Categorie
Filosofia

Nouvelle École. Carl Schmitt

Nouvelle École
CARL SCHMITT
numéro 75
année 2026 (59)
Pagine 306

Il numero 75/2026 di questa rivista erudita e insieme vivacissima è dedicato a uno dei pensatori il cui studio permette di comprendere meglio e a fondo il presente: «Ce sont là péripéties d’une histoire qui a commencé bien avant le 11 septembre 2001 et qui n’est pas achevée, celle dont traitait Schmitt en 1950 : la recherche d’un nouvel ordre du monde» (Martin Motte, p. 95).

Il nomos della terra indagato da Schmitt, non soltanto nell’opera che porta questo titolo ma lungo tutta la sua attività di filosofo e di giurista, si fonda su due coordinate fondamentali: Ordnung e Ortung, ordinamento e localizzazione. Ogni comunità umana, ogni  organizzazione politica, ogni istituzione giuridica si radicano in luoghi e tempi precisi, circoscritti e identificabili. Se la dimensione politica non è un ambito tra gli altri ma costituisce l’identità stessa dell’animale umano, come Platone e Aristotele mostrarono tra i primi e con dovizia, è perché ogni persona è come Anteo: ha forza e significato sino a che rimane insieme ad altri uomini a contatto con l’elemento tellurico, con la terra, con la madre di tutti i viventi.

È anche per tale ragione che comunità, confini, conflitti sono strutture e parole fondamentali di ogni entità storica e di ogni scienza politica. Per questo Carl Schmitt, come molti altri, è un avversario del liberalismo e della globalizzazione. Perché globalizzazione e liberalismo sono concetti e strutture senza terra, senza suolo: «À l’exception de l’hyperclasse mondialisée, les hommes ne semblent décidément pas faits pour la délocalisation : un monde sans frontières est un monde inhumain, répète Alain Finkielkraut» (Motte, p. 96). Liberalismo e globalizzazione sono dei concetti astratti, dai quali non possono che derivare un’antropologia e una prassi irrealistiche e dunque pericolose.

«Tout comme le libéralisme consiste à penser la politique à partir de l’individu comme sujet unique, l’universalisme consiste à penser la politique à partir de l’humanité comme sujet unique (et simple somme de tous les individus)» (Alain de Benoist, p. 1). L’umanità non può e non deve essere una. Questo è il sogno per fortuna irrealizzabile di una morta e passiva identità. L’umanità è invece anche molteplicità, pluriverso, differenza. Ed è per questo che politica e conflitto sono inseparabili. Il compito dei decisori politici e dei teorici del diritto non è immaginare e realizzare un’impossibile pace perpetua ma gestire il conflitto, riconoscere le differenze, evitare gli esiti distruttivi della guerra.

Il realismo politico è questo, opposto a ogni idealizzazione dell’umano, a ogni superfetazione moralistica, a ogni massacro perpetrato in nome di valori assoluti. Lo si vede con chiarezza nelle prassi e negli esiti delle guerre umanitarie, dell’imperialismo travestito da forza del bene, del nemico morale assoluto del quale non si ammette l’umanità e al quale non si riconosce dunque alcun diritto. Tale nemico può solo essere sterminato. Dopo Schmitt lo hanno compreso in tanti, in particolare Samuel Huntington:

Comme chez Carl Schmitt, le monde de Huntington est un monde ‘multipolaire et multicivilisationnel’ divisé par des ‘identités culturelles’ historiquement uniques. Pour Huntington, l’universalisme occidental est ‘faux, immoral et dangereux’ parce qu’il repose sur une idéalisme erroné, ainsi que sur une naïveté ignorante des réalités du monde réel. L’histoire a démontré, en outre, que la croyance en une humanité commune ayant surmonté la diversité culturelle ne correspond à rien (Joseph W. Bendersky, p. 213).

In nome del Bene, dei Valori, della Democrazia, della Libertà, si opera attivamente per il male, per la tirannide, per l’oppressione, per la morte: «Aujourd’hui les guerres sont déclarés au nome de l’humanité, et ‘l’humanitarisme’ peut aussi être utilisé pour affamer un peuple afin de transformer son système politique en un régime acceptable dans la perspective universaliste d’un monde unifié (One world)» (Jeronimo Molina, p. 241).

Riconoscere il legno storto di cui l’umano è fatto (Kant), accettare il peso e la realtà del limite ontologico e morale (Agostino) significa poter intraprendere degli itinerari possibili e realistici per circoscrivere gli effetti della violenza e del male. La concretezza e la saggezza delle tesi di Schmitt derivano anche dal suo «pessimisme anthropologique», dalla sua «conviction que les hommes sont de nature méchants ou corrompus» (de Benoist, p. 44).

Tra i documenti pubblicati in questo numero della rivista sono molto interessanti alcune lettere scambiate per un lungo arco di anni tra Schmitt e Norberto Bobbio, il quale andò a trovare l’ormai affermato professore tedesco a Berlino nel 1937, ricevendone un’accoglienza molto cordiale e una grande disponibilità, nonostante Bobbio fosse ancora soltanto un giovane e sconosciuto studioso. Bobbio ringrazia più volte Schmitt di tale accoglienza e della costante cordialità, che emerge di continuo nelle lettere.

A proposito di elementi biografici, fa bene de Benoist a iniziare il suo editoriale scrivendo con nettezza che «Carl Schmitt n’a jamais été nazi, ma il adhéré au parti national-socialiste en 1933, ce qui lui vaudra l’accusation d’avoir voulu devenir le ‘juriste de la Couronne’. Trois ans plus tard, il était mis à l’écart en raison de ses idées, jugées incompatibles avec celles du régime. Il passera les années 1937 à 1945 dans un demi-exil intérieur» (p. 1). L’adesione di Schmitt al partito fu dunque fallimentare e motivata da ragioni che si mostrarono sempre meno corrispondenti o addirittura contrarie a quelle che poi di fatto il regime hitleriano mise in atto, sino a fare di questo prestigioso giurista una sorta di prigioniero, cosa che poi venne riconosciuta anche dai suoi più convinti avversari.

La sezione non monografica di Nouvelle École presenta, tra gli altri, due testi di grande interesse. Il primo è una coinvolgente recensione di Ernst Jünger a un libro di memorie di Trotskij (1930), nella quale si ricorda «la divise tacite de ses mémoires : ‘contre la stupidité, même les dieux se battent en vain’» e si osserva poi che  «la stupidité humaine, après tout, est un certain facteur – un élément réel important que tout acteur, en particulier l’homme politique, doit prendre en compte» (p. 288).

Il secondo testo è dedicato a Heidegger, médecin de la modernité. L’autore, Pierre Le Vigan, sostiene l’inattualità del pensiero heideggeriano e dunque la sua perennità: «Heidegger (1889-1976) est toujours au coeur des préoccupations de notre temps» (p. 292). Tra i tanti elementi di cui è costituita l’ontologia di Heidegger, il testo pone in rilievo la decostruzione della soggettività e il riconoscimento invece della pervasività del sacro nelle esistenze individuali e collettive.

Alberto Giovanni Biuso

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