Senza questi delinquenti, clandestini, frodatori delle prestazioni sociali e del ricongiungimento familiare, la Francia non potrebbe che star meglio. Non sarebbe certo la «Grande Rivoluzione migratoria», ma una misura forte, in grado di aiutarci almeno a vedere più chiaramente l’indomani. Chi può fare di più può fare anche di meno. E questo semplice «di meno» non sarebbe poi così male. E permetterebbe soprattutto di prevedere in seguito una risposta più ambiziosa.

Mi dispiace che questa risposta sia più politica che letteraria. Ma quei buffoni che cantano «I lanzichenecchi» in quattro dentro una Twingo, annunciando al mondo intero che nessuno oserà «frenare» la loro «grandiosa ascesa», grazie, ma ne abbiamo già abbastanza.

Pierre Le Vigan, Éléments, Que pensez-vous de la « remigration » ? (6), 17 giugno 2026.

Traduzione a cura di Piero Della Roccella Sorelli.

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