Quando l’eroica e miserabile giovinezza di Sylvester Stallone incontra quella di un ragazzo del proletariato del Béarn, ne nasce un libro che stravolge le convenzioni letterarie e fa respirare la fresca aria della fantasia romanzesca: «Underdog» (Éditions Séguier). Questo primo libro è l’atto di nascita di un grande scrittore e, al tempo stesso, di un salutare autore satirico: Bruno Marsan.
Si chiama, o si fa chiamare, Bruno Marsan, ed era un perfetto sconosciuto nel mondo letterario fino al giorno in cui, all’inizio dell’anno, è uscito il suo primo romanzo, Underdog, che Éric Naulleau ha già definito «un romanzo diverso, un romanzo outsider, un romanzo inaspettato». In altre parole, raramente, in questo XXI secolo, l’asticella era stata posta così in alto e superata con tanta disinvoltura.
Naulleau ha ragione: questo romanzo è inaspettato nel senso che non ci si aspettava più, almeno in Francia, un’opera che unisse una tale inventiva formale e concettuale a una vivacità di scrittura capace di esprimersi al meglio sia nella farsa che nel dramma, o addirittura nel melodramma.
Un ponte tra secoli: da Rabelais a Villon
Marsan è rabelaisiano quando sottolinea a tratti di fuoco, o a gran suon di calci nel sedere, i ridicoli mortiferi dell’epoca, che non sono affatto cambiati dai tempi del curato di Meudon: l’alleanza fraterna tra i «pastofori acchiappatalpe» del Terzo Libro e gli studenti limosini di Pantagruel non ha perso nulla del suo sinistro splendore.
Ma egli è anche fratello di Villon nella sua consapevolezza del dolore e negli slanci di compassione che ne derivano. Mi sembra di riconoscere lo spirito più puro del cristianesimo medievale in queste tre frasi:
«Nulla, fino a oggi, mi è parso rasserenante quanto la vestizione dei morti. Le mie mani ritrovavano gesti immemoriali, che sembravano aver sempre conosciuto. Ne uscii, non so come dirlo altrimenti, consolato».
È sublime; di quel sublime che esigeva Fénelon nella sua Lettera all’Accademia: «Voglio un sublime così familiare, così dolce e così semplice, che ognuno sia inizialmente tentato di credere che lo avrebbe trovato senza fatica…».
La Struttura: Rabelais, Villon, Stallone
Rabelais, Villon, Stallone… Non credo di sbagliarmi nel nominarli padrini di Bruno Marsan!
Per quanto riguarda la struttura di questo primo libro, è difficile credere che non sia il frutto di una solida esperienza nella scrittura romanzesca, tanto appare al tempo stesso sperimentale e padroneggiata. In poche parole, consiste nella giustapposizione di due storie parallele:
- L’Inferno Capitalista: La storia del narratore, che ci conduce da un’infanzia di onore e miseria nel Béarn a un’ascesa sociale transatlantica. È un percorso in cui il protagonista sperimenta tutti gli orrori della modernità capitalista; un Inferno attualizzato, spaventoso quanto quello di Dante. Tuttavia, Marsan non perde occasione per farci sbellicare dalle risate: criticando le campagne contro la «grossofobia», conclude la sua requisitoria con un gioco di parole irresistibile: «Cellulite finale».
- L’Eroe Mefistofelico: Il vero centro di questa parte non è il narratore, ma un personaggio straordinario, una sorta di orco shakespeariano che smonta con gioia i meccanismi di questo mondo di perdizione. Cinismo e disprezzo all’ennesima potenza: immorale, ma irresistibile come una battuta di Groucho Marx.
L’Altra Storia: Il Tacco di Ferro e Rocky
E l’altra storia, visto che ce ne sono due? Sorprenderà fin da subito perché, lontana dai cieli di Enrico IV, è ambientata nell’America del «tacco di ferro», dove le uniche leggi sono quelle del più forte.
Questa è la storia di un sottoproletario di nome Sylvester Stallone che combatte contro i mulini a vento e mangia pane e veleno pur di far produrre una sceneggiatura scritta da lui e che diventerà uno dei più grandi successi del cinema: Rocky.Si capisce bene cosa abbia toccato Marsan in questo film eminentemente populista: al di là delle immense differenze, esiste una profonda complicità tra questa storia e quella del narratore di Underdog. L’una è lo specchio ingranditore dell’altra; entrambe finiscono per incrociarsi e illuminarsi a vicenda.
Qui risiede il successo di un’avventura letteraria che ha pochi equivalenti, dalle Palme selvagge di Faulkner a L’uomo soprannumerario di Patrice Jean. Come ha osservato Romaric Sangars, c’è una «dissonanza folgorante del romanzo di Bruno Marsan con il bagno tiepido della nostra epoca».
Ed è il minimo che si possa dire.
Michel Marmin
Michel Marmin, Éléments, «Underdog» : du côté de Rabelais et de Villon, 16 aprile 2026.
Traduzione a cura di Piero della Roccella Sorelli.
