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Cultura

Le barbarie del confort

“Provengo dalla terra e dal bosco con tutte le mie radici”
(Knut Hamsun)

Arrogante e plebea, xenofoba e autoriferita: così si presenta l’America ottocentesca al futuro Nobel per la Letteratura Knut Hamsun, sbarcato nel Nuovo Mondo tra il 1882 e il 1888. Altro che progresso e democrazia. Ad attendere gli emigranti che attraversano l’Atlantico si presenta l’avversità di una società cosmopolita ma intimamente provinciale, piegata alla sola aristocrazia nota agli statunitensi, quella del denaro. Quello tracciato è il ritratto impietoso di un Paese tarato dall’eccezionalismo, diverso ma uguale a quello che oggi ambisce a reggere i destini del pianeta.

C’è quindi da essere grati ad Andrea Scarabeli, per questa pubblicazione disponibile a giorni per i tipi de l’Archeometro delle edizioni Bietti. Ha voluto una postfazione da me umilmente stesa al cospetto di tale gigante della scrittura, di cui qui un didascalico estratto d’invito alla lettura del prezioso volume:

«Questo libro raccoglie alcuni scritti di Knut Hamsun, scaturiti dall’esperienza della vita americana sul finire dell’Ottocento. Una distanza cronologica di molti decenni separa le impressioni giovanili dalle riflessioni dell’ultimo testo: se le prime esprimono il conflitto con le autorità e il senso comune locale con tono sarcastico, l’ultimo è civile nella forma, dialogante con le espressioni culturali, ma irriducibile nella critica alla “civilizzazione americana”, quintessenza della modernità. È il grido eretico del cultore della bellezza agli adoratori del Dio denaro, della nobiltà d’animo contro l’olocrazia utilitaristica, di un poeta della natura disgustato dall’artificio della società industriale e dal conseguente compiacimento del progresso. (…)

Del resto, la civilizzazione americana non si è mai fondata su tempo, rito e mito, bensì sull’ingordigia dello spazio. Il suo stilema fondativo non è l’origine, ma la predestinazione calvinista, la “frontiera” e l’aspirazione titanica a oltrepassarla. La volontà di spostare sempre più lontano il confine è stata il motore della “conquista del West”, che non viene meno nello sviluppo illimitato globale della Forma-Capitale. Le scelte politiche che ne conseguono mettono a repentaglio la pluralità delle culture, il loro differenzialismo – patrimonio inalienabile, eradicato dall’incedere del progresso –, a suon di bombardamenti, mercato e redenzione moralistica. L’egemone contemporaneo, d’altronde, si configura come un mondialismo pervasivo, un totalitarismo con tratti distopici dove tutto è dentro, niente è fuori, il concavo si fa convesso e tutto quel che resiste viene eliminato. La potenza culturale, di contro, è una “contestazione totale” al presente, la rimessa in forma del principio, ossia della civiltà, possibile solo se costituita appunto dal passaggio dal quantitativo al qualitativo degli elementi in conflitto. Un nuovo Nomos della Terra si instaurerà comunque al declino del contemporaneo “Secolo americano”: un mondo unipolare o multipolare?

Servo dell’Identico che caratterizza il nichilismo edonistico dominante o dalla parte della sacralità del vivente e del suo pluriverso?»

Eduardo Zarelli

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